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Aggiornato: 55 min 48 sec fa

Caro Di Maio, te li do io gli 11 miliardi che ti mancano!

Gio, 11/29/2018 - 09:43

Così l’Europa si dà una calmata.

Riassumendo in due parole, la manovra del governo scatena le ire europee perché prevede un indebitamento dello 0,6% del Pil in più del previsto. Il Pil Italiano nel 2017 è stato di 1.716 miliardi di euro. Il Pil nel 2018 è aumentato (un po’ più dell’1%) quindi diciamo che la questione gira intorno a 11 miliardi di euro di aumento del debito.

Caro Di Maio, servirebbe quindi che, mentre si preparano le grandi riforme, si riesca a mettere in campo un miglioramento, appunto, da 11 miliardi. Basterebbe aumentare un po’ il Pil e tutto andrebbe a posto. Oppure potremmo ridurre un po’ le spese. Il bello della situazione è che possiamo farlo alla svelta se riusciamo ad aumentare di un capello l’efficienza del sistema. Il ragionamento è semplice: intanto che si progettano le grandi riforme possiamo riuscire a far funzionare un po’ meglio quel che c’è?

Ad esempio, il grande giurista Cassese ha dichiarato in tv che abbiamo 150 miliardi di euro stanziati dallo Stato e dell’Ue che non riusciamo a spendere. Se riuscissimo a spenderne il 20% in più del previsto sarebbero già 30 miliardi di aumento del Pil. Lo Stato potrebbe incassare più soldi dalle tasse se finalmente si finisse di attuare la digitalizzazione dei dati e fossero incrociate le informazioni del catasto, bancarie, automobilistiche, societarie con le dichiarazioni dei redditi. È quasi tutto pronto ma ancora nessuno è riuscito a schiacciare il pulsantino che fa partire il sistema. Li incassiamo altri 5 miliardi? E se si riuscisse ad abbassare del 5% il peso della burocrazia sulle piccole e medie imprese quanti investimenti si muoverebbero? La burocrazia è una tassa nascosta del 10%. Qualche miliardo di Pil lo guadagneremmo?

I centri di assistenza per i disoccupati non funzionano. Non esiste neanche un censimento nazionale dei posti di lavoro disponibili. Se prima della grande riforma del sistema dell’assistenza ai disoccupati colleghiamo tutti i centri italiani, riusciamo a ottenere un aumento dell’efficienza dell’1%? Quanto fa in Pil? E se facciamo come in Germania, Usa e Francia e in farmacia ti danno le medicine nel numero esatto prescritto dal medico è vero che risparmiamo almeno 2 miliardi di euro all’anno? (È una campagna che da mesi ha lanciato www.peopleforplanet.it).

E se si lanciasse una campagna di informazione che spiega che antibiotici e radiografie è meglio consumarli il meno possibile, quanti malati in meno per eccesso di antibiotici e raggi X avremmo? Quanto si risparmierebbe? E se organizziamo un sistema di sostegno alle nuove imprese con tutoraggio e formazione è vero che potremmo aumentare almeno dell’1% il numero delle imprese che sopravvivono? E quanto risparmierebbe lo Stato se fosse finalmente reso operativo per tutte le spese della pubblica amministrazione un prezziario unico nazionale? E possiamo aumentare un po’ l’efficienza energetica di scuole e ospedali?

Fai le somme, caro Di Maio, e vedi che la rissa con l’Ue dipende solo dal fatto che non si è messo mano ai piccoli miglioramenti ma solo al Grande Cambiamento. Ma non si è mai visto nella storia del mondo che un grande cambiamento avvenisse senza la realizzazione di tanti piccoli cambiamenti. È il successo delle azioni piccole e veloci che dà l’energia per realizzare le grandi imprese. È la filosofia Shanghai, quella del gioco dei bastoncini cinesi. Inizi spostando le bacchette più facili da muovere.

Ti trovi davanti uno come Salvini che è cattivista ma molto bravo a suonare il trombone e la grancassa e mira alla parte irosa e disinformata degli italiani. C’è un solo modo di batterlo: dimostrare, agli italiani che apprezzano i fatti concreti, una capacità artigianale di mettere assieme tanti piccoli miglioramenti che si possono realizzare rapidamente, ottimizzando e puntando sulle molte esperienze positive messe in campo da tanti dipartimenti dello Stato che funzionano.

Dai, su, facci sognare!

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Hai comprato quote di una Bcc? Non avrai indietro i tuoi soldi anche se ne hai diritto

Ven, 11/09/2018 - 17:03

In Italia succedono cose da chiodi. Incredibili. Il governo Renzi ha fatto una legge grazie alla quale se hai investito i tuoi soldi in quote di una Bcc (Banca di credito cooperativo), non puoi più riavere i tuoi soldi indietro. Per fortuna il governo attuale ha congelato il provvedimento fino a gennaio. Il che vuol dire che forse a qualcuno è passato per l’anticamera del cervello che in questo provvedimento c’è qualche cosa che non va…

Ma bisogna muoversi per evitare che si realizzi questo piano diabolico quanto demenziale. Infatti oltre al danno per i soci finanziatori (più di un miliardo di investimenti) c’è la distruzione del valore positivo del credito cooperativo che agisce localmente in sintonia con il territorio. L’idea di partenza non era malvagia: aumentare la solidità delle Bcc, che oggi sono centinaia di piccole banche locali consociate ma autonome. Ma la scelta fatta è stata perversa. Per garantire maggiori solidità alle banche cooperative le accorpano in grandi Spa. E nella legge c’è un articoletto che prevede che i soci non possano avere indietro il denaro investito. La denuncia è partita dal blog sul Fattoquotidiano.it di Vincenzo Imperatore.

Pensavo che sarebbe venuto giù il cielo e che migliaia di risparmiatori cooperativi sarebbero scesi in piazza. Invece c’è stata una reazione pari a zero. C’è da sperare che Di Maio riesca a bloccare questo abuso. E magari rovesciare la situazione. Infatti le Bcc sono un grande patrimonio di cultura ed economia. Il credito cooperativo è da sempre stato uno strumento che ha sostenuto le piccole imprese. Una banca locale, fatta da gente che conosce le persone… Trasformarle in grandi Spa centralizzate vorrebbe dire buttar via questo patrimonio di relazioni e conoscenza. Ma perché? Possibile che non ci sia modo di rendere le Bcc più solide senza fare la frittata? Imperatore ci spiega che in effetti in altri Paesi europei hanno trovato soluzioni che rafforzano la solidità bancaria e contemporaneamente non snaturano il credito cooperativo locale e non vaporizzano l’investimento dei soci finanziatori.

La storia di questa leggina che frega i finanziatori del credito cooperativo racconta molto dell’Italia e dei suoi problemi. Siamo subissati di chiacchiere televisive sul gossip della politica e si parla raramente dei grandi meccanismi che ci fottono. In Italia la prescrizione è una vergogna. Ma anche il fatto che non ci siano leggi che puniscano la truffa e chi non paga i debiti. Ma su questo si tace e i telecittadini sono convinti che chi truffa possa finire in galera. Poveri fessi!

Si chiacchiera dell’evasione fiscale dell’idraulico e niente si dice sui grandi evasori e sui meccanismi legali per nascondere centinaia di miliardi, si strepita sulla crudeltà dell’Unione europea ma si sorvola sul fatto che perdiamo il 55% dei finanziamenti europei, si piange sulla disoccupazione e sui neri che ci rubano il lavoro ma si sorvola sul fatto che, secondo persone ben informate come Cassese, ci sono 150 miliardi di investimenti pubblici bloccati.

Si parla invece molto di burocrazia ma poi nessuno spiega come intende affrontare questa che, come Renzi diceva giustamente, è la madre di tutte le battaglie, peccato che poi abbia deciso di schiantarsi in altre battaglie. Ed è dall’alluvione di Firenze di 52 anni fa che sento tutti ripetere che bisogna mettere in sicurezza il territorio. È il miracolo dell’italiano medio, disinformato e smemorato. Così Salvini può parlare come se la Lega non fosse mai stata al governo a fare promesse mai mantenute e a votare leggi salvaladri.

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Riuscirà Di Maio a salvare 20 miliardi che rischiamo di buttare via?

Mer, 10/24/2018 - 11:13

Più di 20mila milioni di euro dell’Unione europea, destinati a noi italiani sono in pericolo. Se non riusciamo a spenderli entro il 2020 se li beccheranno i portoghesi, i tedeschi, gli spagnoli, cioè i Paesi europei che riescono a compiere il miracolo di spendere la quota di denaro che l’Ue assegna loro. Nel passato recente abbiamo perso circa il 45% dei fondi europei. Prima la situazione era peggiore. Pensa a Berlusconi, Prodi, D’Alema, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, che dicono alla loro mamma:

– Ho perso un baule pieno di banconote…
– Ma caro, come hai fatto?
– Non so ero lì e mi è sgusciato via!
– Figlio mio, un’altra volta devi stare più attento!

Cavolo! Se fosse capitato a me di perdere un baule di euro mia madre mi pelava vivo! Sono fortunati questi ragazzi! Loro se la sono cavata facile: “Mamma non è colpa mia! È l’Europa che è stata cattiva! Mamma, ma ti pare giusto che i soldi che non riusciamo a spendere se li riprendano?”. Tanto per rendersi conto di quanto siano 20 miliardi: corrispondono a più di quel che il governo sta per investire nel reddito di cittadinanza e per le pensioni anticipate. E questi 20 miliardi sono solo una frazione di quello che potremmo spendere.

I fondi strutturali, tra soldi italiani ed europei ammontano a 73,67 miliardi. Sono stati stanziati nel 2014 ma finora ne sono stati spesi circa 2,5. Cioè, mentre milioni di persone erano senza lavoro e l’economia languiva avevamo in tasca più di 71 miliardi che si riposavano. Fonti vicine ai governi precedenti spiegano: “Erano stanchi morti per il viaggio da Bruxelles a Roma! Poverini…”

Non lo trovi allucinante? Per questo danno epocale non possiamo neanche dare la colpa alla disonestà. Avrebbero avuto tutto l’interesse a riuscire a spenderli: avrebbero fatto una bella figura! Se fossero stati ladri efficienti li spendevano e così riuscivano a papparsene un po’. Se i soldi li restituisci vuol dire che non sei riuscito neanche a rubarli! Quindi, almeno in questo caso, la disonestà non c’entra. Non sono stati ladri, sono stati incapaci! E sarebbe ora di rendersi conto che in Italia gli incapaci fanno più danni dei disonesti.

Ma preparati perché adesso te ne dico una grossa. Giorni fa ero ad Agorà insieme a Sabino Cassese – grande giurista, giudice emerito della Corte costituzionale – e di fronte alle telecamere gli ho chiesto se secondo lui è vero che ci sono 71 miliardi che non riusciamo a spendere. Mi ha risposto: sbagliato! Sono 150 miliardi! CENTOCINQUANTA MILIARDI?!? Evidentemente lui calcola tutta una serie di rivoli di denaro di Regioni, Province, Comuni, enti vari, che a prima vista sfuggono all’osservazione.

Abbiamo milioni di poveri e di disoccupati e non spendiamo 150 miliardi di euro? Mi dispiace dirtelo così tutto in un colpo. E spero che ti incazzi! Se poi ragioniamo su come quel che viene speso contribuisca veramente alla ricchezza dell’Italia c’è da farsi rizzare i capelli! Di sicuro i finanziamenti alle imprese in molti casi non arrivano a chi ha le idee migliori e maggiori capacità di realizzarle ma a chi ha il commercialista più furbo.

La difficoltà nell’ottenere un finanziamento pubblico è leggendaria come il proliferare di realizzazioni demenziali, delle quali il simbolo supremo è lo stadio per il polo di Giarre: una struttura che doveva ospitare 7mila spettatori e che non fu mai ultimata. Anche perché il progetto fu affidato a un architetto con gravi problemi geometrici che ha costruito le gradinate talmente ripide che se uno scivola precipita e quindi il manufatto è stato sequestrato perché costituisce una minaccia alla salute pubblica. Insieme all’associazione Incompiuto Siciliano in questo stadio incompiuto abbiamo organizzato una partita a polo, con un gruppo di disoccupati che facevano i cavalli. E che dire della burocrazia demenziale che blocca un altro fiume di soldi di privati? Migliaia di progetti impantanati.

Trovo il bla bla televisivo assurdo. Torrenti impazziti di parole sull’ultimo twitter, sul punteggio della partita tra M5s e Lega, su quanto l’Europa è malvagia, sul pericolo immigrazione, gli speculatori finanziari, sulle minacce dell’Ue e sui decimali dell’indebitamento di Stato rispetto al Pil. Quando sentirai di nuovo queste chiacchiere ricordati che sono armi di distrazione di massa. Se spendessimo il denaro che abbiamo in tasca il Pil aumenterebbe del 10% e tutte le storie sui decimali di indebitamento sparirebbero. Stanno evitando di dirti che siamo pieni di soldi e li lasciamo marcire o li buttiamo al cesso.

Il nostro problema sono gli incapaci e la burocrazia. Ed è questa la scommessa più grande che Di Maio ha di fronte! Essere lui il principe azzurro che bacia il bel tesoro addormentato nel bosco.

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Storia eretica: le Colonne d’Ercole, Atlante, il centro del mondo e la Sardegna

Dom, 09/30/2018 - 12:23

Tanti anni fa Sergio Frau, che allora era un reporter di Repubblica, si fece una domanda che gli sconvolse la vita. Si era accorto di un particolare evidente: nelle narrazioni antiche, il fondale marino intorno alle Colonne d’Ercole è sempre descritto come poco profondo, tanto che le navi correvano il rischio di arenarsi. Come è possibile mettere d’accordo questo fatto con la localizzazione delle Colonne d’Ercole nello stretto di Gibilterra dove il mare è al contrario molto profondo? Non è che la localizzazione è sbagliata?

Frau inizia così una decennale raccolta di informazioni. E scopre che tra la Sicilia e la Tunisia ci sono in effetti due isole, Malta e Gozo dove ai tempi della Magna Grecia, era vivo il culto di Ercole, come a Gela del resto. Platone dice che oltre le Colonne si apriva il “Grande mare”. E a ben guardare queste isole erano il confine tra il Mediterraneo orientale (soprattutto greco), facile da navigare perché cosparso di isole e porti sicuri, e il Mediterraneo occidentale (fenicio-punico) dove, fino alla Spagna, c’è solo mare, un nulla spaventoso per gli antichi velieri.

E Platone racconta anche che superate le Colonne, andando verso nord si incontra Atlantide, un’isola grande, dalla forma squadrata. Potrebbe essere la Sardegna con la sua forma rettangolare?
Ma Frau non si ferma all’ipotesi di aver trovato la vera localizzazione dell’isola mito. Non gli basta, si lancia a rivisitare le leggende distruggendo i malintesi che le avevano criptate e rese incomprensibili. Sì, perché il mito di Atlantide è solo un mito… Ma sotto potrebbe esserci una storia ben più reale e potente, deformata dal fantasticare dei narratori.

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L’isola di Atlante e in effetti è una leggenda ben più antica di Atlantide, un mito diffuso quanto quello del diluvio universale, raccontato con varie sfumature presso molte culture e poi trascritto, dal Gilgamesh alla Bibbia. E a ben guardare l’isola di Atlantide ha assonanza con la storia di Atlante che poggia i piedi sul centro del mondo e regge sulle spalle la volta celeste. Atlantide è una leggenda più giovane. Mischia Atlante con un luogo mitico, che sta al centro del mondo e dal quale proviene ogni sorta di conoscenza e ricchezza. In Oriente il simbolo di questa terra è il loto, circondato dall’acqua, é sempre un’isola. Un’isola dove tutto è iniziato. Un’isola al centro del mondo. E Frau prende il righello e misura, sul 40° parallelo nord, la distanza tra il centro della Sardegna e la costa occidentale degli Stati Uniti e verso oriente tra la Sardegna e le coste del Giappone. E scopre che sta giusto in mezzo alle terre conosciute. Oggi. Qualcuno obietterà: “Ma mica si può sostenere che allora avessero già misurato oceani e terre emerse…”

Sì, però è curioso il fatto in sé. E a ben guardare scopriamo che la Sardegna, era molto famosa nell’antichità. Era ricca di ossidiana, metalli e pietre rare, famosa in tutto il Mediterraneo per la potenza delle sue navi, e la durezza dei suoi soldati, citati perfino nei testi egizi come mercenari, alleati e a volte pirati che depredavano le coste. I sardi, sono elencati dagli egizi insieme ai popoli del mare. E che dire delle tracce che troviamo di migliaia di nuraghe con grandi torri, altissime, non solo lungo le coste dell’isola, ma, tantissimi, anche all’interno, un tessuto minuzioso che non poteva avere come scopo solo la difesa… C’è da sospettare che fossero piuttosto gli snodi di una rete di comunicazione, di torre in torre, con fuochi di notte e fumo e specchi di giorno. Uno sforzo architettonico spaventoso che sottintende l’esistenza di una società fiorente e molto ben organizzata.

Era un grande centro economico, politico e militare 3.500 anni fa… E queste diverse storie del centro del mondo e della ricca Sardegna si mischiano con le leggende sulla furia delle acque alla quale sfugge Noè e altre leggende di distruzioni marine che si tramandano in tutto il mondo. E allora a Frau viene in mente un’altra domanda: ci fu in Sardegna un cataclisma venuto dal mare?
Inizia a interpellare studiosi di geologia, terrestre e marina, ricercatori che hanno mappato la Sardegna con i droni. E scopre che esistono oggi decine e decine di nuraghe che sono evidentemente stati sommersi dai detriti portati da un immenso tsunami, intorno al 1.175 a. C., tremila anni fa.

Un’onda spaventosa sommerge tutto per decine di chilometri, una strage apocalittica. Un trauma devastante per una civiltà di marinai, abituati a vivere sulle coste che rompono il loro patto col mare, si ritirano sulle colline e da marinai diventano agricoltori e pastori. Da allora i sardi, che erano popoli del mare, dimenticano di costruire ancora grandi navi con bellissime vele e di lì in poi costruiscono solo piccoli pescherecci.

Uno tsunami che ha travolto non solo la Sardegna ma anche le coste toscane. E anche qui la gente si ritira sulle colline d’Italia, fugge dal mare. Ma continua a raccontare storie marinare e a dipingere il luogo dove tutto ha inizio e fine come un’isola intorno alla quale danzano i delfini. Anche loro realizzano bronzetti e condividono con i sardi le decorazioni degli abiti delle donne. Anche loro costruiscono con pietre grandi incastrate a secco.

Insomma: dovremo riscrivere un po’ di pagine di storia e ammettere che la Sardegna fu uno dei motori dello sviluppo della civiltà antica. Riflettendo su questo mi sono ricordato di un altro particolare. Per millenni i Sardi hanno inflitto sonore sconfitte ad armati che tentavano di conquistare il centro dell’isola. Un territorio dove la resistenza agli invasori è stata veramente tenace.
Non si era mai capito come facessero i Sardi a battere questi cavalieri.

La verità si è scoperta poco dopo che i carabinieri hanno sostituito i cavalli con i fuoristrada per pattugliare la Barbagia. Al museo di Sassari è esposto un tirimpanu. Una specie di tamburo realizzato con un complesso procedimento a partire da una pelle di cane morto di fame. Questo tamburo non si percuote. Si suona facendo andare su e giù un crine di cavallo infilato in un buco sottilissimo al centro della pelle tesa al massimo. In effetti non emette alcun suono. Per le nostre orecchie. Però fa impazzire i cavalli. I sardi conoscevano da tempo immemorabile, probabilmente, la prima e forse unica arma sonica antica. E per tempi immemorabili hanno saputo tenere il segreto. Se non è mitico questo. In quella Barbagia mai conquistata dai Romani, si trova il parlare latino più strano del mondo. Tanto che Frau, nel suo libro/inchiesta Omphalos, il primo centro del mondo, lo crede il primissimo latino.

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“Perché tutti vogliono salvare queste profughe?”. La gara di solidarietà dopo lo “sbarco” delle norvegesi. La satira di Jacopo Fo

Lun, 09/17/2018 - 16:04

“A pochi chilometri dalla costa di Cesenatico è stato tratto in salvo un gommone di povere profughe norvegesi, vediamo il servizio”. Un Jacopo Fo in versione reporter introduce così un video di satira sociale, realizzato da People for Planet, in cui, al posto dei profughi provenienti dall’Africa, c’è un gruppo di extracomunitarie norvegesi.

“Come possiamo parlare alle persone che sono convinte che il primo problema dell’Italia siano i profughi extracomunitari neri?” Si chiede lo stesso Jacopo Fo: “Hai voglia a dirgli che forse la nostra emergenza sono le mafie, la burocrazia, la lentezza della giustizia, la corruzione e la stupidità. Hanno la mente chiusa come il cuore. Basta leggere certi post che inondano lo spazio dei commenti agli articoli che forniscono numeri indiscutibili e che fanno appello alla solidarietà umana e al buon senso”.

E, continua: “per cercare di sciogliere i blocchi emotivi che stanno dietro questa cultura della paura non ci resta che usare l’antica arma del ribaltone comico e smascherare così il razzismo, a volte inconscio, che alimenta questa cultura. E allora proviamo a cambiare l’immagine dei gommoni e mettiamoci sopra delle povere extracomunitarie di un’altra razza: le norvegesi. La Norvegia in effetti è fuori dall’Unione Europea, quindi sono extracomunitarie… La speranza è quella di riuscire a far riflettere per un istante sui preconcetti: se fossero belle, bionde e in bikini le vorremmo?” Poi l’appello finale: “Aiutaci a far circolare questo video! Una risata forse li porterà a farsi qualche domanda”.

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