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Aggiornato: 10 ore 50 min fa

Lo scarabeo stercorario che trasforma la plastica in gasolio pulito

Lun, 07/16/2018 - 10:01

Non tutti vedono la plastica semplicemente come un rifiuto inquinante, particolarmente pericoloso perché può durare per secoli.
Il gruppo di artisti africani del Dung Beetle Project (Progetto Scarabeo Stercorario) vogliono invece far percepire la plastica come una possibile risorsa, trasformando un rifiuto in qualcosa di utile.
Creato come installazione artistica semovente, il Dung Beetle Project nasconde in una grande statua di acciaio riciclato raffigurante uno scarabeo stercorario un gassificatore che trasforma la plastica in gasolio a basse emissioni e GPL.

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Paolo Coceancig: I mondiali antirazzisti

Lun, 07/16/2018 - 09:09

I Mondiali Antirazzisti sono una manifestazione nata nel 1997 da Progetto Ultrà – UISP Emilia Romagna, in collaborazione con Istoreco (Istituto Storico per la Resistenza) di Reggio Emilia, da un’idea molto semplice, ma dimostratasi poi efficace e vincente: organizzare una vera e propria festa che vedesse il coinvolgimento diretto e la contaminazione fra realtà considerate normalmente contrastanti e contraddittorie, quella dei gruppi ultrà, spesso etichettati come razzisti, e quella delle comunità di immigrati. La formula che ha voluto coniugare calcio, basket, volley non competitivi, tifo e colore sugli spalti, concerti di band musicali eterogenei, in un’esperienza di vita comune in campeggio, è risultata di per sé vincente. Ovviamente c’è spazio anche per la riflessione: il programma, infatti, non prevede solo sport, ma anche dibattiti e attività collaterali come presentazioni di libri, filmati, passeggiate istruttive, interviste a personaggi sportivi e non. E la Coppa più importante dei Mondiali, la Coppa Mondiali Antirazzisti, va alle realtà che si contraddistinguono per la loro attività antirazzista e di promozione dello sport popolare.

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Le tre opzioni della previdenza complementare

Lun, 07/16/2018 - 03:24

Il viaggio nel complicato mondo della previdenza complementare, dopo i due passaggi delle scorse settimane (qui e qui), prosegue oggi con una tappa obbligata nella giungla delle proposte che si ritrovano di fronte i lavoratori che abbiano deciso di aderirvi. Cerchiamo di fare chiarezza nel tentativo di aiutarli verso una scelta più consapevole. Una regola generale, che vale per tutte le forme proposte dagli intermediari bancari e assicurativi, è che l’adesione è volontaria ma, una volta sottoscritto il contratto, le possibilità di uscirne sono rigidamente normate. È quindi fondamentale pretendere di conoscere queste casistiche, prima della sottoscrizione dei piani. Esistono tre grandi tipologie di prodotti di previdenza complementare, per alcuni versi simili tra di loro e per altri specificatamente valutabili e adattabili alle esigenze del singolo.

1. I fondi pensione negoziali (Fpn)
I Fpn sono sottoscrivibili dai lavoratori dipendenti di aziende private e pubbliche che abbiano accettato il Contratto collettivo di lavoro contenente la proposta di un fondo di categoria, dedicato agli addetti di quel settore. Un esempio è il fondo Cometa, il più consistente di tutti, riservato ai lavoratori metalmeccanici. Una volta raccolte le adesioni al fondo, il suo cda (rappresentativo dei lavoratori) deve avviare specifiche gare d’appalto per l’affidamento a gestori specializzati di tutte le somme raccolte, suddivise per tipologia di scelta di investimento. A questi fondi si aderisce in forma collettiva, attraverso due distinte modalità: con il conferimento della sola quota del Tfr, oppure anche con il contributo dell’azienda, frutto di accordo negoziale con le rappresentanze sindacali, cui si aggiunge il contributo del lavoratore che non può essere mai inferiore a quello dell’impresa. In molti casi è prevista la possibilità per il dipendente di contribuire con un importo fino al doppio di quello versato dal datore di lavoro.
In questo modo il lavoratore sfrutta a pieno la normativa a suo favore, con almeno tre vantaggi significativi: la deducibilità dal suo reddito annuo del contributo aziendale e proprio; il plus di rendimento derivante dalla gestione professionale del Tfr e dei contributi versati; al maturare del diritto alla pensione pubblica, una consistente riduzione di tassazione rispetto a quella che subirebbe al momento del ritiro del Tfr lasciato in azienda. Stiamo parlando di migliaia di euro di differenza.

2. I fondi pensione aperti (Fpa)
I Fpa si propongono invece sia ai lavoratori dipendenti sia agli autonomi con la doppia possibilità di adesione: individuale o collettiva. Nel primo caso i lavoratori dipendenti, una volta scelto autonomamente il fondo, possono chiedere alla propria azienda di trasferire sia il Tfr maturato sia il maturando e aggiungere a esso contributi volontari deducibili dal reddito. Con l’adesione individuale, il lavoratore dipendente perde il contributo aziendale, ma decide in autonomia a quale interlocutore affidarsi, avvalendosi del rapporto fiduciario intrattenuto con un professionista. È tra l’altro possibile per le aziende sottoscrivere convenzioni con operatori privati, dando così la possibilità ai propri dipendenti di aderire in forma collettiva non solo a un fondo negoziale di categoria, bensì anche a un fondo proposto da operatori alternativi. Nel caso in cui l’azienda abbia meno di 50 dipendenti, detta convenzione si chiama accordo plurisoggettivo; se supera i 50, la convenzione si chiama accordo aziendale. In entrambi i casi la convenzione definisce l’entità del contributo aziendale e viene sottoscritta dal datore di lavoro e dai lavoratori che intendono aderirvi. In più, in aziende con oltre 50 dipendenti, è necessaria la firma delle delegazioni sindacali. Con questa norma il legislatore ha inteso garantire la concorrenza tra operatori, lasciando più possibilità di scelta ai lavoratori. Anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti possono valutare di aderire ai fondi pensione aperti; non disponendo però né del Tfr né del contributo aziendale, conferiscono solo versamenti volontari, deducibili dal proprio reddito fino 5.164 euro annui.

3. I Piani Individuali Pensionistici (Pip)
I Pip sono la terza opzione possibile a disposizione dei lavoratori dipendenti e autonomi che vogliano conferire solo contributi volontari per la costituzione della propria “pensione di scorta”. Le principali caratteristiche che differenziano i fondi pensione aperti dai Pip sono due: i costi di gestione dei secondi sono generalmente più elevati di quelli dei Fpa ma a fronte di questo, nella stragrande maggioranza dei casi, dispongono di un “universo investibile” più ampio. Cosa significa universo investibile? I fondi pensione (anche quelli negoziali) sono multi-comparto, offrono cioè all’aderente profili di rischio/rendimento diversi, da modulare nel tempo secondo le tecniche di Life Cycle (di cui abbiamo già parlato nel nostro ultimo articolo).

Dove sta la differenza? Per i fondi pensione negoziali (Fpn) la gamma di comparti è abbastanza standardizzata e limitata, per i fondi pensione aperti (Fpa) è più ampia ma per i piani individuali pensionistici (Pip) è massima, poiché i gestori osservano regole di diversificazione che riguardano non solo la tipologia di titoli, o il posizionamento geografico delle imprese oggetto dell’attività gestionale, ma si possono sottoscrivere comparti anche con orientamento alle valute, ai settori e agli stili di gestione. Molti Pip consentono addirittura di investire contemporaneamente in più comparti, secondo percentuali scelte dal sottoscrittore per ottimizzare gli asset di portafoglio, possibilità preclusa a molti altri fondi pensione. Insomma, sono prodotti più sofisticati che ricercano valore per l’aderente in aree meno tradizionali e che hanno bisogno di certificate professionalità per la loro gestione.
E i rendimenti?

Ecco la nota dolente ma ne parliamo la prossima settimana…

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Kamut: sappiamo che stiamo mangiando una marca?

Lun, 07/16/2018 - 02:14

Avete mai notato quella piccola “R” a fianco del nome sull’etichetta? Quando decidiamo di comprare del Kamut sappiamo che stiamo in realtà comprando un marchio?

Il nome comune del grano che la maggior parte di noi conosce come Kamut è Khorasan (triticum turanicum), varietà da sempre coltivata in Medio Oriente.

A metà degli anni ’70 Bob Quinn, agricoltore, decide di associare a questa qualità di grano il nome “Kamut”, dopo aver letto questa parola in un dizionario sui geroglifici dell’antico Egitto, che traduceva, appunto, il nome del grano.

Negli anni ‘90 registra il marchio e da quel momento chi vuole utilizzarlo può farlo solo alle condizioni della Kamut International, che prevedono tra l’altro che il grano Khorasan sia “coltivato secondo il metodo biologico, mai ibridato o geneticamente modificato”, come chiarisce il sito della società. L’adesione al disciplinare, garantisce l’azienda, è anche una tutela per consumatori e per i contadini stessi.

Come spiega il chimico Dario Bressanini sul suo Blog e sul suo libro “Le bugie nel carrello” (Chiarelettere), “qualsiasi agricoltore, anche in Italia, può seminare il grano Khorasan, ma non lo può chiamare Kamut. Il valore commerciale del suo raccolto finisce così per essere talmente basso da non ripagare gli svantaggi della coltivazione, tra cui principalmente le basse rese”.

Questo perché il marchio, essendo più conosciuto e abilmente commercializzato, la fa da padrone sugli scaffali dei supermercati.

Il Kamut ha un grande successo, specialmente in Italia, che è il primo mercato europeo.
In generale, dai consumatori viene associato a una maggior digeribilità, a un sapore diverso rispetto ad altri grani commerciali ed è ricco di proteine, qualità che potrebbe aver mantenuto per non essere stato sottoposto a ibridazioni industriali, come successo ad altri grani.
Geneticamente non è molto diverso dal grano duro e non è privo di glutine, per cui non è adatto ai celiaci.

Si tratta comunque di caratteristiche presenti anche nel suo omologo “no-logo” grano Khorasan, che non viene coltivato secondo il disciplinare dell’azienda di Quinn ma che può comunque essere coltivato con metodo biologico o con alcuni accorgimenti e che viene coltivato anche in alcune zone del sud Italia.

Non si tratta di una presa in giro del consumatore, la Kamut International è chiara: spiega che il brand e il disciplinare collegato hanno lo scopo di tutelare l’origine del grano, la qualità e il metodo di coltivazione. Si tratta semplicemente, come spiega anche Bressanini, di una buona strategia di marketing che ha permesso di associare il marchio Kamut a un tipo di grano che avrebbe anche un altro nome.

E’ giusto però conoscere cosa abbiamo nel piatto e sapere anche da dove arriva: come spiega il sito dell’azienda di Quinn, il Kamut viene coltivato quasi tutto negli Stati Uniti e in Canada, viene importato in Europa e lavorato – anche in Italia – per arrivare sugli scaffali dei nostri supermercati.

Se ci crucciamo nella ricerca di alimenti biologici e a km 0, senza accorgerci, abbiamo fatto il giro del mondo per un pacchetto di grissini.

Non sarebbe meglio pensare di coltivarlo anche in Italia? Lo stesso Quinn, l’inventore del marchio Kamut, in una intervista al Sole24Ore di qualche anno fa, se lo augurava (e qualche azienda oggi ci sta lavorando): “Mi piacerebbe si sviluppasse in Italia una filiera completa, anche no-branded (senza marchio) ma biologica, perché l’effetto contaminazione è il primo veicolo per diffondere una cultura ecosostenibile. Il grano Khorasan biologico è oggi una piccolissima nicchia nel mondo che ha titolo per ambire a crescere”.

 

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Jacopo Fo intervista Vittorio Sgarbi: l’arte e la provocazione

Lun, 07/16/2018 - 01:57
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Street Art e incredibili illusioni ottiche 3D

Dom, 07/15/2018 - 04:34

I loro lavori vi lasceranno a bocca aperta, perché non sono semplici disegni a terra, ma capolavori in 3D. Sfortunatamente queste sono opere che hanno, per chiari motivi, breve vita. Ecco raccolte per voi le più significative e imperdibili!

 

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La vera storia dei sassi di Matera

Dom, 07/15/2018 - 02:16

La città di Matera è unica al mondo, è un elaborato sistema di grotte, la mentalità e il pensiero della Preistoria che si sono tramandati fino a nostri giorni. Tutta la città serve a raccoglie l’acqua piovana attraverso un sistema di pozzi e canalette.

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Pescatori decidono stop a pesca del krill nell’Antartide

Dom, 07/15/2018 - 02:02

L’85% delle aziende che pescano il krill si è impegnato a non pescare in Antartide. La decisione è stata presa in vista della riunione a ottobre della Commissione per l’Oceano Antartico, organismo internazionale che dovrà deliberare sulla proposta della Ue di creare una mega-area marina protetta da 1,8 milioni di km quadrati nel Mare di Weddell.
Il krill è composto da minuscoli crostacei che rappresentano una fonte di cibo per balene, pinguini, foche e calamari.

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Contro le zanzare gli elettroemanatori funzionano

Dom, 07/15/2018 - 02:00

Areare il locale prima di soggiornarvi”: è questa la dicitura che compare nella maggior parte delle istruzioni che accompagnano gli elettroemanatori anti-zanzara presenti in molte case. Ma spesso si dimentica di farlo. Attenzione a irritazioni e reazioni di tossicità.

Tra i dispositivi per ridurre la presenza di zanzare dentro casa i più comuni sono gli elettroemanatori. Sia che le finestre siano dotate o meno di zanzariere, una delle soluzioni che il mercato offre e di cui spesso si fa uso nelle case consiste proprio nell’acquisto (dipende dalla grandezza dei locali) di uno o più elettroemanatori. Disponibili in diversi modelli e facilmente reperibili, possono avere ricarica liquida, a piastrine o a sabbia compressa, essere portatili, alimentati a batterie o a carica elettrica. Il loro funzionamento si basa sull’emanazione di sostanze repellenti per le zanzare che rendono l’ambiente poco idoneo al loro soggiorno.

Leggere bene le istruzioni

Questi dispositivi, spiega Francesco Castelli, docente di Malattie infettive all’Università di Brescia, “funzionano ma l’ambiente dopo il loro utilizzo va fatto ben areare prima di soggiornarvi nuovamente”. Oltre al ricambio d’aria completo dopo l’utilizzo, altre due regole riportate nelle istruzioni di questi dispositivi non andrebbero mai trasgredite: “Mantenere la finestra aperta mentre l’elettroemanatore è in funzione e non stazionare nell’ambiente con l’emanatore acceso e le finestre chiuse”, precisa l’esperto.

Aprire le finestre

Far cambiare l’aria nell’ambiente dopo aver tenuto acceso l’elettroemanatore per potervi soggiornare nuovamente è una misura a favore della nostra salute che non inficia l’efficacia del repellente: “Dopo aver areato il basso dosaggio di repellente che rimane nella stanza è sufficiente per risultare irritante per le zanzare, che non rientreranno. Poi, però, è bene chiudere le finestre”.

Effetti collaterali

Se, da una parte, gli elettroemanatori funzionano e possono essere un rimedio efficace contro le zanzare, dall’altra non dobbiamo dimenticare di utilizzarli seguendo sempre le istruzioni, spiega lo studioso, e che alla lunga anche se utilizzati al meglio possono provocare effetti collaterali tra cui irritazione delle prime vie aeree (naso e gola) e dare reazioni di tossicità. “Particolare attenzione deve essere posta anche alle dosi di repellente utilizzato in base alla grandezza del locale in cui l’elettroemanatore viene acceso, affinché non risulti irritante o tossico per gli abitanti della casa”.

Questi gli articoli sul tema “zanzare e insetticidi

Per le zanzare è una “questione di sangue”
Gli insetticidi sono velenosi!

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Pesce ago, il (m)ago del mimetismo

Sab, 07/14/2018 - 16:29

 

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Siamo sicuri di essere Homo Sapiens?

Sab, 07/14/2018 - 04:10

Abitiamo la Terra da soli 3 secondi e guardate cosa abbiamo già combinato…

 

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La Cina costruirà 300 città forestali entro il 2025

Sab, 07/14/2018 - 02:51

Il 9 e 10 luglio si è tenuta una sessione straordinaria dell’Assemblea nazionale del popolo (Apn), il Parlamento cinese che ha esaminato «un rapporto sull’attuazione della legge sul controllo dell’inquinamento dell’aria e un progetto di decisione sul rafforzamento della protezione globale dell’ambiente e il sostegno alla lotta contro l’inquinamento nel rispetto della legge»

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Starbucks a Milano: via le tazze monouso

Sab, 07/14/2018 - 02:44

Si avvicina l’apertura del primo Starbucks in Italia: sarà Milano ad ospitare il primo locale della catena americana che tutti associamo con bicchieroni di caffè lungo bollente.

Ma i mega bicchieroni devono essere necessariamente monouso? Se lo sono chiesti dall’Associazione Comuni Virtuosi, l’associazione che riunisce più di 100 Comuni italiani impegnati nello sviluppo sostenibile dei loro territori, insieme a Greenpeace Italia, WWF Italia,  Zero Waste Italy, Zero Waste Europe e  Reloop, piattaforma a sostegno dell’economia circolare.

Secondo stime del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, se non si cambia il modello di proposta al pubblico, pur promuovendo il riciclo, per sostenere la richiesta di risorse dalla popolazione mondiale nel 2030 avremo bisogno del 40% in più  di legno e fibre di cellulosa.

L’Economia Circolare, promossa anche dalla Commissione Europea per evitare che in un futuro le risorse mondiali finiscano, è realizzata infatti anche grazie al ripensamento dell’intera filiera dei prodotti, nell’ottica di minimizzare gli sprechi e i rifiuti alla fonte.

Sul sito dell’Associazione dei Comuni Virtuosi si spiega:

“Apprezziamo gli sforzi compiuti da Starbucks nella promozione della sua tazza riutilizzabile da passeggio, nello scoraggiare l’utilizzo della tazza monouso con un addebito di 5 penny applicato in alcune caffetterie di Londra, e per le importanti risorse finanziarie stanziate nel progetto per sviluppare tazze usa e getta che possono essere riciclate o compostate. Tuttavia il perseguimento di una politica aziendale principalmente volta al riciclo – invece che al riutilizzo – non elimina il consumo di materie prime“.

Questo specialmente se pensiamo che vengono distribuite negli Starbucks di tutto il mondo ben 600 miliardi di tazze in carta o plastica ogni anno.

Quindi le associazioni ambientaliste lanciano un appello, di cui chiedono la massima condivisione e a cui People For Planet aderisce con entusiasmo, perché Starbucks in Italia cominci “bene da subito”:

“In Italia potremmo evitare qualsiasi tipo di azione correttiva ex post partendo con il piede giusto, servendo cioè bevande, aperitivi in stoviglie di ceramica, vetro o in contenitori da passeggio riutilizzabili. Combinando così  in un’offerta molto più sostenibile la miscela di caffè americano appositamente sviluppata per l’Italia e la nostra tradizione nel bere il caffè”.

Sul sito dei Comuni Virtuosi potete leggere l’appello completo.

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Building Information Modeling: i software che rendono l’edilizia più efficiente e più eco compatibile

Sab, 07/14/2018 - 02:25

Il Building Information Modeling, che ha BIM come acronimo, non è solo un software,  né  un prodotto, ma è un vero e proprio nuovo processo di lavoro con cui si può, oggi, concretamente realizzare la ricerca ottimale per l’ottimizzazione dei tempi, dei costi, l’uso dell’alta tecnologia, la creazione, il monitoraggio, la modifica, l’aggiornamento dell’intero ciclo di vita di un edificio o qualsiavoglia opera, dall’ideazione e progettazione sino alla sua demolizione.
Parola d’ordine per il BIM, dunque è: miglioramento. In una prospettiva in cui il futuro delle costruzioni, dell’ingegneria, dell’architettura è digitale, il BIM ad oggi garantisce il massimo potenziale virtuale a disposizione.

Una delle definizioni più comuni del BIM è “un processo di generazione e gestione dei dati di progetto durante l’intero ciclo di vita di un edificio o opera“. Per capirsi meglio: il BIM è uno strumento che consente l’ottimizzazione della pianificazione, realizzazione e gestione di costruzioni tramite l’aiuto di software ad hoc che raccogliendo, combinando e collegando digitalmente tutti i dati rilevanti di un progetto costruttivo, consente di visualizzare la costruzione come un modello tridimensionale e di simulare una serie di parametri, ottenendo non soltanto una perfetta integrazione del processo, ma anche una forte riduzione in termini di costi, logistica e tempistiche.

Operativamente con questa tecnologia un edificio, o qualsivoglia altra opera, viene costruita digitalmente con un modello virtuale accurato e completo, una digitalizzazione dell’opera integrata, dove per integrata si intende che contenga almeno questi punti chiave:  digitale, spaziale, misurabile, comprensibile (deve trasmettere l’idea progettuale, le prestazioni dell’edificio, la sua realizzabilità sia per la sequenzialità delle operazioni da compiere che per i risvolti economici finanziari), accessibile (interfaccia intuitiva e possibilità di interoperabilità), durevole (per tutta la vita dell’edificio attraverso le sue diverse fasi).

Il modello BIM parte dal dimensionamento e posizionamento degli impianti sino a giungere alla modellazione e al computo metrico, e lo fà con la partecipazione e l’interscambio di tutti i protagonisti del processo di sviluppo, tra cui architetti, geometri, ingegneri e investitori. Al modello 3D vengono connessi diversi software di modellazione virtuale – analisi strutturali, acustiche, termo fluidodinamiche, illuminotecniche; le proposte di progetto possono essere ispezionate, modificate e ristrutturate, in modo che eventuali problemi o modifiche potranno essere organizzati e completati durante l’intero processo di costruzione, con le successive ed eventuali variazioni inserite da tutte le parti in causa.
Con il software BIM i prospetti sono meccanicamente prodotti dal programma perchè collegati al solido 3D ed ogni minima modifica ad esso applicata aggiorna automaticamente, riducendo i tipici errori di distrazione, propri del disegno a mano e con il CAD.
Una riduzione fino al 80% del tempo previsto per un preventivo di spesa, margini di errori ridotti al 3% massimo, una diminuzione dei tempi progettuali abbreviati del 7%, abbassamento dei costi di costruzione fino al 30%, chiarezza di dialogo e integrazione con tutti quei dispositivi informatici , maggior controllo del progetto ed un migliore coordinamento con i settori progettuali.
I dati vengono raccolti in un database,  l’archivio completo di informazioni, le librerie BIM per l’esattezza, rappresentano la naturale progressione dei blocchi CAD ma con informazioni maggiormente dettagliate e numericamente superiori; le criticità vengono così gestite e meglio superate.

Fra i principali vantaggi del BIM dunque ci sono:

  • una riduzione dei costi e tempi del ciclo di vita,
  • una minimizzazione degli errori di progettazione,
  • un’ottimizzazione della gestione dei progetti e
  • un supporto per la progettazione sostenibile.

L’uso di materiali sempre più performanti nelle prestazione energetiche e strutturali di un edificio, la progettazione di sistemi tecnici ed impianti sempre più efficienti e l’integrazione delle fonti rinnovabili sono alla base delle fasi costruttive di edifici eco compatibili nuovi o ristrutturati. Ed è proprio in queste fasi che l’uso del BIM ottimizza l’integrazione della varietà di esperienze e competenze di molteplici figure professionali, necessarie allo sviluppo dell’intero ciclo di vita di un edificio, a maggior ragione se questo edificio deve garantire prestazioni eccellenti dal punto di vista energetico, climatico, del comfort ed anche ambientali.

Il BIM offre anche il vantaggio indubbio nella fase di offerta di un progetto pubblico, di quantificarne precisamente e rapidamente i materiali richiesti e di stimare con maggiore accuratezza anche i costi di progettazione, produzione ed installazione. Nella fase tecnica poi ci sono altre importanti ottimizzazioni, ovvero è possibile effettuare un’analisi delle interferenze tra involucro architettonico e struttura.
Per questo la metodologia  è già utilizzata, anche all’estero, nei grandi studi e nelle grandi opere, ci sono molti esempi che dimostrano i vantaggi associati a queste procedure per la gestione degli appalti e per la realizzazione delle opere più complesse.

Il Italia un passo importante verso il BIM  è stato definito già nel 2016 all’interno del Nuovo Codice Appalti, il quale ha stabilito che un decreto del Ministero delle Infrastrutture dovrà fissare le modalità e i tempi di progressiva introduzione dell’obbligatorietà del BIM sia per le amministrazioni sia le imprese, al fine di razionalizzare le attività di progettazione e delle connesse verifiche, andando a migliorare e snellire processi che fino ad oggi hanno influito su tempi e modi di partecipazione agli appalti. Questo decreto, che definisce le modalità e i tempi di progressiva introduzione  da parte delle stazioni appaltanti, delle amministrazioni concedenti e degli operatori economici dell’obbligatorietà dei metodi e degli strumenti elettronici come il BIM  nelle fasi di progettazione, costruzione e gestione delle opere e relative verifiche, è stato ufficialmente pubblicato sul sito del MIT il 12 gennaio 2018.

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti adotta così il “Decreto BIM“, che per la sua portata rivoluzionaria ha monopolizzato l’attenzione del settore in questo ultimo anno. Con l’entrata in vigore del decreto scatterà dal 2019 l’obbligo per le stazioni appaltanti di prevedere l’utilizzo del Building Information Modeling per tutti i lavori di importo superiore a 100 milioni di euro. Progressivamente poi, fino al 2025, l’obbligo verrà esteso agli appalti di scaglioni di importo inferiori fino a introdurre tale modalità in tutto il sistema dei lavori pubblici.
Secondo alcuni studi ed esperienze, questo tipo di progettazione innovativa può consentire almeno il 10% di risparmi di spese di gestione e risparmi lungo tutto il ciclo dell’opera, abbattendo il ricorso alle varianti e prevedendo per tempo le manutenzioni necessarie.

Ma come già si è anticipato, la modellazione informativa (BIM) può essere utilizzata ampiamente e con vantaggi non solo per ottimizzare tempi, risorse e logistica, ma anche nella progettazione e costruzione sostenibile.
Con la locuzione Green BIM si identificano tutte quelle attività svolte con l’ausilio della modellazione informativa (BIM) e finalizzate alla progettazione e costruzione sostenibile. In particolare, quelle attività volte all’analisi e all’archiviazione delle caratteristiche dell’edificio relative alla sostenibilità ambientale, alla riduzione/ottimizzazione dei consumi energetici e alla sostenibilità socio-economica.
L’edilizia del futuro va in un’ottica di sempre maggiore sostenibilità, necessaria in un settore fra i più energivori al mondo. Quantificare i risparmi energetici e di materiali, evitare dispersioni termiche ed idriche e utilizzare quote parte di energie da fonti rinnovabili e sistemi di recupero, ma non solo; con il BIM si può efficacemente progettare in maniera coerente ed adeguata al contesto e alle diverse necessità. Che possono essere date: dal clima, dalle condizioni esterne, dall’utenza (dalla cultura locale, le abitudini e i principi di confort abitativo), nonchè  dalle risorse disponibili.

Tutto ciò sta diventando un imperativo, basta vedere come anche le direttive europee si stiano muovendo in maniera decisa verso l’uso dei materiali riciclati e verso gli edifici near zero energy. E i nuovi strumenti digitali sono un valido alleato per coadiuvare il movimento in questa direzione.

Per il futuro ci si aspetta che il machine learning così come l’intelligenza artificiale siano alla base di strumenti in grado di suggerire in modo automatico le scelte da implementare per ottenere una riduzione di costi, materiali, consumi energici e idrici ed emissioni inquinanti.  Sia l’intelligenza artificiale che il machine learning coinvolgono tutte quelle operazioni caratteristiche dell’intelletto umano ed eseguite da computer, che includono la pianificazione, la comprensione del linguaggio, il riconoscimento di oggetti e suoni, l’apprendimento e la risoluzione dei problemi. Il “machine learning” che è stato coniato successivamente all’AI, si distingue da questa perché è sì  la capacità di una macchina di apprendere, ma è in grado di farlo senza essere programmata esplicitamente. L’apprendimento automatico è un modo quindi per “educare”, o per meglio dire “addestrare”, un algoritmo in modo che possa apprendere da varie situazioni ambientali. L’addestramento, implica l’utilizzo di enormi quantità di dati e un efficiente algoritmo al fine di adattarsi (e migliorarsi) in accordo alle situazioni che si verificano.

L’algoritmo impiegato in questi casi dovrà riconoscere determinati oggetti, distinguendoli tra animali, cose e persone, e nello stesso tempo imparando dalle situazioni,ovvero ad  avere memoria di ciò che si è fatto per impiegarlo efficacemente nelle prossime acquisizioni di visione artificiale, come sta già accadendo nei suoi impieghi nel  settore dell’Automotive.

L’evoluzione del BIM potrebbe andare verosimilmente in questa direzione, ma questo è un capitolo che è ancora da scrivere.

 

Fonti:

NZEB, quanto costa un edificio a ‘energia quasi zero’?

Edilizia del futuro: la tecnologia a servizio del green building

Il Decreto BIM è legge


www.mit.gov.it/sites/default/files/media/normativa/2018-01/Decreto%20Ministro%20MIT%20n.%20560%20del%201.12.2017.pdf (link testo)
http://www.edilportale.com/news/2017/12/bim-news/bim-partir%C3%A0-nel-2019-l-obbligo-di-digitalizzare-gli-appalti-pubblici_61320_72.html
http://www.studiofanfulla.it/330-il-building-information-modeling-e-la-nuova-sfida-del-futuro.html

 

Copertina: disegno di Michele Sbicca, giugno 2018

 

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Per le zanzare è una “questione di sangue”

Ven, 07/13/2018 - 04:54

Ma sono fastidiose e possono dare reazioni allergiche

E, poiché sono in grado di trasmettere malattie, l’uomo ha messo a punto nel tempo diversi sistemi per difendersi da questi insetti. Ecco come funzionano repellenti e insetticidi compresi quelli biologici, che ci proteggono senza gravare sull’ambiente

Le zanzare hanno bisogno del nostro sangue per nutrire le loro larve e farle crescere, per permettere loro di svilupparsi e diventare adulte. Le uniche a pungere sono le femmine, che sono le sole responsabili della deposizione delle uova e della loro cura: ogni volta che uccidiamo una zanzara, quindi, non facciamo altro che eliminare una madre di famiglia che sta solo cercando di procurarsi nutrimento per i suoi piccoli. Può suonare crudele, ma è proprio questo che accade.

Sistemi anti-zanzare

Poiché però, oltre a essere fastidiose e a provocare reazioni allergiche in diverse persone, alcune specie possono risultare pericolose per l’uomo perché portatrici di malattie anche gravi come la malaria, per limitare il più possibile l’incontro con le zanzare l’uomo ha messo a punto nel tempo diversi sistemi: dalle barriere meccaniche come le zanzariere, all’uso di sostanze zanzaricide in grado di uccidere questi insetti, all’impiego di repellenti per tenerle lontane.

Gli insetticidi chimici

Due sono le tipologie di sostanze zanzaricide chimiche in grado di eliminare le zanzare: quelle che agiscono sulle larve (larvicidi) – funzionano soprattutto per ingestione, ovvero vengono inserite nell’acqua in cui vivono le larve che, una volta filtrata, risulta letale – e quelle che agiscono sulle zanzare adulte (adulticidi) – che funzionano perlopiù per contatto, in seguito al quale la zanzara adulta muore. “I larvicidi funzionano in maniera molto mirata e bastano pochi grammi di prodotto per debellare interi focolai di zanzare – spiega Claudio Venturelli, entomologo dell’Ausl Romagna – , mentre le sostanze adulticide per agire devono essere impiegate in grandi quantità, con spese economiche più alte e maggiore impatto sull’ambiente, senza contare la minore efficacia rispetto ai larvicidi”.

L’impatto sull’ambiente: oggi meglio di ieri

L’impatto sull’ambiente dovuto all’utilizzo di queste sostanze non è di poco conto, se si considera che soprattutto delle sostanze adulticide viene fatto un ampio uso a livello urbano per le disinfestazioni delle città, con utilizzo di grandi quantità di prodotti diverse volte all’anno, e in ambito agricolo per bonificare aree a rischio. “In passato gli insetticidi chimici prodotti erano tutti ad ampio spettro e dunque a maggior impatto sull’ambiente, come il famoso Ddt, il cui uso ha comportato la rarefazione di alcune specie di insetti non nocivi. Adesso la ricerca si sta specializzando nella messa a punto di insetticidi più selettivi, mirati all’eliminazione delle sole zanzare, ad esempio  mediante l’arresto del processo di crescita, a tutto vantaggio dell’ambiente”, spiega Venturelli.

Gli insetticidi biologici

Per debellare le zanzare senza nuocere all’ambiente basta utilizzare insetticidi biologici: “Attualmente sul mercato sono disponibili insetticidi biologici realizzati a partire da un batterio isolato da alcune larve di zanzara trovate morte in Israele. Sono molto selettivi perché in grado di uccidere solo le larve di zanzare e pochi altri insetti, e a bassissimo impatto sull’ambiente”.

I repellenti

Esistono diversi tipi di repellenti: alcuni si spalmano sulla pelle, altri si spruzzano sui vestiti. L’obiettivo comune è confondere l’olfatto delle zanzare, disincentivandole dall’avvicinarsi troppo alla nostra cute. “Il Deet (o dietiltoluamide o N-dietil-m-toluammide) è quello che funziona meglio. La molecola venne selezionata a metà dello scorso secolo prima per essere utilizzata per uso militare: venne impiegata in Vietnam e in Cambogia per evitare che i soldati venissero punti dalle zanzare del posto, portatrici di malaria. Ha un’ottima riuscita contro le zanzare e una bassa tossicità sulle persone, se ben utilizzata”, spiega Venturelli. “Un’altra sostanza repellente per le zanzare è l’icaridina, che insieme al Deet è la sostanza chimica anti-zanzare più diffusa nelle preparazioni in commercio. Poi ci sono diversi repellenti naturali a base di aromi estratti da piante (geraniolo, mentolo, citronella), ma meno persistenti”.

Zampironi e citronelle

Quanto ad altri due metodi molto utilizzati per tenere lontane le zanzare da giardini e portici, zampironi (così chiamati per via del cognome del farmacista italiano che li ideò nel 1800, detti anche “spirali fumogene”) e candele con varie profumazioni (prima tra tutte la citronella) sono molto utilizzate. “La loro efficacia, però, è limitata pochi metri nel raggio della combustione”, precisa Venturelli.

Dispositivi a ultrasuoni

Piuttosto diffusi sono poi i dispositivi a ultrasuoni calibrati per imitare il richiamo amoroso della zanzara maschio: risultano come repellenti per la zanzara femmina che, gravida e in cerca di sangue per nutrire la propria covata, cerca di sfuggire al maschio in cerca di attenzioni. Fino ad oggi sono stati messi in commercio diversi dispositivi, ma la loro efficacia sembra essere piuttosto limitata.

Forse non tutti sanno che…

Le larve di zanzara sono in grado di filtrare l’acqua stagnante e di renderla pulita, assorbendo alghe, funghi e batteri.

In Italia ci sono diversi tipi di zanzare e ognuna ha le sue ore preferite per pungere: la zanzara tigre (Aedes albopictus) preferisce agire nelle ore diurne, la Anopheles punge di notte, mentre la Culex pipiens (zanzara comune), che è quella più tipica del nostro Paese, punge sia di giorno che di notte.

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Capsula Mundi. Riposare per sempre sotto un albero

Ven, 07/13/2018 - 02:46

Ebbene, quest’idea poetica e romantica di ricongiunzione con la natura rappresenta la nuova frontiera dell’aldilà. Tra i più originali progetti in auge, c’è Capsula Mundi, che propone un nuovo concetto di sepoltura sostenibile e un diverso approccio al tema della morte, ancora oggi visto come tabù.
Già dal 2015 Anna Citelli e Raoul Bretzel, gli ideatori di Capsula Mundi, hanno deciso di ridisegnare la classica bara utilizzando materiali ecologici, e di riferirsi a simboli di vita, laici e universali, quali l’uovo, la posizione fetale e l’albero.
L’obiettivo del progetto è la rinascita del corpo all’interno di “boschi sacri

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Un drone in Italia

Ven, 07/13/2018 - 02:23

 

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L’airbag per le anche

Gio, 07/12/2018 - 05:19

Segnalato da Fabio Folla, grazie!

 

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Impiegati di tutto il mondo ribellatevi: la cravatta fa male!

Gio, 07/12/2018 - 05:18

Gli studiosi dell’Ospedale Universitario dello Schleswig-Holstein (Germania) hanno raccolto 30 volontari e li hanno divisi in 2 gruppi: il primo ha indossato una cravatta (dicono le cronache, con un nodo modello Windsor) il secondo no. Poi hanno esaminato con la risonanza magnetica il flusso ematico verso il cervello. Nel gruppo con la cravatta hanno riscontrato una riduzione del CBF (flusso ematico cerebrale) del 7,1%! E questo minore afflusso potrebbe compromettere il funzionamento cognitivo dell’individuo, con conseguenze sulle capacità cerebrali e una riduzione delle capacità motorie.

Del resto che la cravatta non faccia bene lo si intuisce anche nei gesti della vita quotidiana: quando un portatore di cravatta vuole mettersi a proprio agio si slaccia la cravatta, non la allaccia.

E gli strozzini, i ricattatori, sono chiamati anche, non a caso, “cravattari” perché, come una cravatta, stringono al collo le loro vittime.

L’uso della cravatta – che ora sappiamo essere potenzialmente dannoso – è associato a ritualità ritenute obbligatorie in determinati contesti: nei regolamenti della Camera italiana è previsto che i visitatori maschi debbano indossare giacca e cravatta, in alcuni ambienti di lavoro (ad esempio le banche) la cravatta è un “dovere” per i funzionari, anche se non ufficiale.

E’ un uso che per fortuna tende ad incrinarsi. L’anno scorso lo Speaker della Camera dei Comuni inglese, la madre di tutti i parlamenti, ha annunciato che indossare una striscia di stoffa attorno al collo non è più obbligatorio per i parlamentari inglesi. In Italia, Giachetti (PD) ha presieduto una riunione del Parlamento con il colletto della camicia slacciato. Molti tra i suoi detrattori sui social, evidentemente poco informati dei fatti della politica, lo hanno accusato (proprio lui, ex avversario di Virginia Raggi alle comunali di Roma) di essere un “cafone pentastellato”, “come tutti i 5 stelle poco rispettoso delle istituzioni”…

Si può sperare che l’uso di questo accessorio, potenzialmente dannoso, tramonti come sono tramontati altri oggetti di abbigliamento dannosi come i corsetti ottocenteschi delle donne o le parrucche settecentesche.

I difensori della cravatta citano frequentemente una frase di Oscar Wilde: “Un bel nodo di cravatta è il primo passo serio nella vita”.

Dimenticano di citarne un’altra, sempre di Oscar Wilde: “Con un cravattino, chiunque può far credere di essere una persona civile”.

Impiegati, ribellatevi! La cravatta fa male.

Fonte: http://www.uksh.de/

 

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