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Mela, il “frutto proibito” è (molto) meglio bio

People for Planet - 1 ora 46 min fa

Diverse culture nel mondo riservano alla mela un posto d’onore nell’immaginario collettivo, e la utilizzano per riti e tradizioni speciali. Nella cultura ebraica la mela è protagonista dell’anno nuovo, e si mangia a Capodanno, intinta nel miele, per assicurarsi un anno di dolcezze. La mela è considerata dagli ebrei un frutto speciale, unico e prezioso, associato a tutte le virtù, all’amore, al rispetto reciproco, alla forza d’animo e alla determinazione. Da Eva a Biancaneve, passando per Ercole e i pomi d’oro (il regalo nuziale di Zeus a Era), arrivando a Paride e alla guerra di Troia (scoppiata per via del pomo della discordia), per giungere al simbolo della Apple, appunto, ma soffermandosi prima sul frutto corrotto del Caravaggio e sul colpo della mela di Newton, rimirando innumerevoli madonne col bambino e una mela in mano, siamo a Venere, che ne fece il suo simbolo, e poi c’è una mela verde a coprire il volto dell’uomo di Magritte… mentre simbolismo e sacralità della mela si trovano già nei celti, per i quali, nientepopodimeno, l’aldilà era l’isola delle mele (ovvero avalon, da aval, mela, da cui le attuali apple in inglese e Apfel in tedesco). La mela è oggi in assoluto il frutto più mangiato al mondo: se ne staccano quasi 76 tonnellate l’anno (per fare un paragone, di arance ne produciamo “solo” 50 tonnellate).

Deve aver pensato anche a questo il mensile Il Salvagente, titolando la sua inchiesta sulla qualità delle mele nella grande distribuzione, “La mela proibita”. E deve aver pensato anche al fatto che la mela è uno degli alimenti che assorbono e concentrano maggiori quantità di pesticidi e diserbanti. Insieme a fragole, pesche, spinaci, mandarini, patate, pomodori, uva e pere, le mele fanno parte della cosiddetta sporca dozzina, secondo l’indagine condotta ogni anno dall’Enviromental Working Group statunitense. Vittime degli assalti di parassiti e funghi, le mele necessitano infatti di numerosi trattamenti con sostanze chimiche anche tossiche durante tutto il tempo del loro ciclo produttivo. E tendono a trattenerli. Che fare? Scegliere bio? Biodinamico o lotta integrata basteranno? E a lavarle bene bene?

Il Salvagente ha analizzato 22 campioni di diverse marche di mele, acquistate tra supermercati comuni, discount, negozi bio e persino in un fast food. Sotto la lente d’ingrandimento sono finiti Coop, Conad, Esselunga, Lidl, Carrefour, Eurospin, Pam&Panorama, Todis, Simply, Castoro, Almaverde Bio Market, Naturasì e McDonald’s. Fatta eccezione per il celebre fast food statunitense, che serve la mela ai clienti sotto forma di snack a fette in bustina e non ha indicato la tipologia sull’etichetta, tutti i campioni sono stati analizzati in quanto esemplari interi e appartenenti alle più diffuse varietà reperibili sul mercato: Gala, Stark (red) delicious, Pink lady, Kanzi.

Per effettuare i test oggettivi e indipendenti è stata presa in considerazione la presenza di residui derivanti da diverse sostanze nocive, come metalli pesanti, rame, pesticidi e patulina per citarne alcuni.

Il risultato complessivo è di ben 14 pesticidi rinvenuti sulle bucce delle mele, con un esemplare (mela stark acquistata da Todis) che ne ha raccolti addirittura cinque differenti. “Va sottolineato che in nessuno dei casi presi in esame sono stati superati i limiti massimi previsti dalla legge, ma la quantità di molecole presenti obbliga tuttavia il consumatore a una certa attenzione”, dicono da Il Salvagente. “Come dimostrato da molti studi scientifici, l’effetto moltiplicatore della sommatoria multiresiduo è un rischio tangibile e concreto”. Oltre al fatto che sostanzialmente non si conoscono gli effetti a lungo termine di un’esposizione bassa, a norma di legge, a queste sostanze.

Attraverso le analisi effettuate dal Salvagente è inoltre stata confermata la maggior qualità fornita dal biologico, che non ha mai mostrato residui di pesticidi, mentre nel caso del marchio di garanzia Igp non si è trovato alcun vantaggio: le mele a indicazione geografica protetta si sono piazzate soltanto a metà classifica.

Le mele migliori, totalmente prive di pesticidi e con concentrazioni di piombo e rame nei valori di legge, sono risultate essere le varietà “Gala Bio Canova” acquistate da Almaverde Bio Market, “Stark Biosüdtirol” di Naturasì, “Red Delicious Bio” comprata da Pam&Panorama e le “Rosse Bio Gala Bioorganic” provenienti da Lidl.

Tra quelle che hanno fatto registrare almeno due pesticidi, occupando così la parte bassa della classifica stilata dal Salvagente in seguito ai propri test, troviamo le mele “Pink Lady” dei supermercati Il Castoro, le “Stark Naturama” di Esselunga, le “Stark Melinda” di Todis , le “Cripps Pink Pink Lady” di Carrefour e le “Red Delicious Percorso Qualità” acquistate presso gli ipermercati Conad. Gli effetti per la salute possono essere i più svariati. Sebbene nessuna delle analisi effettuate abbiano delineato uno scenario allarmante, i rischi derivanti dall’assunzione ripetuta e a lungo termine di sostanze tossiche a basse dosi non è da sottovalutare, come nel caso del piombo (comune a tutte e 22 le mele e che può comportare problemi cardiovascolari) o dei vari insetticidi utilizzati durante il ciclo produttivo.

Per fare del nostro meglio con una mela non biologica, non è tanto importante togliere la buccia, quanto lavarla nel modo giusto. Un interessante studio americano ha mostrato che il metodo più efficace per lavar via i pesticidi dalla buccia della mela è immergerla in una soluzione di bicarbonato per almeno un quarto d’ora, strofinando poi bene con acqua corrente. Questo sistema è sufficiente, secondo i test effettuati dai ricercatori, a rimuovere la totalità dei prodotti chimici presenti sulla buccia. Peccato però che alcuni di questi penetrino la polpa e si concentrino fino a un 20% al di sotto della buccia. Ecco perché scegliere biologico resta, soprattutto nel caso della mela, una scelta consigliata.

Chemioterapia: con il casco refrigerante 1 donna su 2 non perde i capelli

People for Planet - Gio, 02/21/2019 - 16:51

Un casco refrigerante che inibisce uno degli effetti collaterali tra i più temuti dalle donne che si sottopongono a chemioterapia: la perdita dei capelli. Lo speciale dispositivo in silicone morbido, del valore di circa 35 mila euro, somiglia a una cuffia e, se indossato durante la somministrazione delle cure, riduce drasticamente la caduta della chioma.

Lo staff dell’Umberto I di Lugo con l’apparecchiatura donata dallo IOR Efficace in una donna su due

A parlarne è Claudio Dazzi, direttore del Day Hospital Oncologico dell’Umberto I di Lugo di Romagna (Ravenna), dove il casco – donato a gennaio 2018 dall’Istituto oncologico romagnolo –  ha funzionato correttamente nel 56% dei casi: “Finora abbiamo trattato 62 donne – si legge in un articolo pubblicato dalla stampa locale -. Di queste, 35 sono riuscite a portare a termine il trattamento senza dover ricorrere alla parrucca. Questo significa che il casco refrigerante ha funzionato nel 56% dei casi, una percentuale in linea con gli altri istituti dove l’apparecchiatura viene utilizzata. Solo cinque donne sono state costrette ad interrompere il trattamento per problematiche quali sensazioni di freddo o cefalea“.

Come funziona

Il funzionamento del casco si basa sull’effetto refrigerante: applicato sul cuoio capelluto durante la somministrazione dei farmaci chemioterapici, provoca un restringimento dei vasi sanguigni del bulbo pilifero, riducendo al minimo l’assorbimento dei farmaci da parte di questi e preservando così i capelli dalla caduta. Testimonianze di grossa soddisfazione sono arrivate, racconta Dazzi, soprattutto da parte delle ragazze più giovani, che sono riuscite a salvare le chiome e a mantenere un’attività sociale del tutto simile a quella che conducevano prima della diagnosi.

Sconvolgimento psicologico

La perdita dei capelli – tecnicamente: alopecia da chemioterapia – comporta uno sconvolgimento psicologico per le donne in un momento già particolarmente impegnativo e gravoso come quello dell’affrontare le cure per un tumore. Per diversi motivi: perché i capelli sono una parte molto importante dell’aspetto estetico femminile, e perché la loro caduta si accompagna al timore di non poter più mantenere la malattia in una sfera privata.

La tartaruga gigante considerata estinta da un secolo riappare alle Galapagos

People for Planet - Gio, 02/21/2019 - 16:38

Era considerata estinta da oltre un secolo: una specie di tartaruga gigante conosciuta come Chelonoidis Phantasticus, è riapparsa sull’isola di Fernandina, nell’arcipelago delle Galapagos. La notizia è stata confermata su Twitter dal ministro dell’Ambiente dell’Ecuador, Marcelo Mata: l’esemplare — una femmina adulta — è stato avvistato da una spedizione organizzata dall’autorità dei Parchi e dal gruppo di Conservazione delle Galapagos.
Secondo la Galápagos Conservancy, come si legge su Le Monde, l’unico esemplare della specie nota anche come «Nordic Island Turtle» era stato avvistato durante una spedizione dell’Accademia delle Scienze della California, nell’aprile del (lontano) 1906.

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Migranti, la Cassazione: protezione umanitaria, decreto Sicurezza non è retroattivo

People for Planet - Gio, 02/21/2019 - 13:00

Le nuove norme restrittive sulla protezione umanitaria varate dal decreto sicurezza non possono essere applicate alle domande che sono state presentate prima del 5 ottobre, data di approvazione del decreto.

Lo ha stabilito la corte di Cassazione con una sentenza depositata oggi che potrebbe allungare di molto i reali effetti del decreto sicurezza sulla protezione umanitaria visto che la maggior parte delle domande che sono state esaminate ( e respinte) in questi mesi dalle Commissioni d’asilo sono state tutte presentate prima di ottobre. Sono più di 23.000 i migranti che negli ultimi quattro mesi si sono visti negare qualsiasi tipo di protezione in applicazione della legge Salvini e ora è prevedibile una pioggia di ricorsi.

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I finalisti del World Press Photo 2019

People for Planet - Gio, 02/21/2019 - 13:00

Vedi tutta la Gallery sul POST (testi in italiano)

Qui il sito del World Press Photo (in inglese)

© Forough Alaei Crying for Freedom Donne assistono a una partita allo stadio Azadi di Teheran, in un settore riservato, 10 novembre. In Iran, dalla rivoluzione islamica del 1979, alle donne è vietato assistere a eventi sportivi maschili. World Press Photo © John T. Pedersen Boxing in Katanga Il pugile Morin Ajambo (30) si allena a Katanga, una grande baraccopoli a Kampala, in Uganda, il 24 marzo. World Press Photo © Brent Stirton, Getty Images Akashinga – the Brave Ones Una donna membro di un’unità anti-bracconaggio tutta al femminile, chiamata Akashinga, che vuole dire “Le coraggiose”, durante un addestramento nel parco naturale Phundundu Wildlife Park, nello Zimbabwe. World Press Photo

Ambiente, che fine fa il nostro frigorifero

People for Planet - Gio, 02/21/2019 - 10:49

Ecodom è il principale Consorzio italiano per il recupero e il riciclaggio degli elettrodomestici, una realtà privata e senza scopo di lucro che è costituita dai principali produttori di elettrodomestici, cappe e scalda acqua sul mercato italiano. L’obbiettivo è quello di gestire i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, i così detti RAEE.

Dal 2008 Ecodom effettua il ritiro dei RAEE Domestici dai Centri di Raccolta e il loro trattamento presso impianti specializzati, così da evitare la dispersione di sostanze inquinanti nell’ambiente e recuperare i materiali da reinserire nel ciclo produttivo. Solo nel 2018 il consorzio ha gestito più 105mila tonnellate di apparecchiature.

Fonte: REPUBBLICA.IT

Leggi gli altri articoli sul tema dei rifiuti elettronici

Case e grattacieli di legno: si può!

People for Planet - Gio, 02/21/2019 - 10:00

Sono leggeri e sicuri. E a Jesolo è iniziata la costruzione della Cross Lam Tower, di 47 metri e mezzo: è la più alta d’Europa.

La costruzione di palazzi in legno è veloce: si è calcolato infatti che i tempi di costruzione siano un quarto rispetto all’edilizia tradizionale, e la Cross Lam Tower prevede di alzare un piano ogni tre giorni. 105 tonnellate di abete saranno necessari per realizzare 28 appartamenti verticali, di cui quasi la metà sono già stati venduti.

La nuova frontiera della bioarchitettura è benedetta anche dall’Economist, che chiosa: “Il legno è più sicuro e sostenibile. Mattone e cemento sono il passato”.

Costruire meno e costruire meglio, questo sembra ormai essere un concetto appurato. Il legno è leggero e quindi richiede fondamenta meno profonde È un materiale naturale, offre ottime prestazioni in termini di durabilità, prestazioni energetiche e resistenza sismica.

Finora il legno era usato soprattutto in montagna – abbiamo tutti visto gli splendidi chalet dell’Alto Adige con tanto di gerani colorati sulle terrazze – ma ora sta invadendo le metropoli anche grazie al Decreto Monti del 2011, che ha abolito il limite d’altezza di 3 piani per gli edifici con la struttura in legno.

FederlegnoArredo ha rilevato una crescita costante del 7% annuo nell’utilizzo del legno da costruzione. Se negli anni Ottanta ne usufruivano solo 5 case su 100, oggi si arriva alla media di 14.

Nella mente di ognuno di noi si affacciano due quesiti critici rispetto a questa soluzione abitativa: il primo riguarda la rigenerazione della materia prima, il secondo riguarda la sicurezza, perché il legno brucia!

Per quanto riguarda la prima questione, i bioarchitetti affermano che il legno utilizzato per l’edilizia si rigenera in tempi velocissimi e inoltre si può sempre riciclare. E si possono usare fibre composte adatte ai nuovi progetti già riciclate.

Se poi pensiamo ai 15 milioni di metri cubi di alberi abbattuti sulle Dolomiti a fine ottobre che giacciono in gran parte ancora a terra e che devono essere rimossi entro primavera, possiamo pensare di trasformare un evento tragico in un’opportunità per diminuire la quota legno che ogni anno acquistiamo da Austria e Germania e che a oggi arriva all’80%.

Per quanto riguarda poi il pericolo di incendio va sfatato un luogo comune. Afferma Emanuele Orsini, presidente di FederlegnoArredo in un’intervista al Corriere della Sera: “Il legno carbonizza alla velocità di 1 centimetro l’ora. Consente, nel caso, un tempo di intervento di almeno 120 minuti. Cemento e acciaio, surriscaldandosi, collassano molto prima”.

E, concludendo, se non vi abbiamo ancora convinti, è notevole anche il risparmio: “Costruendo in legno” dichiara Corsini “si riducono i consumi energetici. Anche le banche hanno iniziato a dare mutui agevolati e pure le assicurazioni costano meno”.

Inoltre il legno è bellissimo.

Fonti:

https://www.corriere.it/cronache/19_gennaio_07/leggere-sicure-case-legno-diventano-grattacieli-jesolo-edilizia-futuro-a7df7152-12b7-11e9-8e32-62f2e5130e0b.shtml?fbclid=IwAR3mrIRMA1jf9bK8sXtJkTKHOLc3SsU0vJH7NcajNI78qbOAktUf8adO_Eo
https://www.infobuild.it/approfondimenti/edifici-alti-legno-grattacieli-domani/
https://www.ilpost.it/2016/09/10/grattacieli-legno/
https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-02-19/a-tokyo-progettato-grattacielo-legno-350-metri-altezza-080637.shtml?uuid=AE8NDR2D
http://www.federlegnoarredo.it/

La lunga vita del legno (Infografica)

People for Planet - Gio, 02/21/2019 - 02:05

Oltre il 90% del materiale legnoso riciclato viene utilizzato per la creazione di pannelli truciolari e pannelli MDF, che vengono per l’85% assorbiti nell’industria del mobile.
Scopriamo il mondo del riciclo del legno!

Per visualizzare l’infografica più grande clicca qui

 

Scoperto in Giappone l’elisir di lunga vita

People for Planet - Mer, 02/20/2019 - 15:59


L’elisir di lunga vita sembrerebbe esser stato scoperto nella comune pianta giapponese Angelica Keiskei, più comunemente conosciuta con il nome di Ashitaba che tradotto significa foglia del domani, per la sua capacità di riprodurre il suo gambo e la foglia quasi quotidianamente.

Coltivata da oltre duemila anni, appartenente alla stessa famiglia delle carote, è da sempre utilizzata dal popolo del Sol Levante come pianta medicinale, alimento, energizzante, rigenerante: insomma, un superfood che oggi sembra godere di un’altra proprietà a tutti ambita: la capacità di rallentare l’invecchiamento. 

La scoperta, apparsa su Nature Communications, arriva dal team internazionale guidato da scienziati dell’istituto NAWI presso l’Università di Graz (Austria), in collaborazione con colleghi del Leibniz Research Institute for Environmental Medicine di Düsseldorf (Germania), dell’istituto INSERM di Parigi, dell’Università di Berlino e di altri centri e atenei europei.

Il team di ricercatori ha scoperto l’elisir di lunga vita analizzando le molecole antiossidanti racchiuse nelle foglie dell’Ashitaba riuscendo ad identificare un flavonoide che rallenta il decadimento cellulare. È stato scoperto che la molecola attiva il meccanismo di riciclaggio cellulare scoperto dal biologo giapponese Yoshinori Ohsumi e che gli è valso il Nobel per la medicina del 2016.

Il meccanismo scoperto da Ohsumi prende il nome di autofagia e prevede la rimozione e degradazione delle componenti danneggiate delle cellule, come proteine e organelli, per ottenere materie prime con cui costruire nuove molecole. Il cattivo funzionamento di questo meccanismo è all’origine sia di malattie molto diffuse, come infezioni, infiammazioni e tumori, sia di disturbi legati all’invecchiamento, a causa dell’accumulo di molecole tossiche nella cellula.

Grazie In test di laboratorio, la sostanza si è rivelata in grado di allungare la vita di lievito, vermi, moscerini della frutta di circa il 20% e è stato in grado di ridurre il declino cellulare associato all’età nelle cellule umane in coltura. Non solo, la molecola è stata sperimentata anche nei topi con problemi al cuore, soggetti a riduzione del flusso sanguigno (ischemia miocardica prolungata), e il trattamento ha avuto l’effetto di proteggere i tessuti. Il risultato, secondo gli autori, conferma il ruolo dell’autofagia nella protezione delle cellule e rappresenta un passo nell’identificazione di terapie anti-invecchiamento.

Una scoperta promettente che però necessita di ulteriori ricerche per determinare se questa è una valida strategia per la giovinezza eterna degli esseri umani.

Donazioni di organi: il 2018 secondo miglior anno di sempre in Italia

People for Planet - Mer, 02/20/2019 - 13:00

Il 2018 è stato il secondo miglior anno di sempre per quello che riguarda la donazione degli organi in Italia. I dati dell’attività dello scorso anno sono stati presentati dal Centro Nazionale Trapianti (CNT) e dal ministero della Salute. Da quando è nata la Rete Nazionale Trapianti 20 anni fa, il 2018 è stato il secondo anno migliore, dietro al 2017 dei record.

Nel 2018 sono stati 1.680 i donatori, con una diminuzione di 80 rispetto al 2016, ma con un trend in crescita dal 2014 che ha registrato un aumento del 24,4%. I trapianti effettuati nel 2018 sono stati 3.718, confermando anche in questo caso un trend in crescita dal 2014, con un incremento pari al 20,4%. Nel dettaglio sono stati eseguiti 2.117 trapianti di rene, 1.245 di fegato, 233 di cuore, 143 di polmonee 41 di pancreas.

Alessandro Nanni Costa, direttore del CNT, spiega:

Considerando gli altissimi numeri raggiunti negli anni passati, poter parlare di un anno consolidamento è un ottimo risultato.

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Nigeriano sventa rapina al market e viene assunto

People for Planet - Mer, 02/20/2019 - 12:55

Richard, 30 anni, stazionava davanti al supermercato per dare una mano ai clienti in cambio di qualche spicciolo: sabato pomeriggio ha bloccato un rapinatore che aveva puntato la pistola alla cassiera. Il titolare del negozio: «Da lunedì sarà magazziniere».

… Sabato pomeriggio Richard – una moglie e 3 figli in Nigeria che non vede da 3 anni, a Gallipoli da qualche mese con regolare permesso di soggiorno – ha fatto molto di più che portare i sacchetti della spesa: quando ha visto un uomo a volto coperto e armato fare irruzione nel supermercato e puntare la pistola (che poi si è scoperto essere caricata a salve), facendosi consegnare 500 euro, è intervenuto senza indugio.

«Lo ha bloccato, disarmato e immobilizzato – spiega il vice questore Marta De Bellis, vice questore, dirigente del commissariato di Gallipoli – con l’aiuto di un’altra persona, come ci ha spiegato lo stesso Richard che abbiamo sentito con l’aiuto di un interprete, poiché non parla bene italiano. Quando siamo intervenuti, ci siamo trovati di fronte a un caso di arresto fatto da un privato cittadino».

Il rapinatore è finito prima al pronto soccorso (perché durante la colluttazione s’è fatto un po’ male) e poi agli arresti. Richard, invece, sta bene. E da lunedì avrà anche un lavoro vero.

Michelangelo Borrillo
Corriere della Sera

Sappiamo leggere le etichette?

People for Planet - Mer, 02/20/2019 - 12:54

Cosa significa quando leggiamo su un sito o su un prodotto sigle come UNI EN ISO 9001 22000 o altri numeri e lettere? Può esserci utile come consumatori? Può servirci saperlo quando acquistiamo un prodotto?

Lo abbiamo chiesto all’avvocato Dario Dongo, esperto di diritto alimentare internazionale, fondatore di Great Italian Food Trade e del sito Fare, che contiene anche informazioni sulle regolamentazioni dei prodotti alimentari.

“Si tratta di certificazioni di qualità. Le certificazioni attestano tramite un ente indipendente accreditato, a seguito di audit periodici che comprendono esami documentali e ispezioni, il rispetto di uno standard o di una norma (cogente o volontaria) da parte di un’organizzazione. Per quanto attiene ai sistemi di gestione di qualità, il percorso di certificazione è adottato dagli operatori su base volontaria”, spiega l’avvocato.

Certificazioni di processo

Poi in questo caso bisogna distinguere tra certificazione di processo e certificazione di prodotto. “Le certificazioni di processo attestano che l’intero insieme delle operazioni condotte nell’ambito di una organizzazione – dalla selezione dei fornitori e l’approvvigionamento delle materie prime, fino all’immissione in commercio e la gestione di eventuali non conformità successive – siano eseguite nel rispetto delle procedure definite, con regolarità e continuità” spiega Dongo. “La qualità viene perciò intesa come la capacità di seguire con criterio le procedure volte a garantire il rispetto della legislazione, dei requisiti di contratto e delle politiche aziendali”.

La ISO 9001 e 22000

La norma principale è la ISO 9001, legata all’Organizzazione Internazionale per la Normazione.  Spesso in etichetta è accompagnata alle sigle UNI EN, che sono i corrispondenti in Italia e in Europa dell’ente di normazione internazionale.

La ISO 9001 è una certificazione di qualità di ampio spettro, che vale per tutte le aziende, non solo quelle dell’agroalimentare e “certifica la capacità dell’azienda di seguire procedure razionali, documentate, improntate al rispetto delle norme e al miglioramento continuo. È sicuramente un ottimo biglietto da visita”, spiega Dario Dongo.

C’è poi uno standard dedicato alla sicurezza alimentare, che è la ISO 22000, che prende le sue basi dalla 9001 e sviluppa i temi specifici di buone prassi igieniche e di autocontrollo igienico-sanitario nella filiera agroalimentare.

Le troviamo in etichetta?

Le certificazioni di processo non dovrebbero in teoria venire indicate in etichetta, anche se ciò a volte accade e tutto sommato non è da biasimare, poiché si tratta di un’informazione che i consumatori possono apprezzare. Se ne trova comunque notizia sui siti web aziendali.

Dongo ribadisce che si tratta di una certificazione di processo, quindi si tratta di una garanzia sulla cultura organizzativa: “Queste certificazioni non esprimono il valore intrinseco del prodotto, ad esempio le prerogative nutrizionali e organolettiche, o la provenienza e qualità delle materie prime. Attestano invece il rispetto di apposite procedure in fase di produzione, tese a garantire il rispetto delle regole e degli impegni assunti (nei confronti dei clienti commerciali e dei consumatori), oltreché i più elevati standard di sicurezza alimentare”.

Alle certificazioni “di processo” si possono poi abbinare quelle “di prodotto”, mediante le quali si attesta che le qualità del prodotto rispondano a determinate caratteristiche, e anche qui può intervenire un ente certificatore. Sono per esempio le certificazioni che attestano l’assenza di residui di pesticidi, oppure l’adesione a un particolare disciplinare, anche a quelli di cui abbiamo parlato, ad esempio Dop, Doc, Igp .

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