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Aggiornato: 22 min 42 sec fa

La rivoluzione olistica della chimica verde

Sab, 03/03/2018 - 04:23

Abbiamo già avuto occasione di raccontare cosa si intenda quando si parla di “chimica verde”: si entra nel mondo delle soluzioni ecologiche, sostenibili ed ecocompatibili di tutti quei processi industriali che sfruttano le energie fossili non rinnovabili o prodotti di sintesi dannosi per le specie viventi e l’ambiente. La chimica verde NON si occupa dell’industria alimentare per quanto riguarda il prodotto finale ma entra nel merito della produzione, per esempio dei fertilizzanti, fitofarmaci ecc.
Ormai da anni abbiamo preso confidenza con articoli monouso, come piatti e posate, prodotti in MaterBi, una bioplastica biodegradabile e compostabile, brevettata dalla Novamont, con cui si realizzano prodotti a basso impatto ambientale per la vita di tutti i giorni.
Con il mais si realizzano anche i CD: da una cooperazione tra Mitsui Chemicals Inc. e Cargill-Dow, LLc, Sanyo nel 2003 è stato realizzato il primo CD in bioplastica utilizzando il mais come materia prima per produrre l’acido polilattico con cui è realizzato il CD. Per fare un CD bastano 85 semi di mais, da una pannocchia intera si ricavano 10 CD. Sarebbe sufficiente lo 0,1% della produzione annuale per realizzare 10 miliardi di dischi.

La sostenibilità della “chimica verde” trova un suo punto di forza non solo nel prodotto finito ma ovviamente anche nel processo di produzione del bene. Dal momento che la materia prima è costituita da prodotti di derivazione agricola, è fondamentale che le fonti primarie e rinnovabili non vengano utilizzate a un ritmo più veloce rispetto al tempo necessario alla loro rigenerazione o che non si arrivi alla iperproduzione di un vegetale in monocultura: si pensi ad esempio alla coltivazione dei vegetali destinati alla produzione dei biocarburanti. Un tale comportamento comporterebbe danni enormi all’ecosistema di intere zone del pianeta.
Per questo motivo vengono privilegiate quelle soluzioni che permettono di sfruttare materiali di scarto: un ottimo esempio di economia circolare e applicazione della chimica verde è costituito dalla produzione di biogas.

I farmaci
Gli impianti farmaceutici generano da 25 a 100 kg di rifiuti per ogni chilogrammo di prodotto (come si legge nell’articolo di Nature “It’s not easy being green” di Katharine Sanderson)
Il rapporto è noto come fattore ambientale o “E-factor” (massa degli scarti di una reazione diviso per la massa del prodotto desiderato, entrambe espresse in chilogrammi. Tanto inferiore è il valore di questo fattore, tanto migliore è la performance ambientale della reazione studiata).
E proprio le industrie farmaceutiche sono state tra le prime a studiare il modo per produrre con meno impatto ambientale.
Il Viagra prodotto dalla Pfizer aveva un E-factor di 105. Riesaminando ogni fase della sintesi del farmaco i ricercatori hanno sostituito tutti i solventi clorurati con alternative meno tossiche e poi hanno introdotto misure per recuperare e riutilizzare questi solventi. Hanno eliminato la necessità di utilizzare il perossido di idrogeno, che può causare ustioni. Inoltre, hanno eliminato l’ossalil cloruro, un reagente che produce acido cloridrico e costituisce pertanto un problema di sicurezza. Alla fine, i ricercatori di Pfizer hanno portato l’E-factor del Viagra a 8.
La stessa Pfizer ha ridotto l’E-factor anche di un anticonvulsivante (da 86 a 9), ha apportato miglioramenti simili a un antidepressivo e a un anti-infiammatorio non steroideo. “Questi tre prodotti hanno eliminato oltre mezzo milione di tonnellate di rifiuti chimici”, afferma Dunn, leader del team che produce il Viagra.

I farmaci sono spesso prodotti mediante reazioni di sintesi a più stadi, invece che in reazioni semplici dove il reagente A reagisce col reagente B per creare il farmaco.
Nei vari stadi si perdono materiali, solventi, energia. Ecco che diventa importante ridurre questi scarti riducendo le varie fasi di lavorazione. Questo è avvenuto per l’antidolorifico ibuprofene, che inizialmente veniva prodotto in una sintesi di 6 passaggi e che una via più efficiente ha ridotto a 3.

Bioraffinerie
La parola sembra quasi una contraddizione in termini: il “bio” con la “raffineria” come si concilia?
Moltissimo a dire il vero.
La ricerca sui biocarburanti richiede l’utilizzo delle bioraffinerie.
Una serie di studi, soprattutto europei, prevedono la possibilità di trasformare o affiancare alle raffinerie esistenti o in disuso la produzione di combustibili da fonti rinnovabili. Le bioraffinerie sono industrie che integrano processi e attrezzature di conversione della biomassa per produrre combustibili o additivi per combustibili ma anche energia, calore e sostanze chimiche ad alto valore aggiunto.
Più di 10 anni fa si cominciava a parlare dell’utilizzo dell’olio di colza per far funzionare le automobili. Al tempo la flotta di autoveicoli diesel di molti Comuni della Romagna era alimentata con questo olio e l’aria sapeva di patatine fritte.
La ricerca è proseguita e oggi per i combustibili oltre che oli vegetali si utilizzano anche quelli di frittura esausti: in commercio si trovano biocarburanti che contengono fino al 15% di componente rinnovabile. Riuscire ad aumentare ulteriormente – e di molto – questa percentuale permetterà di abbassare il livello di CO2 nell’aria, promuoverà l’economia circolare e ridurrà le emissioni di gas serra. Il tutto senza cambiare il motore della nostra auto. Utopia? No, di certo, in pratica è già possibile.
Anche se si parla di combustibili l’integrazione con il territorio è molto importante. Nel Cluster Tecnologico Nazionale della Chimica Verde uno dei quattro progetti strategici di ricerca riguarda proprio la realizzazione di una bioraffineria che parte dall’identificazione di aree non di interesse agricolo e dallo studio delle culture no-food, così da ottenere biomassa attraverso processi tecnologici sostenibili.

Concludendo
Insomma, la chimica verde si occupa di tutti gli aspetti di un prodotto di sintesi chiedendosi da dove arrivano i materiali di cui si compone, quanto è costato in termini energetici e ambientali produrli e come ridurre questi costi. Si chiede se i materiali possono essere realizzati da fonti rinnovabili, se si generano sottoprodotti tossici e se quindi se ne può evitare la produzione, e quanti scarti permangono al termine del processo; infine, ultimo ma non ultimo, se sia efficiente sotto il profilo energetico.

Fonti:
http://materbi.com/
http://www.liceoartisticofoppa.it/uploads/scuola21/scuola3/fase2/Chimica/1_ChimicaVerde.pdf
http://www.nature.com/news/2011/110104/full/469018a.html
http://orizzontenergia.it/news.php?id_news=3721
http://www.peopleforplanet.it/biogas-economia-circolare-360-gradi/
http://www.scienzainrete.it/contenuto/partner/chimica-verde
http://lem.ch.unito.it/didattica/infochimica/2006_pesticidi/green/index.html
https://www.eni.com/it_IT/attivita/mid-downstream/bioraffineria.page

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Il guanto musicale Remidi T8 (VIDEO)

Ven, 03/02/2018 - 17:40

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Disegni di Jacopo Fo ispirati al guanto musicale Remidi T8

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Il potenziale dell’agricoltura urbana

Ven, 03/02/2018 - 12:41

Secondo uno studio di ricercatori dell’Arizona State University pubblicato sulla rivista Earth’s Future se tutte le città del mondo avviassero progetti di agricoltura urbana si potrebbe arrivare a coltivare 100-180 milioni di tonnellate di cibo all’anno, circa il 10% della produzione mondiale di legumi, radici, tuberi e colture orticole.

Matei Georgescu, professore di scienze geografiche e urbanistica presso l’Arizona State University: “Non solo l’agricoltura urbana può rappresentare una quota importante della produzione alimentare globale, ma presenta una serie di benefici collaterali, a partire dagli impatti sociali”.

I ricercatori hanno analizzato immagini satellitari, dati demografici e meteorologici di diversi contesti urbani.

E’ la prima volta che una ricerca scientifica effettua un’indagine così vasta sul settore dell’agricoltura urbana.
Qui la ricerca (in inglese).

(Fonte: Ecquologia)

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Il cactus è rock, l’orchidea è tanguera

Ven, 03/02/2018 - 05:52

Scherzi a parte, arriva dalla comunità di Damanhur, che dagli anni ’70 propone un modello di vita a contatto con la natura, uno strumento che registra la resistenza elettrica delle piante e la trasforma in musica.

Un sensore attaccato alle foglie e un altro nel terreno vicino alle radici registrano gli impulsi della pianta e li passano a un apparecchio MIDI che li converte in suoni estremamente rilassanti. Così rilassanti che, affermano i creatori, 10 minuti di riposo accompagnato da queste melodie valgono come due ore di meditazione.

L’idea non è nuovissima: nel 2014, con lo stesso sistema di sensori, anche la designer ambientale inglese Mileece Petre aveva dimostrato che le piante erano in grado di “emettere” musica; ed è un’idea che si sta diffondendo: il 27 e 28 maggio 2017 si è tenuto 1° Festival Internazionale della Musica delle Piante presso il ParcFloral di Parigi, dove musicisti e piante hanno suonato insieme, in armonia.

Concludendo: come stanno dimostrando diversi studi di questi ultimi anni (si veda per tutti il libro dello scienziato fiorentino Stefano Mancuso “Verde Brillante”) le piante sentono, vedono, parlano, annusano… e adesso suonano pure. Una serra è praticamente un’orchestra al completo.

Volete sentire la musica delle piante? Qui il video

Fonti:
http://www.musicoftheplants.com/it/2017/06/1-festival-internazionale-della-musica-delle-piante/
http://www.damanhur.org/it/ricerca-e-sperimentazione/mondo-vegetale
http://www.mileece.is/enter.html

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Anche le piante fanno musica! (VIDEO)

Ven, 03/02/2018 - 05:21

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Leggi qui l’articolo sulla Musica dalle piante

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Lo sviluppo dell’eolico off-shore in Europa (Infografica)

Ven, 03/02/2018 - 04:34

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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2017 Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2013 in tutta Europa Previsione potenza  installata di eolico offshore a fine 2020 in tutta Europa 12.631 MW LO SVILUPPO DELL’EOLICO OFF-SHORE
IN EUROPA PREVISIONI
FINO AL 2014 Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2014 in tutta Europa 15.300 MW 2012 8.060 MW Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2015 in tutta Europa 2015 24.600 MW 2013 Previsione potenza installata di eolico offshore a fine 2017 in tutta Europa 6.608 MW Nel 2016 gli investimenti nel settore dell’eolico offshore sono aumentati del 40% rispetto al 2015: 18,2 miliardi di euro, pari ad una potenza finanziabile di 4.900 MW. 2020 Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2016 in tutta Europa 2016 5.002 MW Numero complessivo di impianti a fine 2016: 3.589 turbine installate in 81 wind farm in 10 paesi europei. 11.073 MW Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2012 in tutta Europa PREVISIONI
FINO AL 24.600
MW 11.073
MW Previsione potenza installata di eolico offshore a fine 2017 in tutta Europa 5.002
MW 12.631
MW 8.060
MW 15.300
MW 6.608
MW Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2013 in tutta Europa Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2016 in tutta Europa Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2012 in tutta Europa Previsione potenza installata di eolico offshore a fine 2020 in tutta Europa PREVISIONI
FINO AL Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2014 in tutta Europa Totale potenza installata di eolico offshore a fine 2015 in tutta Europa PREVISIONI
FINO AL 15.300
MW PREVISIONI
FINO AL

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Gardensia, la campagna contro la sclerosi multipla

Gio, 03/01/2018 - 18:45

L’Associazione Italiana Sclerosi Multipla compie 50 anni e lancia la campagna #smuoviti per sensibilizzare e raccogliere fondi per la lotta alla sclerosi multipla.
#smuoviti inizia il 3, 4 e l’8 marzo (Giornata internazionale della Donna) con l’ormai tradizionale vendita di ortensie e gardenie in moltissime piazze italiane.
“Con SMuoviti chiediamo a tutti di agire concretamente, insieme alla nostra comunità, per costruire insieme un futuro migliore per le persone con SM”, ha dichiarato Angela Martino, Presidente AISM.

Clicca qui per maggiori info https://sostienici.aism.it/gardensia/

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Dare valore alla materia

Gio, 03/01/2018 - 05:58

Oggi la fibra di cellulosa derivata dal legno viene riciclata fino a sette volte: ciò permette di diminuire l’impatto ambientale, anche attraverso pratiche di coltivazioni forestali sostenibili, che prevedono di piantare due o tre alberi ogni volta che se ne abbatte uno, ed escludendo da questo processo le foreste primarie, che sono uno scrigno della biodiversità e che anche grazie all’assorbimento di un’enorme quantità di anidride carbonica difendono il clima.
Quindi si potrebbe pensare che per quanto riguarda il mondo della carta non ci sia più molto da fare, visto che si usano sia il riciclo, sia le fibre provenienti da foreste certificate, ma non è così.
Esiste un’altra frontiera: quella dell’upcycling. Prima di addentraci nel problema è bene puntualizzare cosa è l’upcycling: si tratta di un processo industriale che aumenta il valore industriale di una materia. Nel caso dell’economia circolare si parte da un rifiuto che ha scarso valore sul mercato, magari perché destinato naturalmente all’incenerimento per generare energia o peggio alla discarica, e che invece attraverso processi industriali diventa una materia prima/seconda.
E’ un processo virtuoso a tutto tondo: si produce valore e si riducono i rifiuti e quindi i costi di gestione. E nel caso della carta ciò può avvenire per il 20-25% della materia prima utilizzata.
In Italia c’è chi di questo processo di upcycling ne ha fatto un fattore di successo: è la cartiera Favini che da anni, attraverso un inedito processo industriale brevettato, “innesta” materiali “strani” nella carta ottenendone tipologie d’alta qualità. Il processo industriale si chiama micronizzazione e permette ad altri materiali di assumere la forma e la dimensione necessarie per legarsi con le fibre di cellulosa e formare la carta.
Favini iniziò questa produzione oltre venti anni fa per contribuire allo smaltimento delle alghe che, a causa del processo di eutrofizzazione dell’acqua marina, infestavano la laguna di Venezia. Venne così creata la prima carta ibrida a base di alghe. Successivamente vennero utilizzati altri materiali di scarto come quelli agroalimentari, quali i residui di agrumi, uva, ciliegie, lavanda, mais, olive, caffè, kiwi, nocciole e mandorle: tutti materiali che, oltre ad aumentare la sostenibilità della carta, la rendono “diversa” e più pregiata.
Messa a punto la filiera delle materie prime seconde d’origine vegetale Favini ha studiato “contaminazioni” più spinte, come quelle dell’utilizzo degli sfridi della concia delle pelli, cioè dei frammenti che avanzano da un prodotto durante la sua lavorazione. E’ una storia che merita di essere raccontata: questo processo di riciclo, infatti, si basa sugli sfridi della concia vegetale, ossia di una concia che non usa materiali inquinanti; e il fatto che gli scarti, se originati dalla concia vegetale, abbiano un valore di mercato ha convinto alcune concerie a passare a questo tipo di lavorazione. Questo è uno degli effetti dell’upcycling legato alla sostenibilità.
E poi c’è il concetto della circolarità stretta. La nota casa di champagne Veuve Clicquot, infatti, ha chiesto a Favini di realizzare un cartoncino che contenesse la vinaccia residuo della spremitura per realizzare la scatola della sua linea di champagne biologico. E la cosa ha un tale valore, per la casa vinicola francese, che il processo di produzione di questi cartoncini è spiegato con una infografica su un lato della confezione.
Altro esempio ancora è quello dell’industria agroalimentare Pedon, che ha chiesto alla cartiera veneta di realizzare gli imballaggi dei propri legumi secchi con gli scarti degli stessi. Missione compiuta. I legumi secchi scartati all’inizio della selezione si ricongiungono, sotto forma d’imballaggio, ai propri simili alla fine del processo, con un doppio risultato. Il primo è quello di evitare di aver prodotto un rifiuto o un materiale di bassa qualità, mentre il secondo è che così si ottiene un cartone adatto al contatto con gli alimenti, cosa molto complicata dal punto di vista normativo quando si parte dai rifiuti, evitando l’utilizzo di una bustina di plastica. Con minori costi per l’impresa, i consumatori e l’ambiente, visto che si usa un “rifiuto” per evitarne la produzione di un altro.

Fonti:
https://www.veuveclicquot.com/it-it
http://www.favini.com/
http://www.pedon.it/it/etica–ambiente/Eco-sostenibilitaa

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Cibo e stampa 3D: mangeremo tecnologia?

Gio, 03/01/2018 - 04:25

Per tre giorni gli chef stellati Joel Castanye e Mateu Blanche, provenienti dai ristoranti La Boscana in Barcellona e elBulli a Londra, hanno servito un mix di ricette classiche e cucina molecolare creato da una stampante 3D alimentare progettata e costruita nel 2014 dalla compagnia olandese byFlow.

Con gli ingredienti base gli chef hanno creato impasti semi-fluidi in grado di essere estrusi dalla stampante, grazie alla quale sono riusciti a dare forme molti particolari ai piatti depositando strato su strato la preparazione.

Spiega Fabio Tacchella, chef della Federazione Italiana Cuochi, a IlMessaggero.it: “Le possibilità di sviluppo di questo format sono infinite, l’importante è che non ci siano tentativi di stravolgere tradizioni ben radicate, a partire da quella italiana. Non sarebbe corretto chiamare, ad esempio, Amatriciana un piatto realizzato con prodotti differenti da quelli tradizionali, solo perché sono più adatti alle stampanti. Bisogna sempre stare molto attenti che queste innovazioni non si scontrino con le tradizioni. D’altra parte però noi cuochi potremo attingere a queste tecnologie, servendocene per esaltare e migliorare i nostri prodotti, sia nell’estetica che nel gusto.”

Altri esperimenti nel settore sono stati condotti dalla Nasa per preparare cibi “spaziali” a lunga conservazione che siano nutrienti e concentrati.

Scrive Sky Tg24: “Oggi questa tecnologia viene impiegata principalmente per decorare le portate in ristoranti concettuali e di alta fascia, anche perché il macchinario necessario costa circa 4mila euro. L’obiettivo è abbassare i prezzi di produzione per rendere la stampante alimentare un prodotto comune nelle cucine di tutto il mondo.”

 

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Come fare un Blog: il progetto e l’indice dei tutorial

Mer, 02/28/2018 - 16:14

Questa sezione di People For Planet è dedicata a chi vuole imparare a fare un blog. E’ una sezione aperta a tutti, nasce inizialmente per un gruppo di oltre 500 studenti della città di Gela che, nell’ambito del progetto del Gruppo Atlantide “Gela le radici del futuro“, sostenuto dall’Eni e patrocinato dal Comune, hanno colto la possibilità di utilizzare l’alternanza scuola lavoro per apprendere qualcosa che è e potrà essere loro utile: come realizzare efficacemente un blog personale che parli delle proprie passioni.

I tutorial presenti in questa sezione di People For Planet insegnano passo dopo passo come realizzare un blog, guidati da due “maestri” come Nicola Delbono e Jacopo Fo.

Di seguito trovate il piano editoriale dell’opera.

E allora… buon blog a tutti!

TUTORIAL SULL’USO DELLA TECNOLOGIA

Video 1 Come fare un Blog parte 1
Durata 25.03

Creare un account di posta elettronica
Registrarsi su Blogger per aprire un blog

Video 2 Come fare un Blog parte 2
Durata 14,35
Inserire il primo contenuto

Video 3 Come fare un Blog parte 3
Durata 32,40

Il pannello di controllo

Video 4 Come comprare un dominio
Durata 23,08

Video 5 Come installare l’app di Blogger.com
Durata 4,24

Video 6 Cambiare tema e codice pubblicità
Durata 10,7

TUTORIAL SUI CONTENUTI

Video 7 Come scegliere i contenuti del blog
Durata 22,45

Video 8 Come far crescere le visite sul blog
Durata 12,26

Video 9 Che cos’è il seo (tecniche di promozione del blog)
Durata 13,46

Video 10 le statistiche del blog
Durata 8,42

Interpretare i dati per migliorare i contenuti

Video 11 Come elaborare le immagini per il blog
Durata 27,51

Disegni, foto, fotomontaggi alla portata di tutti

Video 12 i pericoli del web
Durata 17,08

Aspetti legali ed etici dell’uso della rete

Video 13 Blog: casi di successo
Durata 4,33

Altri ci sono riusciti puoi farcela anche tu

Video 14 Come monetizzare con il blog
Durata 10,32

Lavorare in rete: le professioni del futuro che non hanno ancora un nome

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Come fare un Blog, parte 1 (VIDEO)

Mer, 02/28/2018 - 16:13

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Come fare un Blog, parte 2 (VIDEO)

Mer, 02/28/2018 - 16:12

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Come fare un Blog, parte 3 (VIDEO)

Mer, 02/28/2018 - 16:11

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Come comprare un dominio (Parte 4 – VIDEO)

Mer, 02/28/2018 - 16:10

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Come installare l’app di Blogger (Parte 5)

Mer, 02/28/2018 - 16:09

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Cambiare tema al Blog e inserire il codice della pubblicità (Parte 6)

Mer, 02/28/2018 - 16:08

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Come scegliere i contenuti del blog (Parte 7 – VIDEO)

Mer, 02/28/2018 - 16:07

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Come far crescere le visite sul blog (Parte 8 – VIDEO)

Mer, 02/28/2018 - 16:06

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Che cos’è il seo (Parte 9 – VIDEO)

Mer, 02/28/2018 - 15:07

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