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Aggiornato: 24 min 30 sec fa

Savona prima città europea con certificazione LEED

Mer, 06/13/2018 - 09:09

(Ecquologia.com) – Sono passati oltre quattro anni da quando avevo dato conto delle attività di ricerca nell’ambito delle nuove reti intelligenti (smart grids, microgrids) che vedevano Savona, città laboratorio per lo sviluppo del primo esempio di microrete energetica intelligente italiana, con la messa a punto di “Smart Polygeneration Microgrid” (SPM), un vero e proprio cantiere laboratorio in ottica smart city, da replicare su scala più ampia in futuro, condotto dall’Università di Genova e da Siemens nel campus universitario.
Una esperienza importante quella avviata oramai quasi 5 anni fa, che ha permesso oggi a Savona di essere la prima città certificata LEED in Europa.

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Ristrutturare green: soluzioni, materiali, risparmi

Mer, 06/13/2018 - 03:48

Ristrutturare casa e renderla un ambiente più sano, più confortevole, più attento all’ambiente e riuscire a risparmiare consumi elettrici e di gas sappiamo che si può fare. Ci sono soluzioni progettuali, ci sono materiali, impianti e sistemi che consentono di migliorare le performance di un edificio riducendo consumi ed impatti.

Gli edifici residenziali in Europa sono caratterizzati da una domanda media di circa 140 kWh per metro quadro l’anno per il riscaldamento; per la fornitura di acqua calda ne servono in media 25 e altri 20 kWh per il raffrescamento estivo. In Italia, per esempio, dove i consumi si allineano alla media europea, il costo medio per il riscaldamento e l’acqua calda sanitaria per un appartamento di 70 metri quadri si aggira intorno a 1.400 euro l’anno. Secondo i calcoli dei ricercatori, questa spesa potrebbe essere ridotta dal 50% al 70% con interventi sull’involucro, sulle finestre e sugli impianti termici.

In Italia le nostre abitazioni fanno parte di un patrimonio edilizio per lo più datato e con un fabbisogno energetico alto; buona parte di questa energia è termica e, in quanto tale, è soggetta a dispersione verso l’esterno. Le perdite, negli edifici non nuovi o non adeguatamente progettati e realizzati, si possono avere infatti dalle parti finestrate, dall’areazione, dalle pareti esterne, dal tetto o solaio dell’ultimo piano, dalle eventuali cantine/garage e anche dalla caldaia.
Per cui, tutti gli interventi che riguardano l’isolamento e la ventilazione, dalla semplice sostituzione di una vecchia caldaia ai cosiddetti “cappotti” termici, ai tetti ventilati, alla sostituzione degli infissi, per dirne alcuni, possono contribuire in maniera significativa a ridurre queste dispersioni.

Ma anche l’installazione di pannelli solari e fotovoltaici per l’approvvigionamento energetico, la messa in opera di sistemi che contribuiscono a limitare il consumo idrico (con sistemi di recupero delle acque piovane e coi riduttori di flusso per l’acqua potabile, per fare due esempi), l’incremento della quota di verde per ridurre anche l’effetto isola di calore, sono tutti interventi che non fanno solo bene all’ambiente, ma sono alla base di un miglioramento termico e acustico, di un minor impatto (sull’ambiente e sui costi) e di un maggior confort e salubrità degli ambienti.

Molti di questi interventi possono essere portati in detrazione Irpef (Bonus ristrutturazione, Ecobonus, Bonus mobili, Bonus verde), con percentuali diverse a seconda della tipologia e a seconda che riguardino singole unità immobiliari o parti comuni di condomini, per tutto l’anno in corso, alcuni per orizzonti temporali anche più ampi. Per maggiori informazioni su tutte le agevolazioni fiscali in vigore vedi Detrazioni fiscali in campo energetico-edilizio per il 2018: tutto quello che occorre sapere che le elenca e le riassume.

Ad Andrea Lai, della Commissione tecnica di Big Mat Italia, abbiamo posto una serie di domande per capire quali sono gli interventi che possiamo realizzare e quali sono i migliori materiali in relazione alla salubrità, al risparmio energetico e ai costi.

1- Devo ristrutturare casa, da dove posso partire per sanificare gli ambienti e ridurre al minimo le perdite e la dispersione di calore, scegliendo prodotti e tecniche effettivamente ecocompatibili?

Rinfrescare o sanificare gli ambienti domestici si può fare, verniciando con prodotti idonei: prodotti in possesso di certificazioni di enti terzi che non siano semplici auto-certificazioni su schede tecniche. Ci sono anche prodotti più specifici appositamente pensati per evitare il ritorno di muffe e la proliferazione di batteri, un po’ più costosi, ma utili anche nel caso di intolleranze e allergie. Ma aprire cinque minuti le finestre, caso mai non in orario di traffico se si vive in città, è sicuramente una buona regola, come l’igiene domestica in generale. 

Se si vogliono scegliere prodotti che siano completamente ecocompatibili, per esempio per la verniciatura del legno o per pitture murarie, bisogna accertarsi che non contengano emissioni di sostanze organiche volatili nocive (VOC-Composti organici volatili) o altre sostanze tossiche come la formaldeide, che, oltre a danneggiare l’ambiente, possono causare irritazioni o allergie.

Gli interventi che riguardano il calore, da trattenere in inverno e respingere in estate, dipendono dall’appartamento. Il primo intervento da farsi per ottenere buoni risultati è verso il tetto: è quello più esposto al variare della temperatura e quindi è la prima causa di dispersione. Per il suo rifacimento ci sono tecniche e materiali che lo possono rendere traspirante e ventilato; l’uso diffuso del legno, o di pannelli isolanti in materiali fatti di fibre naturali, lo rendono efficiente sia in estate che in inverno.
Purtroppo i prodotti più diffusi sono quelli meno efficaci e meno ecologici: polistireni, poliuretani (schiume che isolano trattenendo aria ferma); funzionano bene con il freddo, rispondono al comando “non far uscire il caldo”; ma basta entrare in una roulotte lasciata al sole di agosto per capire che non va altrettanto bene con i periodi caldi.
Sono isolanti senza massa, poco permeabili al vapore: non si oppongono all’ingresso del caldo estivo (sfasamento termico, ovvero per quanto tempo ci batte il sole) e una volta entrato, non lo fanno uscire. Costa più energia raffreddare che riscaldare, unico vantaggio è che costano poco.

Se non si abita direttamente sotto il tetto, gli interventi prioritari in termini di efficacia sono il cappotto esterno o interno: tra i due, meglio il primo, perché evita pericolosi “ponti termici”. Ma se è una facciata in pietra a vista, vincolata o in un condominio dove gli altri non vogliono intervenire, allora è preferibile lavorare sul cappotto interno (dando priorità alla facciata a nord, che evita le muffe). Anche qui ci sono accortezze da rispettare: nessuna casa è uguale ad un’altra, va analizzato il caso mettendo assieme più competenze, anche quella di chi ci abita.
Fare dei preventivi aiuta a capire dove concentrare l‘investimento: la casa è un bene durevole, va valutato l’intervento che manterrà la maggiore efficienza possibile e che durerà nel tempo.

2- Come posso valutare in maniera obiettiva se mi conviene o meno, dal punto di vista economico, l’installazione di pannelli solari e soprattutto fotovoltaici?

Questo è ancora più difficile: da Comune a Comune possono variare i regolamenti, dipende dall’esposizione dell’impianto (ottimale rivolto al sud); la corrente in eccesso può essere venduta, ma ci si deve rivolgere a ditte specializzate. L’Agenzia Fiorentina per L’Energia è uno sportello pubblico di consulenza, di riferimento per la Regione Toscana, con tecnici e strumenti di rilevazione che possono dare una mano. http://www.firenzenergia.it/afe/index.php. [NdR: questo per chi abita in Toscana, ma in generale le Agenzie per l’Energia sono presenti anche in molte altre Regioni o Province italiane].

3. Quali sono i materiali eco compatibili che maggiormente incidono sulla dispersione termica degli ambienti domestici?

Quelli in fibra: migliore la fibra di legno, le nuove lane minerali (vetro e cellulosa) senza formaldeide, quelle in lana di roccia. Hanno massa, sia per il tetto che per la parete esterna; traspiranti davvero, smaltiscono il vapore (ovvero umidità e calore) rapidamente verso l’esterno di notte, rendendo pienamente efficiente l’isolante per la mattina dopo. Se questo non avviene (vedi le schiume di cui sopra) è come avere un bicchiere mezzo pieno, che non sarà in grado di ricevere la stessa quantità di calore dalla nuova giornata, non avendolo smaltita: immaginando il calore come un fluido, a “bicchiere pieno” oltrepassa la “barricata isolante”.

4. Quali sono i materiali eco compatibili che maggiormente incidono sulla salubrità e confort degli ambienti?

Quelli che non rilasciano V.O.C. (le sostanze volatili nocive), o almeno, che lo fanno solo nei primi giorni del cantiere. Queste sostanze sono principalmente i solventi delle colle (formaldeide), ma posso abitare anche in prodotti all’acqua. Anzi, per evitare che questa marcisca nei barattoli, il prodotto all’acqua può contenere più sostanze chimiche di un prodotto a solventi. Sono i mobili, le stoffe e le pitture, principalmente, a contenerle. Possono causare irritazioni o allergie, per evitarli si devono controllare le schede tecniche dei prodotti ed assicurarsi che non siano presenti.

5- Entriamo più nel merito: come posso controllare che i materiali che vengono usati, siano davvero eco- compatibili e abbiano le prestazioni richieste? Quali sono le certificazioni in questi ambiti? Parliamo di isolanti, di vernici, di malte, di resine, ecc.

Vanno cercati prodotti certificati da organismi internazionali (GEV, Blau Angel, Ecolabel) o di settore (ANAB), non è sufficiente che siano a norma CE.
Se non sono a norma CE, non possono essere commercializzati; ma la norma europea definisce dei limiti di tossicità consentiti, armonizzati con altri regolamenti, e non è questo marchio la “garanzia” per l’ecompatibilità. Per esempio, un prodotto a base di calce idraulica naturale da utilizzare su di un monumento storico, dovendo rispettare la norma sulle costruzioni (Genio Civile), dovrà raggiungere resistenze meccaniche determinate entro 30 giorni e viene “chimicamente corretto” proprio per rispettare la norma. In questo modo non sarà più un prodotto di bio edilizia, ovvero semplicemente così come esce dal forno di cottura delle pietre.
Ma correggere la natura è sempre negativo? Vediamo con un esempio: la chimica organica degli additivi per il mondo del cemento (derivati dal petrolio) non funziona nel mondo della calce NHL (Natural Hydraulic Lime), per cui vengono utilizzati additivi minerali (caolino, bauxite…) per raggiungere i valori richiesti dalla normativa, che rendono maggiormente durevole nel tempo il manufatto. Dato che l’organico deperisce (calore, raggi UV, tempo: decompongono ciò che è di origine vitale), alla fine i prodotti in cemento saranno meno prestazionali di quelli a base calce. Intervenire sul “naturale” con chimiche “naturali” è una strada vincente: ciò che sembra un limite diventa una miglioria del prodotto.

Il metro di misura per eccellenza della sostenibilità di un prodotto è la sua Carbon Footprint, letteralmente l’impronta (il peso) di CO2 prodotta nell’intera vita di un prodotto, dalla sua nascita al suo smaltimento. Questa carta di identità (LCA Life Cycle Assessment) è recepita dalla ISO 14040 (il riferimento normativo internazionale per l’esecuzione degli studi di LCA): non uso l’inglese a caso… altri Paesi sono avanti in questo campo. Provare a chiedere una LCA ad un produttore, come conferma. Un certificato europeo costa dai 20.000 euro ai 60.000 euro: per cui potete immaginare che, per quanto degli strumenti oggi ci siano, non e’ un mondo facile.

6- Come trovo i prodotti con LCA che attesti un basso impatto ambientale? Che etichettatura hanno? E’  l’EPD-Environmental Performance Declaration l’etichettatura che attesta un LCA a basso impatto?

Ci sono aziende aperte ai mercati internazionali, quindi munite di EPD (dichiarazione ambientale di prodotto). Sono strumenti complessi, necessari ai sistemi internazionali di valutazione dei progetti, come LEED oppure BREEAM-CAM, utilizzati dagli architetti per ottenere punteggio in gare di appalto. Se un’azienda ne possiede in quantità, significa che i processi produttivi sono affidabili e certi. Direi che è una prova indiretta della qualità di un produttore. La casa è un sistema complesso, non è adatta ad essere affrontata in solitaria: costruire una squadra di competenze che aiutino nella scelta, dà la garanzia finale di qualità.

7- Come riconosco una ditta che effettua interventi e fornisce materiali effettivamente eco- compatibili?

Dalle certificazioni che si sono richiamate, ma prima di tutto dai prodotti che effettivamente presenta e poi fattura, perché la fattura dovrà essere poi corredata dalle schede tecniche e dalle certificazioni necessarie. Questo per la sicurezza dei materiali scelti, per l’esatta quantificazione del valore di quanto fornito, ma anche per accedere alle agevolazioni fiscali. Il resto sono parole e falsi risparmi: il cerino acceso rimane a noi.

8- Quali interventi nell’ambito della domotica, senza incidere troppo sui costi, possono essere strategici per ottimizzare davvero i consumi?

Non è proprio il mio campo, ma approfitto per esprimere un punto di vista “ecologico”, che forse non sempre è chiaro e consapevole. Vendo finestre da tetto e se non si arriva a manovrarle con il braccio, le consigliamo elettriche. Qualcuno comprerebbe ancora un’auto con tergicristalli non elettrici?
Ma la riflessione è sul lavoro, contenuto negli oggetti. Che sia un co-robot di Industria 4.0, o il motore elettrico di una finestra, o un contadino che lavora la terra, dobbiamo avere rispetto e consapevolezza del valore del lavoro che gli oggetti contengono. L’ecologia è il rispetto delle relazioni tra le cose, le persone, la natura. E’ equilibrio, conoscenza e riconoscenza: nel tempo lungo, da dove viene e dove sta andando (economia circolare).
Per un sistema complesso come un’abitazione, non possiamo semplificare: è la collaborazione tra le diverse competenze che produce qualità.

9- Quanta differenza c’è oggi tra i costi di una ristrutturazione eco compatibile rispetto ad una non eco compatibile? In quanto si ripaga in media un investimento superiore?

Prima di tutto occorre partire dall’analisi dei problemi e quindi dall’analisi dei costi. Il costo “giusto” è quello della spesa fatta una sola volta, senza dover riaprire il portafoglio poco dopo.
Le strutture in legno hanno un costo del 6% maggiore di una edilizia tradizionale: ma i tempi di costruzione sono più veloci, il progetto esecutivo -e in esso il quadro economico -è certo (la si monta ad incastro, pezzo per pezzo), non ci sono quindi sbalzi di preventivo. E la manutenzione è sicuramente a minor costo nel tempo.
Casa Spa a Firenze (l’ex Istituto Autonomo Case Popolari), per fare un esempio, ne ha progettata una di sei piani, completamente in legno: costruita e verificata; contiene strumenti di analisi delle condense interstiziali, le quali potrebbero nel tempo rovinare la struttura. Gli strumenti utilizzati sono stati messi a punto con l’Università di Firenze: si tratta di numerose tipologie di sensori che innovano  la gestione dello stabile diminuendo significativamente i costi di gestione e manutenzione.

 

 

Immagini: Visioni di casa ecologiche e abitazioni sostenibili di Michele Sbicca

 

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Dalla banalità del male alla banalità del mare

Mer, 06/13/2018 - 03:35

“La Spagna dice NO e va tutto bene. La Francia dice NO e andiamo alla grande. Malta dice NO e ci sembra sensato. La Germania dice NO e ci prostriamo. L’Italia dice NO e siamo tutti fascisti e razzisti di merda.
Come funziona? Che pena questi che si agitano intorno a questa vicenda della nave Aquarius cercando lo sciacallaggio mediatico mentre l’Italia sta facendo quello che fanno sempre gli altri paesi a partire da Malta che ad aprire il suo porto non ci pensa minimamente.
Primo: la nave che ospita queste persone non sta affondando, ma una nave super attrezzata e funzionale dove nessuno sta rischiando di morire.
Secondo: sono allibito perché le persone che ora strombazzano in tv sono le stesse che non hanno mai protestato contro  la Francia e tutti i paesi europei quando chiudono porti e frontiere; mai un fiato.
Terzo: l’Italia non può più essere il campo profughi della Merkel, dell’europeista Emmanuel Macron o del premier spagnolo Pedro Sanchez. Fatevene una ragione.”

Le parole sono di Paolo Ferrara, statista e ideologo di punta del M5S e hanno raggiunto oltre i 32.000 like e le 33.000 condivisioni su Facebook. Al di là delle manchevolezze ortografiche, stupisce l’assenza di numeri e dati reali, come ci si aspetterebbe da uno statista.

Questo il cruscotto giornaliero fornito dal sito del Ministero degli interni italiano, non certo dal sito di una ONG o della Germania, sulla situazione dei migranti sbarcati in Italia. I numeri sono aggiornati all’11 giugno 2018, data di pubblicazione del post su Facebook da parte di Ferrara:

Come si evince dai grafici, l’Italia non è affatto un campo profughi, men che meno di Pedro Sanchez, premier da soli 10 giorni che si è fatto carico di accogliere i 629 migranti a bordo della nave Aquarius. Si sa, l’esito di una storia – sia essa d’amore o di politica – dipende molto dalle decisioni prese durante la fase iniziale. E quando una storia finisce, è dell’inizio e della fine che si conservano i ricordi più vividi.

Quale sarà il ricordo finale che ci lascerà questo Governo non è dato a sapersi, ma probabilmente come prima azione politica ci saremmo aspettati l’abolizione dei vitalizi, l’introduzione del reddito di cittadinanza o l’abrogazione – divenuta all’indomani della campagna elettorale rinominata “riformulazione” –  della legge Fornero.

Pedro Sanchez ha dato un chiaro segnale della sua logica solidarista rispetto alla logica sovranista del predecessore Mariano Rajoy e di Matteo Salvini, ma non potrà accogliere tutte le navi future.

Salvini, da parte sua, agendo pubblicamente e trasformando la nave in un palcoscenico, circondata da motovedette con i rifornimenti di cibo e la garanzia di evacuare donne incinte e feriti in caso di emergenza, dichiara di avere conseguito la “prima VITTORIA” e di avere fatto in una settimana più di quanto abbia fatto la sinistra in sette anni.

Dunque il problema rimane.

Tanto più che ci vuole una buona dose di insipienza, o di malafede, per pensare che la chiusura ai migranti riguardi soltanto Salvini.

Il Ministro responsabile della chiusura dei porti è Danilo Toninelli. Interpellato la sera dell’11 giugno da Enrico Mentana, ha esordito dicendo “penso di aver dimostrato che abbiamo dimostrato una grande serietà”.
Luigi Di Maio ha chiamato le barche con i migranti “taxi di mare”.
Giuseppe Conte non dà segno di volere assumere una sua leadership particolare, e non è detto che il Ministro Giovanni Tria avrà la forza politica di tenere fede alle tesi sostenute nell’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, quando ha parzialmente sconfessato il contratto Lega-M5S in favore di una condotta più prudente in ambito italiano e nei rapporti con la Ue.

La criminalizzazione delle ONG

Nel 2014 la città di Lampedusa fu candidata al Nobel per la pace. Gli sforzi delle autorità, delle ONG e dei cittadini volontari erano motivo di orgoglio per tutti, a eccezione degli xenofobi. Oggi le ONG sono viste con sospetto o addirittura criminalizzate dall’opinione pubblica.

Il “codice di condotta” che nel 2017 l’allora Ministro degli esteri Marco Minnitti impose alle ONG e l’inchiesta voluta dal dott. Carmelo Zuccaro non hanno fatto che acuire il sentimento di malfidenza nei confronti delle ONG, ree, secondo Zuccaro, di “destabilizzazione dell’economia italiana” e di essere finanziate ora dai trafficanti ora dai “nemici economici dell’Italia”. Tutte ipotesi mai confutate, perché le fonti e i dati forniti “con certezza” non sono processualmente utilizzabili. Le indagini, tutt’ora in corso, non hanno mai accreditato le annunciazioni enfatiche di Zuccaro.

Ad oggi nulla risulta a carico delle ONG e la Guardia Costiera Italiana ha ribadito che le ONG non costituiscono un fattore di attrazione per traffici illeciti, ma il cortocircuito mediatico è ormai inarrestabile e le donazioni a favore delle ONG calano del 20%.

Come si è giunti a confondere gli scafisti con i soccorritori di mare, gli operatori di terra e le persone che cercano di mantenere viva la vocazione di un mare che accoglie persone vive anziché morte, è materia che esula le competenze giornalistiche. Pertiene piuttosto alla sociologia, all’antropologia. O forse al marketing.

Chissà che un domani i sindaci di Napoli, Messina, Palermo e Reggio Calabria vengano accusati di traffico di persone per avere dato la disponibilità di attracco alla nave Aquarius.

Quella della “voce grossa” è una strategia debole 

Appurato che l’organizzazione delle cooperative e degli strumenti di pronto soccorso andrebbero migliorati per evitare che la mala condotta dei pochi intacchi l’operato e la credibilità dei più, è così ingenuo pensare che gli investimenti maggiori, in termini di diplomazia e di risorse europee, non soltanto italiane, dovrebbero mirare alla risoluzione dei conflitti e a un sistema di accoglienza che guardi oltre l’emergenza della singola barca?

Un cittadino africano che volesse migrare in Europa per lavorare, senza scappare da alcunché (è una colpa?) non può più farlo legalmente.

Per chi proviene dall’Africa, migrare regolarmente è diventata un’impresa pressoché impossibile.

Non esiste alternativa alla clandestinità perché non esistono canali legali per migrare, né corridori umanitari per i profughi.

L’isolamento dei migranti bloccati su Aquarius non apparirebbe così simbolico se non sapessimo che in futuro ci saranno altre Aquarius e di mezzo ci sarà sempre il mare, elemento che attrae e respinge la capacità di meraviglia e il senso di mistero che accompagna la vita degli uomini, tutti.

Stavolta l’Italia ha fatto la voce grossa con l’Ue e ha “funzionato”. Ma la strategia della voce grossa funziona se dall’altra parte si ha qualcuno molto ragionevole, o molto spaventato.

Non è un’Europa spaventata che sognavamo. Di spaventoso c’è già il mare di notte.

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Lo giuro, non è una canna vera! (VIDEO)

Mer, 06/13/2018 - 03:05
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Canapa light, ecco come è nato il fenomeno dell’erba che non “sballa”

Canapa legale: cosa dice la circolare del Ministero sulla cannabis

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La vera storia della mucca Penka

Mar, 06/12/2018 - 10:50

La mucca Penka stava al pascolo, bella e placida brucava l’erba.

Bruca che ti bruca, seguendo un’immaginaria linea di erba dolce e fresca si allontanava sempre più dalla sua fattoria in Bulgaria. A un certo punto la mucca Penka alza la testa dal suo brucare e si accorge di essere in un prato che mai aveva brucato. In Serbia.
Insomma, aveva varcato il confine non solo del suo Stato ma anche dell’Unione Europea ed essendo lei una mucca non se ne era accorta.
Che fare? Il suo fattore, Ivan Haralampyev, quando ha scoperto il fattaccio è andato a riprendersi la mucca Penka anche perché la mucca Penka è in attesa di un vitello Penkino e va tenuta d’occhio.

E fin qui sembra tutto normale, magari Ivan si sarebbe scusato e ripresosi la mucca Penka sarebbe tornato alla sua vita.
Ma non è così semplice se a metterci lo zampino arriva Mister Burocrazia che dice: eh no! Le norme per l’esportazione degli animali dalla Serbia alla Bulgaria sono molto severe, la mucca Penka non ha i documenti necessari per passare da un Paese all’altro e quindi è sequestrata e molto probabilmente dovrà essere abbattuta. Lei e Penkino.

A questo punto però è intervenuta la gente di buona volontà che dopo grande mobilitazione è riuscita a convincere Mister Burocrazia a liberare la mucca Penka e farla ritornare nella sua Fattoria in Bulgaria.

Tutto è bene quel che finisce bene. E anche se la Spagna aveva dato la sua disponibilità ad accogliere la clandestina mucca Penka, per questa volta non ce n’è stato bisogno.

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Siate affamati, siate folli!

Mar, 06/12/2018 - 10:34

 

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Dalla Scozia l’auto che va a whisky

Mar, 06/12/2018 - 03:23

Non poteva arrivare che dalla Scozia, patria della distillazione, l’auto che va a whisky!

Dalla collaborazione tra la Celtic Renewables, società spin-off dell’Università di Edimburgo Napier, e la Tullibardine Distillery, distilleria del Perthshire, nasce la “benzina alcolica”: e così il futuro dei carburanti sembra trovare oggi le sue radici nel biofuel realizzato con gli scarti di produzione del distillato in questione. Un’idea innovativa, ecologica e dai risultati incoraggianti.

Dopo due anni di esperimenti, i ricercatori della Napier University di Edimburgo sono riusciti a realizzare questo nuovo tipo di biocarburante, chiamato biobutanolo, ottenuto direttamente dagli  scarti della produzione del whisky. Un composto che nasce dalle sostanze che si depositano sul fondo delle vasche usate per l’invecchiamento del whisky e dagli scarti del grano che viene fatto fermentare per la sua produzione.

Un’invenzione 100% green e con ottime prospettive di sviluppo tanto che, per mettere a punto un impianto pilota, ha ricevuto da parte del governo scozzese un finanziamento di 9 milioni di sterline (circa 10 milioni di euro) finalizzato alla realizzazione, entro il 2019, della prima pompa di biofuel a Grangemouth, una cittadina a 40 chilometri di distanza da Edimburgo.

Non si parla solo di vantaggi di tipo ambientale ed economico: è stato provato infatti che il biobutanolo ha un rendimento superiore del 30% rispetto all’etanolo utilizzato per alimentare le automobili. Inoltre, a rendere il progetto ancora più interessante, vi è l’affermazione, da parte dei ricercatori scozzesi, che non è necessario apporre modifiche al motore delle normali automobili, ma che il nuovo carburante è perfettamente compatibile con i motori a diesel e benzina che lo bevono senza alcun problema.

Infine, stando ai calcoli, solo in Scozia il mercato del whisky renderebbe possibile produrre annualmente oltre 50 milioni di litri del nuovo biocarburante, cosa che, secondo gli scienziati coinvolti, favorirebbe lo sviluppo di un nuovo settore economico per la Scozia, con un indotto stimato intorno alle 100 milioni di sterline.

Aspettando gli sviluppi, brindiamo (con un buon bicchiere di whisky) a questa notizia!

 

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I 7 alimenti che non possono mancare sulla nostra tavola in Estate

Mar, 06/12/2018 - 03:19

In questa infografica mostriamo quali cibi non devono assolutamente mancare sulle nostre tavole durante il caldo periodo estivo.

Clicca qui per vedere l’infografica più grande

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Doll Test, gli effetti del razzismo sui bambini

Mar, 06/12/2018 - 02:31

Il “Doll test” è un esperimento psicologico ideato negli anni ’40 in Usa per testare il grado di emarginazione percepito dai bambini afroamericani a causa di pregiudizi, discriminazioni e segregazione razziale. E’ stato rifatto recentemente con bambini italiani, dato l’aumento considerevole, negli ultimi anni, del fenomeno migratorio in Europa.
Una produzione Fanpage.it
Video di Luca Iavarone e Raffaello Durso

 

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L’Ibis Eremita è tornato!

Lun, 06/11/2018 - 17:51

Invece un esemplare di un Ibis Eremita, una delle specie più rare al mondo, è stato recuperato sul balcone di una casa vicino all’aeroporto di Cuneo Levaldigi.
Tranquillo e in apparenza in buone condizioni, è stato recuperato dal servizio veterinario dell’Asl.

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20 meraviglie del mondo in pericolo da vedere prima che scompaiano

Lun, 06/11/2018 - 04:20

Colpa dell’uomo, delle guerre o della scarsa manutenzione, colpa di terremoti, alluvioni e dei cambiamenti climatici, colpa dell’inquinamento, dell’urbanizzazione selvaggia, dell’eccessivo turismo o del bracconaggio, colpa semplicemente del tempo che passa e lascia il segno su manufatti e angoli di paradiso. Abbiamo scelto 20 luoghi simbolo che un giorno – forse neanche troppo lontano – potrebbero scomparire per sempre.
I primi 15 sono siti estratti dalla lista ufficiale dell’Onu che ogni anno elenca i Patrimoni dell’Umanità a rischio (al momento sono ben 54), altri 5 sono meraviglie di cui sentiremmo comunque la mancanza. L’elenco potrebbe essere infinito.

Il suggerimento più scontato sarebbe quello di correre a riempirsi gli occhi di bellezza prima che sia troppo tardi… ma attenzione! Alcuni di questi luoghi si trovano in Paesi non sicuri, prima di partire è meglio sempre consultare le informazioni fornite dal Ministero dell’Interno.

1 – Valle di Bamiyan, Afghanistan

Author: Roland Lin | Copyright: © UNESCO

E’ diventata Patrimonio dell’Unesco nel 2003 e nello stesso momento è anche entrata nella lista dei siti a rischio. Si trova in uno stato fragile di conservazione a causa di anni di abbandono, azioni militari ed espolosioni. Parte del sito non è accessibile a causa della presenza di mine antiuomo. La nicchia di Buddha rischia di crollare, i dipinti murali nelle grotte non sono stati preservati e, a peggiorare le cose, nel tempo si sono susseguiti saccheggi e scavi privi di autorizzazione.

2 – Minareto di Jam, Afghanistan

Author: Claudio Margottini | Copyright: © Claudio Margottini

Il minareto potrebbe risalire al XII secolo ma soltanto nel secolo scorso è stato riscoperto da alcuni archeologi, poi abbandonato nuovamente a seguito dell’invasione sovietica. Questa bellissima costruzione in mattoni cotti in fornace si erige tra una serie di montagne alte 2.400 metri e alterna stucchi, decorazioni con versetti tratti dal Corano e tegole smaltate a vetro. E’ facile immaginare come i saccheggi abbiano compromesso questo luogo, così come le infiltrazioni d’acqua e le inondazioni dovute all’estrema vicinanza ai fiumi Hari Rud e Jam Rud. Al momento sono in corso ricerche e lavori, di cui è oggetto la stessa torre del minareto a causa della sua pendenza preoccupante.

3 – Barriera corallina del Belize

Author: Brandon Rosenblum | Copyright: © Brandon Rosenblum

In quanto a dimensioni, con i suoi circa 300 km, è seconda soltanto alla Grande Barriera Corallina australiana. Fa parte di un ecosistema naturale che comprende spiagge, atolli, lagune e foreste di mangrovie dove vivono tartarughe marine, lamantini, coccodrilli americani e specie a rischio di estinzione. E’ un luogo altamente protetto, ma costantemente in pericolo a causa dell’inquinamento dell’oceano, dell’eccessivo turismo, della pesca e della navigazione, oltre che a causa dei cambiamenti climatici e di eventi come gli uragani. La conseguenza maggiore del surriscaldamento delle acque oceaniche è lo sbiancamento dei coralli, stesso fenomeno che ha coinvolto il 90% di quelli della Grande Barriera Corallina, dei quali ormai quasi il 30% è compromesso.

4 – Potosì, Bolivia

Author: Danielle Peirera | Copyright: © Danielle Peirera

Questa città sudamericana assiste all’inesorabile degradazione del Cerro Rico, dovuta alle estrazioni minerarie di argento destinato all’Europa, che ne rendono la superficie porosa e molto instabile. Sulla sommità sono già visibili i crolli e la città sottostante rischia di essere travolta. Oggi le attività minerarie si sono notevolmente ridotte, ma lavorano qui ancora migliaia di uomini (e spesso di bambini), in precarie condizioni di sicurezza, al punto che si parla della “montagna che mangia gli uomini”. In questo luogo bello e dannato muoiono in media 15 minatori al mese.

5 – I parchi nazionali del Congo, i gorilla e i rinoceronti

Author: Guy Debonnet | Copyright: © UNESCO

I rilievi di origine vulcanica dominano la vastissima foresta tropicale del parco di Kahuzi-Biega, ricchissimo di specie animali da preservare, tra cui uno degli ultimi gruppi di gorilla di montagna (vivono qui circa 250 esemplari). Deforestazione, caccia e guerre mettono a rischio questo paradiso naturale, così come il Garamba National Park, celebre per il programma di addomesticamento degli elefanti africani che tenta di farli cavalcare anche dai turisti. Vivevano qui anche circa 20 esemplari di rinoceronte bianco, uccisi durante la guerra civile attorno al 2000. Dal 2006 non sono più stati registrati avvistamenti. Sappiamo anche che l’ultimo maschio di rinoceronte bianco settentrionale – che viveva nella riserva Ol Pejeta Conservancy in Kenya – è morto a seguito di un’infezione ad una zampa.

It is with great sadness that Ol Pejeta Conservancy and the Dvůr Králové Zoo announce that Sudan, the world’s last male northern white rhino, age 45, died at Ol Pejeta Conservancy in Kenya on March 19th, 2018 (yesterday). #SudanForever #TheLoneBachelorGone #Only2Left pic.twitter.com/1ncvmjZTy1

— Ol Pejeta (@OlPejeta) 20 marzo 2018

6 – Abu Mena, Egitto

Fonte foto: AWIB-ISAW/Iris Fernandez su Flickr

Nell’antichità, questa città era una meta di pellegrinaggi grazie ai suoi complessi monastici, oggi restano visibili le fondamenta degli antichi edifici, ma delle loro vecchie sembianze non resta praticamente nulla. Oltre all’incuria, una delle problematiche maggiori è che, in presenza, di abbondanti precipitazioni, gli strati di argilla più in superficie vengono letteralmente “lavati via”.

7 – Foresta tropicale, Sumatra

Author: Marc Patry | Copyright: © Marc Patry

Stiamo parlando di 2,5 milioni di ettari di foresta e di ben 3 parchi nazionali (Gunung Leuser, Kerinci Seblat e Bukit Barisan Selatan). In questi luoghi vivono 10 mila specie vegetali di cui 17 endemiche, oltre 200 specie di mammiferi, oltre 580 specie di uccelli, di cui 21 endemici. Tra i mammiferi, impossibile non citare l’orango tango di Sumatra. In generale è proprio la biodiversità che l’Unesco tenta di tutelare dal bracconaggio, dall’agricoltura selvaggia, dal disboscamento non autorizzato, da progetti di costruzione di opere stradali che pretenderebbero di attraversare l’intera foresta.

8 – Hatra, Iraq

Author: Véronique Dauge | Copyright: © UNESCO

In questo caso, molti dei danni subiti dalla città sono recenti. Il 15 marzo 2015 Isis pubblica un video in cui i miliziani si scagliano sui templi e distruggono la decorazione architettonica dei Grandi Iwan. Per fortuna, dopo un periodo di scarse notizie, i militari che liberano Hatra il 26 aprile del 2017 comunicano che non si tratta di un caso simile a quello più tristemente celebre di Palmira. “Ci sono danni, ma Hatra è ancora in piedi“, dice Enrico Foietta collaboratore della Missione Archeologica Italiana. Di fatto, l’Isis ha prodotto conseguenze massicce: a febbraio 2015 mostrava la distruzione del Museo di Mosul, proprio lì si trovavano moltissimi reperti provenienti da Hatra che probabilmente sono finiti nei meandri del commercio illegale e che forse, un giorno, saranno recuperati con estrema difficoltà.

9 – La Libia perduta

Author: Francesco Bandarin | Copyright: © UNESCO

Sono 5 i luoghi Patrimonio dell’Unesco libici inseriti nella triste lista dei siti mondiali a rischio: i siti archeologici di Cirene (foto) e Leptis Magna, quello di Sabratha, i siti rupestri di Tadrart Acacus e la città vecchia di Ghadamès, la “perla del deserto” nata dentro un’oasi attorno alla sorgente Ain El Fersa, secondo la leggenda scoperta dopo il colpo di zoccolo sferrato da una giumenta dei cavalieri della tribù di Nemrod in cerca di riposo.
I danni subiti da questi siti sono dovuti ai conflitti che hanno interessato il Paese e che non consentono una cura adeguata.

10 – Le foreste pluviali e i lemuri del Madagascar

Fonte foto: utente NH53 su Flickr

Le foreste pluviali di Atsinanana comprendono 6 parchi nazionali distribuiti lungo la parte orientale dell’isola e ciò che rimane di esse è indispensabile a garantire al Madagascar di preservare la sua biodiversità unica. Sull’isola molte specie di animali e piante, dal momento della separazione dal resto del continente, hanno continuato ad evolversi in maniera esclusiva e le foreste sono ciò che ha “coccolato” questa evoluzione. Oggi però specie rare come i primati e i lemuri sono in grave pericolo a causa della caccia e la foresta stessa è ferita dal disboscamento illegale. Ci sono però anche buone notizie: gli scienziati hanno individuato un nuovo primate ribattezzato “lemure nano di Groves” (Cheirogaleus grovesi) proprio in Madagascar. Resta il fatto che i lemuri siano animali da salvare: 24 specie restano “in pericolo critico”, 49 “in pericolo” e 20 “vulnerabili”, quasi tutte vivono in Madagascar.

11 – Nan Madol: centro cerimoniale della Micronesia orientale

Author: Osamu Kataoka | Copyright: © Osamu Kataoka

Nan Madol è una serie di oltre 100 isolette costruite in basalto e corallo, isole artificiali dunque, oggi soltanto rovine misteriose da qualcuno associate persino all’antica Atlantide e, si dice, popolate da fantasmi. Si trovano lungo la costa orientale dell’isola di Pohnpei e rappresentavano l’antica capitale della dinastia Saudeleur. Il sito potrebbe essere stato eretto attorno al 1200 ma si pensa che fosse abitato già molto tempo prima, anche dal 200 a.C. Oggi la crescita incontrollata delle mangrovie, insieme al deposito di limo e sedimenti lungo i canali, rappresentano la minaccia principale per gli edifici ancora in piedi.

12 – Zona archeologica di Chan Chan, Perù

Author: Hubert Guillaud | Copyright: © CRA-terre

Nel 1400 in questa zona vivevano 60 mila abitanti, tra gli edifici costruiti con mattoni cotti al sole e argilla cruda. I materiali scelti sono la causa della sua stessa fragilità: le piogge li lavano via e oggi, a causa dei cambiamenti climatici e delle piogge più frequenti, la situazione si aggrava.
Quella che era la più grande città precolombiana del Sudamerica, con i suoi 20 km quadrati circa, fu saccheggiata dagli invasori spagnoli, ma si dice che all’arrivo di Francesco Pizarro fosse comunque già quasi del tutto abbandonata. In seguito fu lasciata in preda all’erosione naturale.

13 – Siria, una terra da salvare

© UNESCO | Author: Ron Van Oers

Fonte foto: Unesco, gennaio 2017

I conflitti dell’ultimo decennio e la presenza dei miliziani dell’Isis hanno causato lo scempio di uno dei luoghi più affascinanti del mondo, oltre a centinaia di migliaia di morti. Nel 2013 l’Onu ha inserito 6 luoghi nella lista dei Patrimoni dell’umanità a rischio: le città vecchie di Aleppo, Bosra e Damasco, i villaggi della Siria del nord, la fortezza militare di Krak dei Cavalieri e la Cittadella di Saladino, Palmira.
Quest’ultima è sicuramente l’emblema della distruzione da parte dell’Isis, simbolo dell’Occidente che viene preso di mira e devastato. L’arco di Trionfo, il teatro, il tetrapilo di Diocleziano, così come il tempio di Baalshamin, il leone di pietra che faceva da guardiano al museo di Tadmor e il tempio di Baal sono soltanto un ricordo.
Ad Aleppo e Damasco non è andata meglio: molti quartieri sono ormai un cumulo di macerie, la moschea degli Omayyadi di Aleppo e il suo minareto risalente al 1090 (foto)  è stata bersaglio di esplosioni devastanti. Stesso destino per i mercati, simbolo delle vecchie usanze siriane e della cultura di questi luoghi. Basta guardare alcuni video circolati online per rendersi conto che queste città sono ormai spettrali.
Non esiste più nemmeno l’antico ponte sull’Eufrate presente sulle banconote, mentre città come Bosra con i loro reperti e i loro edifici romani hanno subito la stessa sorte di Palmira, bersaglio dell’odio verso la civiltà occidentale.

Fonte foto: Unesco, Ott 2017

Abbiamo però qualche buona notizia: la statua del leone di Al-lāt che ornava il tempio della dea a Palmira, anch’essa seriamente danneggiata, è tornata in piedi grazie al supporto dell’Ue e dell’iniziativa che tenta di recuperare l’eredità storica di questi luoghi che i conflitti compromettono ogni giorno di più.

14 – Le Everglades, Usa

Author: Kishore Rao | Copyright: © UNESCO

Questo parco nazionale della Florida è una riserva di paludi che copre oltre 1 milione e mezzo di acri. Non a caso le Everglades vengono definite “fiume d’erba”: sono composte da un intrico di mangrovie, cladium e pinete, al di sotto delle quali vivono centinaia di specie animali, dalle tartarughe liuto ai lamantini, fino alle pantere della Florida. Uccelli e rettili trovano qui il loro habitat perfetto, ma fenomeni naturali come gli uragani e lo sviluppo agricolo e umano causano una perdita di questo habitat e un deterioramento del flusso d’acqua e della qualità ambientale.

15 – La città vecchia di Sana’a, Yemen

Author: Maria Gropa | Copyright: © UNESCO

Situata a 2.200 metri di altitudine, la città è abitata da oltre 2.500 anni ed è diventata nel VII e nell’VIII secolo uno dei maggiori centri per la diffusione della cultura islamica, come dimostrano le 103 moschee, i 14 hammam e le oltre 6 mila abitazioni costruite tutte prima dell’XI secolo. Tutto in questa città vecchia trasuda storia, comprese le torri che svettano qua e là e aggiungono fascino ai contorni. Purtroppo però anche in questo caso la guerra civile e gli attacchi sauditi dal cielo hanno messo in pericolo ogni cosa.

16 – I ghiacciai in ritirata

I ghiacciai si stanno ritirando. Un recente studio conferma che, considerando il solo ghiaccio antartico, il suo scioglimento subacqueo è molto maggiore di quanto finora ipotizzato e raddoppia ogni 20 anni. L’Antartide potrebbe essere la maggiore causa di sollevamento del livello dei mari, scalzando nel triste primato la Groenlandia. Il motivo è dovuto al surriscaldamento delle acque, che generano quindi un effetto non in superficie ma subacqueo: la perdita di 5 metri di spessore ogni anno dal fondo dello strato di ghiaccio.

17 – Isole di Tuvalu, Polinesia

Fonte foto: Nature

Questo piccolo arcipelago polinesiano è una luce in mezzo al buio: da anni si temeva che l’innalzamento del livello dei mari lo avrebbe sommerso, invece ora uno studio mostra la sua crescita. Gli studiosi dell’Università di Auckland hanno scattato varie fotografie aeree e hanno comparato la dimensione della superficie terrestre degli atolli nei vari anni. Purtroppo però le isole basse potrebbero non sopravvivere e oggi sono ancora salve grazie alla direzione delle onde e grazie ai sedimenti che le tempeste hanno accumulato, che vanno a compensare l’erosione della terraferma.

18 – Stintino e la Spiaggia Rosa di Budelli, Sardegna, Italia

Fonte foto: Wikipedia

La Pelosa di Stintino è una delle spiagge più note della Sardegna, ma rischia di essere devastata in maniera irreversibile. L’allarme si ripete ogni anno soprattutto quando i turisti vengono attirati su queste coste meravigliose dalla bella stagione, ma proprio il sovraffollamento sta soffocando la spiaggia. Ecco allora alcune regole che aiuterebbero a limitare i danni: tutela del fondale marino, divieto di rimozione di sabbia e conchiglie, divieto di rimuovere la posidonia spiaggiata, capace di nutrire l’arenile ed evitare l’erosione, riduzione del calpestio, raccolta dei rifiuti a mano. Il caso di turismo eccessivo letale più tristemente noto in Sardegna è sicuramente quello della Spiaggia Rosa di Budelli, nell’arcipelago della Maddalena, la cui sabbia colorata veniva saccheggiata dai turisti in visita al punto da sparire e costringere a chiudere la spiaggia.

19 – Kilimanjaro, Tanzania, Africa

Fonte foto: utente truebacarlos su Flickr

L’inconfondibile abbinata tra il bianco del ghiacciaio di Rebmann e i colori della savana sottostante potrebbe in futuro non essere più scontata. Se oggi il Kilimanjaro è riconoscibile in qualsiasi immagine proprio per questo accostamento unico, pare che entro i prossimi 20 anni il ghiacciaio si ridurrà fino a sparire.

20 – L’Avana, Cuba

Fonte foto: utente marco su Flickr

Niente e nessuno potranno mai cancellare il passato rivoluzionario, per molti glorioso, dell’isola, ma lo scorrere del tempo e le aperture verso il resto del mondo che hanno caratterizzato gli ultimi anni potrebbero generare una contaminazione tra il passato esclusivo di Cuba e nuovi modi di vivere più moderni. E’ il caso di vedere L’Avana e i sui quartieri storici, su tutti l’Avana Vieja, prima che la trasformazione – nel bene e nel male – sia compiuta.

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I profani decidono l’andamento delle Borse

Lun, 06/11/2018 - 02:52

Si chiama errore fondamentale di attribuzione (o errore di corrispondenza) e si riferisce al vizio sistematico di attribuire, se si tratta di un successo, le cause di un comportamento umano alla personalità del singolo piuttosto che alle condizioni esterne che, invece, vengono individuate sempre come cause di eventuali insuccessi.
E’ una delle lezioni basiche dei corsi di psicologia economica cui vengono sottoposti manager e consulenti bancari per gestire uno delle situazioni più frequenti nei rapporti banca-cliente (risparmiatore).
Una semplice asimmetria per effetto della quale quando le cose vanno bene i consulenti finanziari si auto-attribuiscono il merito, cioè lo imputano alle loro doti, abilità, attributi, per lo più permanenti. Quando invece vanno male la colpa è degli altri, degli eventi esterni, di fattori imprevedibili e al di fuori del loro controllo.
Questa capacità di trovare capri espiatori li rende ‘onnipotenti’ e più sicuri, il che finisce poi effettivamente per far percepire agli altri le cose in maniera meno indolore. E’ sempre facile addossare la responsabilità dello scoppio della inevitabile ciclica bolla all’impersonale mercato.
Ma le cose stanno veramente così? Di chi è il merito?
Una interessante ricerca del gruppo dello psicologo Borges ci permette di sollevare qualche dubbio.
I ricercatori hanno cominciato a domandare ad un gruppo di circa 500 profani intervistato, i nomi delle società che riconoscevano su una lista con circa 800 titoli. Partendo dalle loro risposte sono stati costruiti dei portafogli in base alle società più conosciute dal gruppo degli intervistati.
Ebbene dopo sei mesi, di fronte alle ottime performance di quei portafogli, i ricercatori hanno verificato che i gestori dei fondi avrebbero spiegato con le loro doti e capacità di scelta il risultato.
Mai avrebbero sospettato che il sapere ingenuo dei profani, basato su una semplice strategia di riconoscimento che nulla ha a che fare con le caratteristiche tecniche delle società quotate (che dovrebbero quindi conoscere gli esperti), avrebbe fatto altrettanto bene dei loro saperi prpfessionali.
Come è stato possibile? La spiegazione e’ data appunto dall’errore fondamentale dell’attribuzione. I profani, utilizzando la strategia del riconoscimento, fanno meglio dei gestori dei fondi perché, come in un concorso di bellezza, quel che è cruciale è la capacità di anticipare i gusti altrui.
Cosa fa il profano che decide di entrare in Borsa? Sceglie i titoli non certo alla luce di conoscenze analitiche dell’andamento economico delle singole società, ma – sulla base delle sue modeste conoscenze – i titoli a lui più noti.
Questa notorietà è appunto misurata dal tasso di riconoscimento. In altri termini chi usa, esperto o inesperto che sia, l’euristica del riconoscimento (compro un nome, non un prodotto) si adeguerà così a quello che fa la maggioranza degli investitori in un mercato in periodi di forte crescita e avrà successo. Insomma il mercato è guidato dai profani che vi entrano entusiasti. Il problema è però che siamo di fronte non a previsioni ma a profezie auto-avverantisi.
Per cui se il criterio adottato dalla maggioranza dei profani è semplicemente la notorietà del titolo, questa strategia tende a venire utilizzata dagli stessi anche quando le cose poi non vanno bene.
Infatti quando decidono, per prudenza o per paura del futuro, di alleggerire il portafoglio venderanno i titoli su cui hanno guadagnato e si terranno i titoli su cui perdono, indipendentemente dalle conoscenze analitiche sull’andamento delle corrispondenti società.
Quindi il complesso delle scelte degli investitori esperti e razionali finisce, molto spesso, per pesare di meno sul mercato di quelle effettuate dai profani che confondono le acque. Tutto questo le banche lo sanno.
Se si confrontano infatti le performance dei gestori dei fondi con gli indici di riferimento (benchmark), si ha l’amara sorpresa che sui tempi lunghi la media dei fondi non fa meglio degli indici.
Si creano così le condizioni per l’effetto disposizione di cui parleremo nella prossima puntata.

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Come fa un bruco diventare una bellissima farfalla?

Lun, 06/11/2018 - 02:28

Spoiler: ogni passo è strano, sorprendente e bello!

 

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Coltivare la Lentezza

Lun, 06/11/2018 - 00:05

Lo farà l’Associazione Comuni Virtuosi, alla Reggia di Colorno, Parma, dal 15 al 17 giugno.

In un mondo in cui siamo sempre più di corsa, in cui cerchiamo di fare sempre più cose allo stesso tempo, il decidere di festeggiare il valore della lentezza, del dare tempo al tempo, è un concetto quasi rivoluzionario. Per celebrare la “Lentezza“, dal 15 al 17 giugno a Colorno (Pr) c’è un Festival, dedicato proprio al recupero del valore del tempo, per dimostrare concretamente che è giusto dare importanza a ciò che ci circonda, e possiamo farlo solo dedicandogli – appunto – del tempo.

Il Festival è organizzato dall’Associazione Comuni Virtuosi, una rete di Enti locali che si sono uniti volontariamente per collaborare a una “armoniosa e sostenibile” gestione dei propri territori, diffondendo verso i cittadini nuove consapevolezze e stili di vita all’insegna della sostenibilità, sperimentando buone pratiche attraverso l’attuazione di progetti concreti.

La prima edizione è del 2015, e ogni anno sono molte le persone che vi partecipano e tanti i personaggi che si sono uniti alla festa per arricchire di significati questo concetto.

Il direttore artistico e coordinatore dell’Associazione Comuni Virtuosi Marco Boschini spiega: “L’idea di fondo è sempre quella di mettere in discussione l’attuale modello di sviluppo partendo dalle esperienze concrete e consolidate, frutto del lavoro di istituzioni locali, associazioni, cooperative e comitati, ma anche singoli cittadini e nuclei familiari. L’alternativa alla fretta e all’usa e getta esiste, sperimentata con successo in giro per l’Italia, e il Festival della Lentezza è un’occasione imperdibile di contaminazione dal basso, di confronto e condivisione”.

Il tema di questa edizione è “Coltivare“, in tutte le sue accezioni, una parola che da sola veicola un significato complesso, legato all’aspettare, al nutrire, al dare valore all’oggetto che coltiviamo.

Tra i vari eventi in programma, venerdì 15 giugno, le porte della Reggia di Colorno (PR) si aprono sulla prima mezza giornata dedicata al cibo, con l’intervista a Umberto Galimberti, per poi dare spazio a una speciale cena anti-spreco. Sabato 16 giugno si comincia con la presentazione del libro “Plant Revolution” dello scienziato Stefano Mancuso e a seguire l’intervista al cantautore Samuele Bersani e lo spettacolo “Il coltivato e il raccolto” di Erri De Luca. Domenica 17, tra i vari appuntamenti, da segnalare la conferenza con Cecilia Strada di Emergency, per chiudere con il concerto del trombettista Paolo Fresu.

Lo spazio dell’Aranciaia della Reggia di Colorno sarà dedicato ai documentari sui temi dell’agricoltura, ma saranno oltre 50 gli appuntamenti, tutti a ingresso libero, organizzati all’interno della tre giorni: concerti, spettacoli teatrali, mostre fotografiche, performance di musica e danza, laboratori e momenti formativi.

Per maggiori informazioni https://lentezza.org/

 

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Foodsharing e sai cosa mangi

Dom, 06/10/2018 - 04:56

Questa frase di Montalbàn, decisamente incontestabile, la potete leggere appena aprite il sito avanzipopolo.it: un nome divertente per un progetto dell’Associazione di Promozione Sociale Onlus “Farina 080” che promuove azioni contro lo spreco di cibo.

Nella pagina Chi Siamo del sito trovate la famosissima foto dei Beatles che camminano sulle strisce pedonali di Abbey Road, solo che in questo caso portano tutti dei sacchetti pieni di spesa.

Avanzi Popolo si occupa di vari aspetti dello spreco di cibo: dalla raccolta alla redistribuzione di grandi quantità di alimentari verso i più bisognosi mettendo in contatto chi li vuole donare e le varie associazioni di solidarietà.

E non solo, chi ha piccole quantità di cibo che vuole regalare si può mettere direttamente in contatto con chi le desidera, in tutta Europa e nel Mondo si chiama Food sharing.

Come descritto nel sito, il foodsharing è “una soluzione innovativa per chi sa di non poter consumare un prodotto e non vuole che finisca in pattumiera.”

Basta registrarsi e inserire qualsiasi cibo o bevanda vicina alla scadenza o che non si intende utilizzare e un altro utente potrà chiederlo gratis o scambiarlo con un altro alimento. E’ anche un ottimo sistema per fare nuove conoscenze e creare una vera e propria community.

Lo stesso vale per il sito Babette.word: “Quando mio figlio torna da Rotterdam, mia moglie per fare festa gli cucina le lasagne, la sua specialità. Ogni volta avanzano degli ingredienti, così prepara un’altra teglia che viene poi surgelata. Un giorno mi sono chiesto: perché non trovare il modo di condividere subito questa prelibatezza, magari coi vicini di casa? Babette è nata così…” racconta il fondatore, Alessandro Calvo.

Questi sono solo due esempi di foodsharing, una tendenza che in Italia fatica ad affermarsi specie nel confronto con gli altri Paesi Europei dove il movimento internazionale conta oltre 200mila utenti registrati in Germania, Austria, Svizzera tra gli altri.

In Italia nel 2017 si stimava uno spreco di cibo di 84 chili a famiglia per un totale di 2,2 tonnellate di cibo all’anno, con un costo complessivo di 8.5 miliardi di euro (0,6% del Pil). Il dato, pur se impressionante, dimostra una notevole diminuzione rispetto al 2016 grazie anche alla legge Gadda (v.  La legge Gadda contro lo spreco alimentare – e non solo) entrata in vigore nel 2016, che prevede semplificazioni e sgravi fiscali a chi dona il cibo a scopo di solidarietà.

Fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-02-05/spreco-alimentare-l-italia-migliora-ma-butta-via-ancora-06percento-pil-all-anno-113959.shtml?uuid=AEk9NduD

http://www.avanzipopolo.it/

https://babette.world/

https://foodsharing.de/

In copertina: Disegno di Armando Tondo

 

 

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Incredibili incontri negli oceani

Dom, 06/10/2018 - 02:19

Dall’essere abbracciati da uno squalo a un divertente incontro con un piccolo polpo giocoso. Queste persone, amanti degli animali e del mondo naturale, hanno avuto gli incontri sull’oceano più incredibili.
Crediti: #jukinmedia

 

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L’era dei supercalcolatori (VIDEO)

Dom, 06/10/2018 - 00:01

People For Planet è entrato nel Green Data Center di Eni a Ferrera Erbognone. E’ il cuore dell’informatica e dell’infrastruttura tecnologica del gruppo, e qui abbiamo “conosciuto” HPC-4, il supercomputer che Eni utilizza per elaborare i dati del sottosuolo prima ancora che vengano perforati i pozzi, riducendo quindi l’impatto ambientale.
Una potenza di calcolo di 18 PetaFlops, milioni di miliardi di elaborazioni al secondo. Il Green Data Center di Eni gestisce qualcosa come 24 Petabyte di dati, circa l’equivalente delle informazioni contenute in 3 miliardi di libri (si stima che la Biblioteca di Alessandria ne contenesse circa 500mila).
Interviste a Gabriele Provana e Carlo Fortini, rispettivamente responsabile delle operazioni informatiche e dei servizi agli utenti del gruppo Eni e geofisico nel settore esplorazione di Eni.

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Credits video
Video di Iacopo Patierno
Direzione della fotografia Paolo Negro
Audio Daniele Sosio

Perché Green Data Center (VIDEO)

Ciao, io sono HPC-4, il supercomputer italiano

 

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Perché Green Data Center (VIDEO)

Dom, 06/10/2018 - 00:01

Milioni di miliardi di elaborazioni informatiche e uno dei supercomputer più potenti del mondo richiedono energia e un corretto sistema di raffreddamento.
Perché non usare energia da fonti rinnovabili?
Nel Green Data Center di Eni c’è un impianto fotovoltaico, 2968 moduli fotovoltaici a inseguimento solare per 964 KW di potenza installata. L’impianto, nei momenti di picco, riesce a soddisfare fino al 25-30% del fabbisogno energetico dell’intero Data Center.
Anche per il raffreddamento delle macchine viene utilizzato un sistema a basso impatto ambientale che sfrutta l’aria esterna e null’altro per oltre il 92% dell’anno.
Interviste a Walter Nardelli e Alessandro Bartolomei, rispettivamente gestore del Green Data Center e responsabile realizzazione progetti da fonti rinnovabili di Eni.

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Credits video
Video di Iacopo Patierno
Direzione della fotografia Paolo Negro
Audio Daniele Sosio

L’era dei supercalcolatori (VIDEO)

Ciao, io sono HPC-4, il supercomputer italiano

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Ciao, io sono HPC-4, il supercomputer italiano

Dom, 06/10/2018 - 00:00

Si trova nel Green Data Center di Eni a Ferrera Erbognone, Pavia, e si chiama HPC4.

Se tutti gli abitanti del mondo avessero a disposizione un computer personale in grado di fare due milioni e mezzo di operazioni matematiche al secondo, tutto il giorno, tutti i giorni, ecco che si avrebbe una potenza di calcolo paragonabile a quella di HPC-4, “High Performance Computing – 4th generation”, il nuovo mostro informatico di cui si è dotata Eni per migliorare e velocizzare l’elaborazione dei propri dati nel Green Data Center della Lomellina Valley, in provincia di Pavia.
All’accensione, il “cervellone” risultava nella top ten dei computer più potenti del mondo, al primo posto tra quelli di proprietà industriale, quindi non governativa e non istituzionale come è invece per i primi nove classificati.

Qualche dato tecnico: HPC-4 ha una potenza di calcolo di 18,6 petaFlops, che vuol dire avere la capacità di elaborare fino a 18,6 milioni di miliardi di operazioni matematiche al secondo. Come già detto, nulla di paragonabile ai normali computer domestici.
Il nuovo supercomputer HPC-4 affianca il fratello HPC-3, portando il totale della potenza di calcolo del Green Data Center a 22,4 PFlop/s, vale a dire 22,4 milioni di miliardi di operazioni matematiche svolte in un secondo.
Il Centro dati gestisce qualcosa come 22 Petabyte di dati (1 Petabyte è uguale a 1000 miliardi di byte) tutti su disco, l’equivalente, circa, delle informazioni contenute in 3 miliardi di libri. Si stima che la famosa Biblioteca di Alessandria non ne contenesse più di 500mila.

A cosa serve HPC-4?
Il supercomputer permette di trovare giacimenti di idrocarburi dove nessun altro immagina ve ne siano e di elaborarne, molto velocemente, simulazioni 3D tenendo conto delle “incertezze geologiche”. I dati raccolti dalle prospezioni sui terreni che i geofisici e geologi eseguono nel mondo arrivano a Ferrera Erbognone dove vengono elaborati da HPC-4, che ricostruisce immagini tridimensionali del sottosuolo. Questo dà la possibilità di trovare giacimenti analizzando aree di migliaia di kilometri quadrati anche a 10-15 km di profondità.
A maggio 2018 HPC-4 ha stabilito un record eseguendo l’elaborazione di 100.000 simulazioni di modelli di giacimento ad alta risoluzione in sole 15 ore. I normali computer riescono ad elaborare in alcune ore una sola singola simulazione.
I giacimenti di gas recentemente trovati nel nord del Mozambico e in Egitto sono stati scoperti grazie alle elaborazioni dai predecessori di HPC-4. Adesso HPC4 sta lavorando per migliorare ulteriormente la comprensione di questi giacimenti che si trovano a migliaia di metri di profondità.
Il supercomputer, insieme ai software di imaging geofisico messi a punto dagli ingegneri Eni, non solo velocizza i tempi e rende i dati più affidabili e precisi, ma riduce anche i rischi connessi alle operazioni esplorative, con benefici sia per la sicurezza dei lavoratori che per l’ambiente.

Il Green Data Center
E’ il centro elaborazione dati inaugurato nel 2013, una vera e propria cittadella informatica dove arrivano e vengono elaborate informazioni da tutto il mondo (ad esempio 40 milioni di fatture gas e luce all’anno).
Caratteristica peculiare del Data Center è la sua sostenibilità. Il campo fotovoltaico da 964 KW di potenza installato a poca distanza dalla struttura riesce a soddisfare fino al 25-30% del fabbisogno energetico di HPC-4. 17mila mq di estensione con 2.968 moduli fotovoltaici a inseguimento solare che ruotano per massimizzare la cattura della radiazione solare nell’arco di tutta la giornata.
All’interno del GDC, invece, per raffreddare i computer viene sfruttata la tecnica del “free cooling” (raffreddamento libero): l’aria viene prelevata dall’esterno tramite camini, purificata dalle polveri e utilizzata direttamente per raffreddare le macchine. Contemporaneamente l’aria calda prodotta dai computer fa il viaggio inverso e viene convogliata all’esterno. Per il 92% dell’anno non serve l’intervento di alcun sistema di condizionamento.
Il Green Data Center sorge anche a poca distanza dalla Centrale elettrica Enipower, che fornisce energia ai computer eliminando le dispersioni tipiche del trasporto sulla rete elettrica di distribuzione (pari al 5-6%, secondo l’Autorità per l’Energia).
Per far viaggiare tutte le informazioni del Data Center serve ovviamente una connessione molto potente, attraverso le infrastrutture dei primari provider di telecomunicazione. Così il comune di Ferrera, i due bar del paese, i pochi negozi, le sue case e le cascine possono aver accesso a uno dei collegamenti a internet più veloci del mondo.

Siamo andati a visitare il Green Data Center di Eni e a conoscere HPC-4 con le nostre telecamere, ecco cosa ci hanno raccontato…

L’era dei supercalcolatori (VIDEO)

Perché Green Data Center (VIDEO)

LINK PER APPROFONDIRE

https://www.eniday.com/it/technology_it/eni-green-data-center/

https://www.eniday.com/it/talks_it/supercomputer-hpc4-video-podcast/

https://www.eniday.com/it/technology_it/hpc4-ferrera-erbognone/

Immagine copertina: fotomontaggio di Armando Tondo, maggio 2018

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Via i rifiuti dal mare!

Sab, 06/09/2018 - 02:35

Si sa che la plastica è fin troppo durevole, ci sono oggetti come le bottiglie di plastica, i flaconi dei detersivi, le reti da pesca, le stoviglie in plastica, che non si degraderanno mai (600- 1000 anni e più) accumulandosi in natura, aumentando sempre più in termini di estensione e diffusione, spostandosi in base ai venti e alle correnti e danneggiando gli ecosistemi da cui dipendiamo.

Negli oceani alcuni tipi di plastica immessa si può semmai scomporre, nel tempo, in frammenti sempre più piccoli, le microplastiche, che sono anche peggiori dell’oggetto plastico più grande, perché più difficili da recuperare e perché sono sufficientemente piccole da entrare nella catena alimentare. Le microplastiche vengono così mangiate dal plancton, il plancton dai pesci e i pesci da… noi.

Conoscere le tipologie, che oggetti sono e di che materiale specifico si tratta, dei rifiuti plastici presenti sulle spiagge o in mare ci permette di individuarne le cause e le fonti, ed è quindi la base informativa per promuovere e attuare politiche di prevenzione del problema. La classifica dei singoli oggetti presenti sulle spiagge è un interessante indicatore di come molto sia dovuto alle cattivi abitudini di cittadini o operatori del settore.

I dieci oggetti di plastica più comuni trovati sulle spiagge europee sono: bottiglie per bevande, posate, cannucce e miscelatori per cocktail, applicatori igienici, contenitori per alimenti, bicchieri e coperchi, mozziconi di sigaretta, bastoncini cotonati, buste della spesa, sacchetti di patatine/ carte di caramelle. Il 50% degli oggetti di plastica rinvenuti sulle spiagge europee sono oggetti di plastica monouso.

Quello dell’immondizia del mare è un problema grave e globale: si stima che nel mondo ogni anno si producano 280 milioni di tonnellate di plastica, nel 2050 saranno il doppio e una parte non trascurabile finisce nelle acque marine, con danni incalcolabili per flora e fauna. Il Mediterraneo è particolarmente esposto al pericolo, visto che si tratta di un mare semichiuso in cui sboccano numerosi fiumi che trasportano anche tanti rifiuti; si pensa che siano almeno 250 miliardi i frammenti di plastica al suo interno e alcuni studi fatti sul mar Tirreno ci dicono che il 95 % dei rifiuti galleggianti avvistati, più grandi di venticinque centimetri, siano di plastica, il 41% di questi costituiti da buste e frammenti e molti rimangono per l’appunto impigliati nelle reti dei pescatori. Soprattutto dopo qualche temporale.

La cattiva gestione dei rifiuti urbani è quindi sicuramente una delle principali fonte del marine litter, ma ci sono anche altre fonti importanti, come la pesca, l’acquacoltura e quelle industriali. Le reti da pesca sono, tra i rifiuti prodotti da queste fonti, fine vita, uno dei più presenti nei mari.

Nella grande isola di plastica del Pacifico di cui si è molto sentito parlare nei giorni scorsi, dopo che le navi e gli aerei della fondazione olandese Ocean Cleanup l’hanno percorsa stimando 80 mila tonnellate di frammenti in un’area grande tre volte la Francia, è stata individuata la percentuale di plastica presente in questa spazzatura: il 99,9%! È stato determinato che quasi la metà è formata da reti da pesca.

È tempo dunque di ripensare la plastica. È tempo di cambiare il modo in cui la progettiamo, produciamo, utilizziamo e smaltiamo. Ma è anche giunto il tempo di trovare modi efficaci per evitare l’immissione diretta, provocata dalle cattive abitudini di tutti noi e dalle cattive abitudini di chi svolge attività marine. Ed è ora di utilizzare anche il prezioso contributo di chi il mare lo ama e ci lavora e di tutti gli operatori a terra, necessari per garantire il corretto smaltimento e riciclaggio, per dare una mano a pulire quanto già inquinato.

Entro il 2030 tutti gli imballaggi di plastica presenti sul mercato dell’Unione europea dovranno essere riutilizzabili a costi sostenibili, o riciclati. Oltre a ridursi l’impronta di carbonio dell’industria, diminuiranno i rifiuti plastici e i rifiuti marini e rallenterà la proliferazione delle microplastiche. Questo obiettivo fa parte della Strategia per la plastica dettata dall’Unione Europea lo scorso gennaio, che ha già portato una proposta di direttiva varata il 28 maggio scorso dalla Commissione Europea (ne abbiamo parlato in questo articolo Giornata Mondiale dell’Ambiente 2018: combattere la plastica!)

Ma visti gli attuali livelli di inquinamento e di persistenza della plastica tutto questo basterà? Un’azione forte dovrà anche ridurre alla fonte la produzione tutti imballaggi e oggetti plastici di breve durata.

E per ripulire quanto inquinato finora? E per agire sulle attività nel mare che producono ed immettono rifiuti?

Per queste servono politiche e modalità di gestione, regolamentazione e incentivazione specifiche. Ci vuole tutto questo perché ad oggi, le reti da pesca usurate, le cassette del pesce rotte e tutti rifiuti plastici rinvenuti in mare dai pescatori o dai natanti, anche se ci fosse la volontà di raccoglierli da parte di chi va per mare, non sono riportati a riva perché classificati come “assimilabili ai rifiuti speciali”. Per i quali la normativa prevede che colui che li raccoglie diventa il “responsabile”, ovvero il “colui che se ne disfa”.

Quindi non tanto per mancanza di buona volontà ma perché, per una norma non chiarissima e a causa di un vuoto normativo, il pescatore che torna in porto con plastiche assimilabili a rifiuti speciali, in quanto divenutone “responsabile”li dovrebbe smaltire a proprie spese. E così, quello che pesce non è, viene rigettato in mare.

Ci sono però iniziative sperimentali che fanno ben sperare, come quella avviata quest’anno lungo tutta la costa tirrenica che dal Porto di Livornosi estende fino a Grosseto per recuperare dal mare rifiuti ritrovati in mare. Perché stanno funzionando e perché sono replicabili ovunque.

Il progetto “Arcipelago Toscano nasce da un accordo sottoscritto da Regione Toscana, Ministero dell’Ambiente, Unicoop Firenze, Legambiente, Autorità portuale del Mar Tirreno Settentrionale, Labromare (concessionaria per la pulizia degli specchi d’acqua del porto livornese), Direzione marittima della Toscana, Cooperativa di pescatori Cft e Revet, azienda specializzata in raccolta di rifiuti e riciclo di materiali, ed è molto importante perché mette insieme gli attori che cofinanziano, o che  hanno competenze e/o responsabilità nelle varie fasi successive alla raccolta da parte dei pescatori. Organizzando tutte le fasi, dalla gestione in porto (stoccaggio) allo smaltimento e al successivo riciclaggio (qualora possibile).

Dallo scorso 13 aprile, il progetto è entrato nel vivo e da allora ogni giorno una decina di barche della cooperativa livornese tornano in porto cariche di pesce e plastica. Per ciascuna è stato stimato un quantitativo recuperato di una ventina di chili di rifiuti ogni giorno.

Ora ogni nave ha a disposizione sacchi dove raccogliere i rifiuti plastici, che al rientro in porto vengono depositati in un apposito contenitore sulla banchina, che Labromare poi svuota e porta in un impianto a Pontedera dove i rifiuti vengono analizzati e classificati per essere successivamente destinati al riciclaggio o allo smaltimento.

Sul corretto svolgimento delle operazioni in mare vigila la Guardia Costiera, che da subito ha sposato l’iniziativa. Legambiente offre il proprio contributo in termini di esperienza scientifica. Unicoop Firenze partecipa mettendo a disposizione del progetto i fondi ricavati dal centesimo che soci e clienti, per legge, dall’inizio dell’anno devono pagare per le buste in mater-b dell’ortofrutta. Lavora anche per sensibilizzare il consumatore. Ed altrettanto faranno Legambiente e Regione. I pescatori continueranno a fare i pescatori, ma saranno finalmente contenti di poter pulire la loro casa: il mare, che poi è la casa di tutti.

L’esperimento durerà sei mesi e per ora riguarda solo Livorno: trecento chilometri quadrati nel cuore dell’Arcipelago toscano e del Santuario dei cetacei, lungo la costa verso Grosseto. Ma nel prosieguo il progetto potrebbe essere replicato altrove: a Piombino, all’isola d’Elba e Capraia, e perché no, anche in altre parti di Italia. “Il Ministero dell’ambiente è uno dei partner, quindi speriamo di farne una buona pratica nazionale” dice l’Assessore regionale Bugli. “Partiamo con la plastica – spiega – ma non vorremmo fermarci lì. Anzi, il nostro obiettivo è la modifica della normativa, per far sì che i pescatori possano raccogliere e non ributtare in mare anche altri rifiuti che possano rimanere impigliati nelle loro reti: dal ferro all’alluminio, al legno, meno presenti senz’altro della plastica ma altrettanto negativi per il nostro mare e per l’ecosistema”.

Dopo 15 giorni dall’avvio del progetto, quando l’addetto ai rifiuti taglia il sacco nero della spazzatura raccolta sui fondali del mare davanti a Livorno, esce un campionario dei più vari: un grosso secchio per i pavimenti, uno stivale di gomma, il volante di un motoscafo pieno di conchiglie, funi, bicchieri, centinaia di cellophane slabbrati, contenitori della frutta , borse, un rotolo di gomma nera, resti di bottiglie , un sacchetto di caramelle, uno di zuppa, lattine, una paletta, la gamba di una bambola, un pallone di beach volley,  una pinna da sub smangiucchiata, una cerata arancione.

Tutto ciò è stato catturato dalle reti a strascico di sei pescherecci assieme alle triglie, ai branzini e agli altri pesci. E a differenza di quello che succede di solito, non sono state ributtate in acqua, ma portate a riva. Vengono inviate sul nastro trasportatore della Revet. La loro destinazione è in uno stabilimento di Pontedera (Pisa) dove gli addetti al trattamento dovranno decidere se quelle plastiche possono essere rigenerate o se andranno all’inceneritore, dove affermano che purtroppo solo il 15% può essere recuperato.

Il bottino dei primi 15 giorni dell’operazione “Arcipelago Pulito” è di 230 chili di spazzatura, due metri cubi. I sacchi neri si accumulano ogni giorno al porto e ogni sacco è una quota parte in più di mare pulito.

 

Copertina: Disegno di Armando Tondo – maggio 2018

 

Fonti:
http://www.repubblica.it/ambiente/2018/05/11/news/plastica_pescatori-196061570/
https://www.lanazione.it/cronaca/raccolta-plastica-pescatori-1.3754812
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/plastica-riciclata-unione-europea-2030-Commissione-HYPERLINK “http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/plastica-riciclata-unione-europea-2030-Commissione-europea-strasburgo-navi-inquinamento-a16d902d-450f-4822-a3a1-5b6ff9987822.html”europea-strasburgo-navi-inquinamento-a16d902d-450f-4822-a3a1-5b6ff9987822.html
Walter Fortini : http://www.regione.toscana.it/ca_ES/web/toscana-notizie/dettaglio-notizia/-/asset_publisher/mk54xJn9fxJF/content/venti-chili-di-plastica-raccolta-in-mare-da-ogni-HYPERLINK “http://www.regione.toscana.it/ca_ES/web/toscana-notizie/dettaglio-notizia/-/asset_publisher/mk54xJn9fxJF/content/venti-chili-di-plastica-raccolta-in-mare-da-ogni-peschereccio-al-via-il-progetto-arcipelago-pulito-/pop_up;jsessionid=40D4F0BD3798FADEDF33241FA6A81D2E.web-rt-as01-p2?_101_INSTANCE_mk54xJn9fxJF_viewMode=print”peschereccio-al-via-il-progetto-arcipelago-pulito-/pop_up;jsessionid=40D4F0BD3798FADEDF33241FA6A81D2E.web-rt-as01-p2?_101_INSTANCE_mk54xJn9fxJF_viewMode=print
http://www.coopfirenze.it/informatori/notizie/salviamo-il-mare-toscano
http://www.repubblica.it/ambiente/2018/03/22/news/l_isola_di_plastica_del_pacifico_e_sempre_piu_enorme-191962940/

INCENTIVI AI PESCATORI PER PULIRE IL FONDO DEL MARE


http://www.lastampa.it/2018/02/20/scienza/plastica-nei-mari-emergenza-mondiale-FGpK8KHUUCoJuqxJBbft9I/pagina.html

Reti da pesca, così quelle abbandonate diventano maglie e t-shirt alla moda (FOTO)


http://www.corriere.it/ambiente/17_novembre_08/mare-rifiuti-dati-primo-campionamento-nostre-spiagge-beach-litter-14c366e4-c4a7-11e7-92a1-d24c712a4dfa.shtml?refresh_ce-cp

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