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Aggiornato: 7 ore 57 min fa

Gli italiani sono razzisti

Gio, 08/02/2018 - 02:19

“In Gran Bretagna, prima dell’arrivo di pakistani e indiani, il pregiudizio della razza – xenofobia razziale – veniva considerata una malattia americana. E nel Nord degli Stati Uniti lo si era considerato a lungo un malanno tipico del Sud. In seguito alle grandi migrazioni si scoprì che il male era endemico. Infuriava anche in Svizzera contro gli italiani, in Germania contro i turchi. Questa tensione, e il pensiero e l’azione che essa provoca, sono lo sviluppo più drammatico e discusso dei tempi moderni.” (da J. K. Galbraith – L’età dell’incertezza – Mondadori – 1977)

Nella mia esperienza di lavoro in Mozambico ho potuto registrare come il Sud Africa, Paese reduce dall’apartheid, esercitasse politiche di respingimento molto violente contro i tentativi di emigrazione dal Mozambico. Del resto se i mozambicani al sud subivano i respingimenti dei sudafricani, a loro volta al nord li esercitavano contro i migranti dalla Tanzania. E, saltando dall’Africa all’Italia, tutti ricordiamo le tensioni “razziali” provocate a cavallo tra gli anni 50 e 60 dall’emigrazione dal Sud verso il Nord.

“Negli anni Trenta, il movimento di una poverissima popolazione contadina dal sud delle grandi pianure verso la California – gli Okies e gli Arkies del grande romanzo di John Steinbeck – fu causa di una enorme tensione sociale. Okies e Arkies erano, una volta lavati e ripuliti, indubbiamente bianchi.

Ciò nonostante essi furono rappresentati come una razza a parte. Oggi i loro figli sono indistinguibili dagli altri cittadini della California. E così sarà dei figli, al massimo dei nipoti, degli immigrati recenti, i quali avranno aspirazioni educativo-professionali più alte di quelle dei loro genitori o nonni e potranno appagarle in misura più o meno grande. Quando ciò accadrà i problemi di colore e di razza si attenueranno fino ad apparire senz’altro arcaici. Ricchi e poveri anche se della stessa lingua, colore e razza, non vivono facilmente fianco a fianco. Gli agiati di razze diverse solitamente vivono insieme molto pacificamente”. (Galbraith, op. cit.)

L’Italia, come gli altri Paesi, messa di fronte a un importante fenomeno migratorio,  non è immune dal razzismo, anche se a noi italiani piace crederlo, secondo la vulgata nazionale di “italiani brava gente”.  La crescente e allarmante diffusione xenofoba è dimostrata da quanto è accaduto tra giugno e luglio. In due mesi, secondo quanto raccolto dal giornalista Luigi Mastrodonato, si sono avuti 35 casi di violenze contro extraeuropei: 22 casi di aggressioni fisiche, 9 casi di spari con pistola ad aria compressa e 3 morti (Gioia Tauro, 3 giugno; Genova, 12 giugno; Aprilia, 29 luglio)

In Italia, come negli altri Paesi, la funzione della politica di fronte alla xenofobia razziale è fondamentale. In realtà l’Italia ha un calo demografico progressivo. Nonostante il flusso (peraltro ridotto negli ultimi anni) di migranti la popolazione totale residente si va contraendo, sia per il gap negativo tra nascite e decessi sia per l’emigrazione di italiani all’estero. I migranti servono.

Sta alla politica governare questo fenomeno, “educando” tutti, residenti e nuovi arrivati, alla convivenza e alla cooperazione, nel comune interesse, cosa che la politica oggi in Italia non sta facendo, anzi…

Nei Promessi Sposi Renzo, molto agitato, si reca da un avvocato e, per farsi benvolere, gli porta in dono quattro capponi vivi.

Manzoni scrive così:

“Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente…  In tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.”

Nella metafora, Manzoni indica in Renzo il potere e nei capponi gli amministrati che credono che i loro guai derivino dagli altri capponi, non da Renzo che li agita. Evitiamo di fare la fine dei capponi di Renzo.

 

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Alla ricerca delle nostre radici persiane: a spasso per Teheran

Gio, 08/02/2018 - 02:04

Un viaggio nell’antica Persia visto dagli occhi di tre bambini.

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NASA compie 60 anni e svela come sarà la casa su Marte

Mer, 08/01/2018 - 09:58

Portare l’uomo su Marte resta una grande ambizione della NASA, che giusto ieri ha compiuto 60 anni.
Per l’occasione, l’Agenzia Spaziale Americana ha annunciato i vincitori del 3D-Printed Habitat Centennial Challenge, concorso nato per ipotizzare rappresentazioni digitali di un’ipotetica casa su Marte. Ma attenzione, non una casa qualsiasi di chiara derivazione cinematografica, bensì un progetto vero, fondato su basi scientifiche e capace di essere riprodotto in loco (se mai ce la faremo) considerando tutti i limiti del caso, in particolare l’impossibilità di trasportare materiale in quantità e la conseguente necessità di utilizzo di risorse trovate sul posto. Non si tratta quindi di disegnare “una casa”, ma un habitat accogliente per la vita su Marte e per le altre missioni, che tenga conto delle differenze di atmosfera e, più in generale, di “ambiente” tra la terra e il pianeta ospite.

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Da oggi siamo ufficialmente in debito ecologico con la Terra

Mer, 08/01/2018 - 06:41

Nulla di complicato, niente parole difficili, poche variabili, solo un fatto: oggi è l’Earth Overshoot Day. Oggi, 1 agosto 2018, la popolazione mondiale ha consumato tutte le risorse che la Terra ha prodotto nell’intero anno. Più concretamente: la carne, il pesce, l’acqua, la legna, la frutta e la verdura prodotti nel corso dell’anno sono stati consumati. Domani, 2 agosto, iniziano i giorni in overshoot, i giorni letteralmente “andati oltre”, in eccesso.

I consumi delle risorse naturali sono maggiori e corrono più velocemente rispetto alla capacità degli ecosistemi di rigenerarsi. Così ogni anno, con cadenze sempre più ristrette, sempre più drammatiche, ormai dagli anni Settanta, da quando cioè il Global Footprint Network ha iniziato a calcolare il numero dei giorni che la biocapacità terrestre è in grado di fornire all’impronta ecologica umana, ossia alla porzione di terra fertile destinata ai consumi dell’uomo. Nel 1971 l’Earth Overshoot cadeva il 21 dicembre e i giorni in overshoot erano 10. Oggi cade l’1 agosto e i giorni in overshoot sono 151.

Già, perché l’Earth Overshoot Day non è una data simbolo, una ricorrenza o “la giornata mondiale del”, ma il risultato matematico del rapporto fra due grandezze (la biocapacità annuale della Terra e l’impronta ecologica annuale dell’umanità) moltiplicato per il numero dei giorni dell’anno.

Un sistema economico i cui andamenti finanziari mirano esclusivamente alla crescita mal si sposa con un Pianeta dove nulla è per sempre. Si pensi all’anidride carbonica, elemento che riguarda tutti, carnivori, vegani, miliardari, clochards. Le foreste,  tramite la fotosintesi clorofilliana, meccanismo tanto magico quanto semplice, che solitamente si impara a scuola fin dalle elementari, insieme agli oceani sono in grado di smaltire non più di 20 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno. L’uomo ne produce 36 miliardi. I 16 miliardi di tonnellate di anidride carbonica in eccesso si accumulano nell’atmosfera, con effetti climatici disastrosi che si ripercuotono su ogni singola risorsa naturale, al punto che il 61% della attuale impronta ecologica dell’umanità serve soltanto a smaltire l’anidride carbonica.

Le risorse consumate sono maggiori rispetto alla capacità rigenerativa del Pianeta, è un concetto semplice. E tuttavia c’è ancora chi pensa che la ricchezza espressa dalle borse mondiali sia completamente slegata dalle risorse naturali; chi vive come se il mercato delle risorse del futuro si potesse autoregolare attraverso risorse invisibili e misteriose. C’è addirittura il Presidente della nazione più influente del mondo che non crede nel cambiamento climatico. Tutte posizioni che ben si sposano con un dato assai comodo e però incontestabile: sul lungo termine saranno, saremo tutti morti, e le generazioni future non potranno esercitare rappresaglie sulle mute spoglie di chi se l’è goduta egoisticamente, nonostante la corsa all’accumulo compulsivo abbia lasciato intendere che si avesse a cuore gli eredi.

La salvaguardia del Pianeta non riguarda soltanto i piani alti della società, lo ha capito bene la Cina, il Paese più popolato del mondo. Dando una scorta alle misure immediate e agli obiettivi con scadenza 2050 annunciati nell’ultimo plenum del Partito Comunista in carica, impressiona constatare che la salvaguardia dell’ambiente è motivo di impegno collettivo, senza esclusioni. Entro il 2050 la Cina si slegherà da qualsiasi combustibile fossile, e molto è stato già fatto a favore delle realtà locali in difesa dell’ambiente, come ad esempio l’avere ridotto del 50% la produzione industriale di alcuni materiali particolarmente pesanti in termini di impatto ambientale, sopra tutti l’acciaio. Un impegno, quello deciso dal Partito Comunista cinese e promosso dal suo Ministero dell’Ambiente, che ha coinvolto l’intera cittadinanza, non soltanto imprenditori e industrie: basti pensare che per passare dalle caldaie a carbone alle caldaie meno inquinanti, lo scorso inverno migliaia di case sono rimaste senza riscaldamento per via della scarsità di gas naturale. Un sacrificio del genere in Italia sarebbe impensabile.

L’azione di un cinese ha ripercussioni sulla vita di un bengalese, così come quella di un bengalese si ripercuote su quella di un russo, eccetera. Come ribadito in occasione degli accordi sui 17 Sustainable Development Goals, i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile approvati nel 2015 da tutti i Paesi del mondo e con scadenza 2030, il sovrasfruttamento delle risorse naturali, il degrado del suolo, la perdita delle biodiversità e il cambiamento climatico sono facce della stessa medaglia: la nostra. Niente affatto d’onore.

 

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Alla ricerca delle nostre radici persiane: da Gubbio all’antica Persia

Mer, 08/01/2018 - 02:36

Alla scoperta dell’Iran e della Persia con Piero, Rocco e Romeo, rispettivamente 12 anni, 9 anni e mezzo, 8 anni. Buona visione e buon viaggio!

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Gli oranghi a rischio riportano l’attenzione sull’olio di palma

Mer, 08/01/2018 - 02:33

Che la cura del corpo abbia un costo (salato) per l’ambiente lo hanno già confermato diversi studi. Un esempio: shampoo e cosmetici rilasciano nell’aria composti chimici della classe dei silossani, che inquinano quasi come il benzene.
Adesso un rapporto pubblicato dall’IUCN (IUCN, Unione Mondiale per la Conservazione della Natura), Oil palm and biodiversity, lancia un nuovo allarme: le coltivazioni di palma da olio per l’industria di trucchi e make up hanno anche loro un impatto sensibile sull’ambiente.
Nei prodotti di bellezza, la richiesta di grassi vegetali fa la sua parte nel contribuire ai rischi di estinzione di alcune specie animali, come gli oranghi (primati del genere Pongo), chiamati così dalla parola malese orangutan, che significa uomo della foresta.
Ma il lavoro dell’IUCN è impietoso: coltivare olii alternativi può diventare un rischio ambientale ancora maggiore.
Che fare?

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Bastardo inquinatore, la polizia verde ti darà la caccia!

Mar, 07/31/2018 - 04:38

Caschi verdi per l’ambiente con l’obiettivo di salvaguardare il patrimonio naturalistico mondiale. Una task force Onu per salvare le aree green del pianeta.

Una proposta italiana e strettamente attuale quella che il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio del Mare, Sergio Costa, ha recentemente portato all’Unesco. Ennesimo tentativo di portare l’attenzione su un tema importante che ci riguarda tutti da vicino e di fare delle buone idee un’azione concreta, efficace e durativa per la difesa dell’ambiente: formare quanto prima un corpo competente e specializzato che agisca in difesa delle aree verdi del Pianeta.

“Si tratta di un progetto che si propone di istituire un nucleo di esperti per la tutela e la salvaguardia di tutti i siti del patrimonio culturale naturale protetto dall’Unesco: i Caschi verdi per la protezione del patrimonio naturale mondiale” spiega il Ministro. “I Caschi verdi opereranno innanzitutto in Italia nei 10 geoparchi, nelle 15 riserve italiane della biosfera e nei 5 siti naturali inscritti nella lista del patrimonio mondiale”.

Una risorsa importante che, al pari dei più noti Caschi Blu e Caschi Bianchi formati e inviati in missioni di promozione della pace, dei diritti umani, dello sviluppo e della cooperazione fra i popoli, contribuirebbe concretamente alla tutela del patrimonio naturalistico italiano, già oggetto di precedenti iniziative realizzate in ambito Unesco. Una via che vale la pena provare a intraprendere consapevoli che chi verrà coinvolto avrà un interesse reale nella costruzione di un progetto comune.
Il Ministro Costa, nella presentazione dell’iniziativa, ha sottolineato che gli obiettivi dei Caschi verdi, a medio e lungo termine, faranno particolare riferimento alla prevenzione dei disastri ambientali:

“L’obiettivo è farli intervenire a sostegno dei programmi dell’organizzazione. Penso, in particolare, ad attività di formazione, sensibilizzazione ed educazione ambientale, di capacity building, di prevenzione dei disastri ambientali, di monitoraggio dei rischi idrogeologici e recupero del patrimonio naturale, soprattutto in casi di catastrofi naturali e post conflitto. Definiremo insieme le migliori modalità per attivare questa cooperazione con l’Unesco.”

Un’iniziativa capace di migliorare sia la formazione che l’informazione di gruppi specifici che, attraverso una rete di competenze, avrebbero come obiettivo quello di difendere e sostenere le aree verdi del pianeta, partendo dall’Italia. Una correlazione di azioni in grado di aiutare a far crescere la buona economia che si pone in sinergia con la natura.

Idea che non trova nemmeno ostacoli economici per l’avviamento e la sostenibilità delle azioni in quanto, come sottolineato dal Ministro Costa: “I fondi già ci sono. Possiamo utilizzare quelli per la difesa dal cambiamento climatico a cui ci siamo impegnati con l’accordo di Parigi del 2015: difendere e far crescere le aree verdi vuol dire inglobare carbonio negli alberi e dunque sottrarlo all’atmosfera, dove ha raggiunto livelli pericolosi. Inoltre abbiamo sottoscritto l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e dobbiamo raggiungere obiettivi come l’integrazione uomo-natura e la conservazione dei grandi ecosistemi senza i quali l’umanità non potrebbe sopravvivere. Si tratta di raccordare gli sforzi in atto e di esportare pratiche di eccellenza. L’Unesco è il luogo di coordinamento ideale per queste attività perché quale arte è più grande della tutela della natura?”

Una scelta quella della tutela dell’ambiente che non ha colori né steccati politici, ma è nell’interesse del benessere di tutti. E di questa Italia in prima fila ne siamo orgogliosi.

 

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India assetata e malnutrita. Come risolvere due problemi con una sola mossa

Mar, 07/31/2018 - 04:29

Programmazione economica, concetto un tempo ricorrente, e oggi desueto. Eppure no, può essere una parola ancora utile per i paesi emergenti. E l’India ci sta ragionando: sta facendo una seria riflessione su se stessa, sulle carenze di cui la popolazione soffre e sui nuovi rischi che si intravedono. Ha affidato a un think thank l’incarico di un focus su due questioni di vitale importanza: quella alimentare e quella ambientale.
Ne è derivato uno studio pubblicato da Science Advances (e ripreso da Bloomberg), che analizza 43 anni della storia agricola e alimentare del paese: dal 1966 al 2009.

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Cile, plastica addio: ecco la busta che si scioglie nell’acqua in 5 minuti

Lun, 07/30/2018 - 09:50

La differenza è che questa busta brevettata in Cile da SoluBag, realizzata con il calcare, si scioglie nell’acqua in cinque minuti, senza rilasciare sostanze nocive.
“Il nostro prodotto non ha impatto sull’ambiente – ha spiegato il direttore dell’azienda Roberto Astert Boettcher in un’intervista alla tv Canal 13 – la differenza tra la plastica tradizionale e questa prodotta da noi è che la prima resterà in natura per centinaia di anni, da 150 a 500, la nostra solo 5 minuti”.

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Juventus: la maglia fatta con la plastica riciclata dagli oceani

Lun, 07/30/2018 - 04:24

Avrà un design innovativo nel pieno rispetto per l’ambiente. La nuova maglia della Juventus sarà prodotta col tessuto Parley Ocean Plastic. Ricavato con la plastica riciclata dagli oceani, nasce dalla collaborazione di Adidas e Parleu for the Oceans, un programma ideato per combattere l’inquinamento dei mari.

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Il cibo biologico è migliore. La conferma (anche) dall’Unione europea

Lun, 07/30/2018 - 04:09

Secondo dati Nielsen del 2018, quest’anno il tasso di crescita delle vendite di prodotti bio si è attestato a un 10,5% dopo un triennio caratterizzato da un’impennata delle vendite, a tassi annui tra il 18 e il 19%. Numeri enormi, se si considera che l’alimentare nel suo complesso aumenta del 3% circa l’anno e che, della spesa alimentare complessiva, il biologico da solo rappresenta il 3,7%. Consideriamo inoltre che il biologico ha tutt’ora una scelta limitata, a partire dalla grande distribuzione (GDO), come i supermercati, e dunque un potenziale ben maggiore. Nell’ultimo anno, il numero di acquirenti abituali di prodotti biologici è stato pari a 6,5 milioni di famiglie, mentre il numero di acquirenti saltuari è cresciuto fino a 21,8 milioni di famiglie.

Nella GDO, le vendite di biologico sono aumentate del 15,8% nei supermercati e dell’11,7% negli ipermercati nel 2018.

Vale la pena? Sì. L’ultimo rapporto sui residui di pesticidi dell’Efsa, l’Ente europeo che controlla la sicurezza del cibo, diffuso pochi giorni fa, è tranquillizzante sia per la frutta e la verdura tradizionali che per il biologico (se italiani). Ma notiamo le differenze per capirne di più.

Dei campioni analizzati, il 96% di frutta e verdura “tradizionale” aveva residui di pesticidi entro i limiti di legge: cioè aveva residui, ma le attuali conoscenze scientifiche le considerano sicure. Come si definisce questo parametro? In base a una media, per cui è chiaro che un maschio adulto che pesa 80 kg è danneggiato meno rispetto a un consumatore più fragile come un bambino o un bebè. Ed è altrettanto chiaro che la quantità di frutta e verdura consumata abitualmente fa nuovamente variare la concentrazione nel corpo di questi contaminanti. Si fa una stima e si decide cosa sia sicuro, cosa non danneggi la salute “media”. Ma è evidente che la presenza di queste sostanze, anche quando è considerata sicura, può comportare un rischio.

Inoltre, se su 100 prodotti 96 avevano residui nella norma, significa che 4 li avevano sopra la norma. Altro dato importante: tra quelli a norma, 51 erano praticamente privi di residui.

Questo da cosa dipende? Perché un alimento tradizionale (non biologico) in certi casi contiene residui chimici e in altri casi no? Succede perché, per esempio, alcuni alimenti – come le mele – hanno bisogno di più antiparassitari per crescere, e altri semplicemente assorbono maggiormente le sostanze a cui sono esposti, come ad esempio le pesche.

Adesso il confronto con il biologico: su 5,495 campioni di cibo bio considerati nel 2016, il 98.7% rientrava nei limiti di legge (contro il 96% degli alimenti tradizionali), e l’83.1% (contro il 51 del tradizionale) era completamente esente da residui.

Una differenza – quella tra cibo tradizionale e biologico – davvero notevole: i cibi esenti da contaminanti si trovano tra i cibi biologici con una frequenza maggiore di 32 punti percentuali.

A questo link i grafici dello studio, dove poter confrontare i risultati da Paese a Paese e anche per tipologia di cibo. Si scopre così ad esempio che il topinampur è sempre privo di residui, e che la salvia ha un rischio altissimo di avere contaminanti oltre i limiti di legge, intorno al 20%. Mai male quanto il te, che arriva a esser fuori legge in 24 casi su 100. Male anche la frutta tropicale, che nell’11% dei casi ha valori sopra la normativa. Tra i cereali, spicca in positivo la segale ma anche il mais.

Altra cosa interessante che potete confrontare da soli è un paragone, indicativo, tra Spagna e Italia. Perché la Spagna? Perché è il Paese da dove più spesso arrivano sui nostri banchi le “primizie”, o in genere frutta e verdura a minor costo: e non è un caso. La Spagna ha regole più blande per i limiti di pesticidi nelle coltivazioni e anche da questo rapporto lo si vede bene. Nel confronto tra Stati, in Italia sono stati analizzati oltre 11mila campioni, in Spagna poco più di 2mila: oltre 5 volte di più. Nonostante questo, la Spagna ha un valore quasi doppio al nostro (3,2% rispetto all’1,9%) di prodotti finali con quantità di pesticidi oltre le norme.

Le analisi, condotte nel 2016, hanno valutato 84,657 campioni di cibo, testati su 791 tipi di pesticidi. La maggior parte dei campioni (67%) era di provenienza europea, o da Islanda e Norvegia, il 26.4% erano prodotti importati da paesi terzi. Per ben il 6.6% dei campioni, l’origine era sconosciuta: cosa che purtroppo può avvenire per alcune categorie di prodotto, ma che è sempre bene escludere dal nostro carrello ove possibile.

I limiti di legge non erano rispettati in una media del 2.4% dei casi per quanto riguarda i prodotti europei, del 7,2 per quanto riguarda i prodotti extra-Ue: cosa altrettanto interessante da tenere a mente quando compriamo ananas, banane ma anche un qualsiasi alimento, tra i milioni in commercio, che contiene olio di palma, per esempio.

Fa piacere sapere che, sebbene i campioni analizzati siano stati solo 1.676, il cibo destinato a neonati e bimbi piccoli (quindi prevalentemente latte in polvere e omogeneizzati) era entro i limiti nel 98.1% dei casi, e completamente libero da residui nel’89.8%. Una percentuale vicina a quella già mostrata e che riguarda il biologico, ma dove i campioni analizzati sono stati ben di più: su 5.495 campioni analizzati di biologico, il 98.7% era entro i parametri (quindi di un pelo più sicuri anche rispetto agli alimenti per la prima infanzia) e l’83.1% libero da residui.

Tra i cibi in assoluto e ovunque più “puliti” spiccano come detto la segale, il cavolo cappuccio, e le fragole. I cibi più contaminati sono le mele e i pomodori (dunque quelli dove vale ancor di più la pena scegliere bio). In base ai risultati raggiunti, Efsa ha definito basso il rischio per la salute, sia nel breve che nel lungo periodo: basso, non assente, e, come detto, relativamente a una stima.

Per capire fino a che punto ci convenga spendere di più, e comprare bio, consideriamo anche gli ulteriori controlli ai quali solo il biologico è sottoposto (salvo, ovviamente, le frondi, che possono esistere in qualsiasi ambito). Come ci spiegano dalI’Ispra, in Italia, nel caso del biologico “si testa non solo il prodotto finale, ma anche campioni di suolo e di acqua della falda, si analizzano parti della pianta e si pianificano attività di controllo che possono prevedere analisi chimiche superiori al minimo stabilito dal Regolamento europeo”. Se, ad esempio, nel terreno vengono trovate tracce di pesticidi e fertilizzati usati precedentemente in quel campo, l’agricoltore coltiverà in modo biologico, ma non potrà apporre la scritto bio sui suoi prodotti per almeno 2-3 anni, in modo da far decadere tutti i residui tossici. Ci sono 20 agenzie riconosciute per la certificazione bio. Fanno 62mila ispezioni l’anno e attestano 5mila campioni di suolo e prodotti. Valutano anche la presenza di agenti tossici, compresi i metalli pesanti, non considerati invece, ad esempio, in questa analisi dell’Efsa.

Abbiamo detto certificazioni bio: un elemento fondamentale per essere certi che l’alimento che abbiamo di fronte è veramente più sicuro. A questa pagina, il Ministero delle Politiche agricole stila un elenco delle certificazioni valide e autorizzate che dovremmo imprimere nella memoria quando leggiamo l’etichetta di un prodotto perché ci interessa scegliere biologico.

Da Federbio riassumono: “Le verifiche nel biologico hanno un rapporto di 0 a 100 rispetto al normale agroalimentare o al non certificato”. Qualcosa di prezioso, che inevitabilmente costa di più, ma che – tutto lascia intendere – ci ripaga nel tempo, anche – e certamente – da un punto di vista ambientale.

 

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In una impresa familiare chi scappa con la cassa non è punibile

Lun, 07/30/2018 - 02:16

Mi sono trovato spesso a gestire, da consulente, le dinamiche di riassetto organizzativo delle imprese a gestione familiare e qualche volta mi sono imbattuto anche in casi di ammanchi di cassa e sottrazione indebita di sostanze patrimoniali.

In altri termini ci si accorgeva che qualcuno era scappato con la cassa!

In Italia esistono circa 2,5 milioni di microimprese costituite sotto forma di impresa individuali (o ditta individuale) che impiegano circa 10 milioni di addetti. Si tratta sostanzialmente di imprese familiari disciplinate dall’art. 230 bis c.c., introdotto con la L. 151/1975 (Riforma del diritto di famiglia), che l definisce come l’organizzazione in cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo. Una azienda difficile da gestire, forse tra le più difficili, laddove si intrecciano le dinamiche dei sentimenti con lo sviluppo del business soprattutto in determinati momenti della vita dell’azienda come la individuazione della leadership e il il ricambio generazionale che rappresentano le principali cause di morte di quel tipo di imprenditoria.
Ne abbiamo parlato giovedì 21 Giugno, al convegno “Impresa familiare: un collegamento tra Generazione, Impresa & Territorio” , un progetto interessante dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope” che mi ha entusiasmato dalle prime battute per la qualità degli interventi, poco accademici e molto orientati alla individuazione delle soluzioni.

Sono stato sensibilmente e professionalmente coinvolto nel dibattito proposto dall’Avv. penalista del foro di Napoli Rocco Curcio sul tema della non punibilità dei reati contro il patrimonio commessi nell’ambito della impresa familiare. In particolare ci siamo soffermati sul dispositivo dell’art. 649 c.p che stabilisce che qualsiasi danno patrimoniale prodotto in danno di un parente nell’ambito dell’impresa familiare non è punibile!

E’ escluso solo il danno derivante da rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di estorsione e comunque ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle persone.

Per il resto, anche la cd. Appropriazione indebita, contemplata nel dettaglio dall’articolo 646 il quale punisce “chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso“, non ha rilevanza penale.

Pertanto se un familiare scappa con la cassa dell’azienda non e’ punibile penalmente. Scioccante !

Un vuoto legislativo che merita una riflessione.

Cari imprenditori, non è forse il caso di tener ben presente tale tematica nella gestione delle imprese familiari laddove solitamente si tende ad apprestare una tutela minima ai rapporti di lavoro che si svolgono in ambito familiare?

Per chi non ha saputo o voluto anticipare il problema – relegandolo invece tra le cose che sono destinate ad avvenire ‘naturalmente’ e che non necessitano particolare attenzione o, peggio ancora, nell’area dei fatti che producono sensazioni sgradevoli e che è meglio dimenticare in fretta per concentrarsi su cose più piacevoli – il risveglio potrebbe essere dei più amari.

Ecco l’esigenza di impostare strumenti di vincolo e di ottimizzazione come il «patto legale della famiglia» che garantisca il ricambio generazionale e la continuità d’impresa anche attraverso la tutela del patrimonio.
La finalità è quella di assicurare, fissando regole precise, continuità nella gestione delle imprese, attraverso: l’individuazione di uno o più discendenti – figli, nipoti – dell’imprenditore ritenuti idonei alla gestione; il trasferimento a esso dell’azienda o delle partecipazioni (quando l’impresa è svolta attraverso una struttura societaria); la liquidazione dei diritti economici dei legittimari ai quali non viene assegnata l’azienda o non vengono date le partecipazioni. E non ultimo anche le garanzie eventualmente da ritirare per far fronte a tale ipotetico, ma non improbabile, evento.

 

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Sculture in metallo che si muovono con il vento

Dom, 07/29/2018 - 04:16

Nel 1996 ha riempito il suo parco di sculture con pezzi metallici che danzano sinuosamente al vento. Il suo lavoro è apparso anche alle Olimpiadi di Rio 2016! L’intento dell’artista è trasmettere agli spettatori attraverso il suo lavoro un momento di pace semi-meditativa.

 

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Zanzare: miti da sfatare, consigli e curiosità

Dom, 07/29/2018 - 02:57

Alcuni accorgimenti che vengono utilizzati per ridurre la presenza di questi insetti nelle nostre case non sono altro che frutto di leggende metropolitane e non hanno alcuna efficacia reale. Ecco alcuni miti da sfatare:

* Mettere il rame nei sottovasi delle piante per rendere l’ambiente inospitale alle larve di zanzara non serve a nulla, spiega Claudio Venturelli, entomologo dell’Ausl Romagna: “Il rame rende l’acqua inospitale per le larve di zanzara solo nella proporzione di almeno 20 grammi di rame in un litro d’acqua. E non deve essere ossidato, quindi va cambiato molto spesso: solo con questi accorgimenti funziona, altrimenti è inutile”.

* Coltivare piante aromatiche sul balcone come basilico, lavanda e menta può effettivamente allontanare le zanzare per via dell’odore che queste piante emanano, “ma l’acqua che ristagna nel sottovaso, invece, ne aumenta la presenza perché fa da serbatoio: in sostanza, la spesa è maggiore dell’impresa”.

* Le casette per i pipistrelli (bat box) che in molti giardini vengono messe per offrire ospitalità a questi piccoli mammiferi alati ghiotti di zanzare nella speranza che ripuliscano l’aria circostante da questi insetti, in realtà ha efficacia molto limitata.

I consigli anti-zanzare dell’entomologo

Alcuni comportamenti facili da mettere in pratica possono invece aiutare davvero a tenere lontane le zanzare.

* Tanto per iniziare, “la prevenzione è la prima arma: svuotare i sottovasi delle piante quando si riempiono di acqua può aiutare a evitare l’instaurarsi di covi di larve”, spiega Venturelli. Anziché togliere l’acqua nei sottovasi, operazione che per piante molto pesanti può risultare difficile, “si può riempire il sottovaso di sabbia o ghiaia che evitano il formarsi del ristagno d’acqua, rendendo l’ambiente inospitale per le zanzare senza nuocere alle piante, che attraverso le radici possano continuare ad assorbire l’acqua di cui hanno bisogno”.

* Oltre all’uso di zanzariere, che può risultare molto efficace e non ha alcun effetto collaterale sull’ambiente e sulla salute, anche l’uso di condizionatori e di ventilatori può essere di aiuto contro le zanzare perché le correnti d’aria che si creano le disorientano nel volo e confondono l’odore della pelle umana da cui sono attratte.

Curiosità

* Da due zanzare che nascono in aprile, se hanno sangue per nutrirsi e acqua a sufficienza per sopravvivere, a fine ottobre hanno dato vita a circa 10 generazioni di zanzare”, spiega Venturelli. “Considerando che in media ogni 10 giorni possono nascere 2500 milioni di miliardi di zanzare, in sei mesi tutte le zanzare insieme arrivano a pesare 83 milioni di tonnellate, e se le mettessimo in fila indiana sarebbero in grado di coprire la distanza terra-luna 65 milioni e 400 mila volte”. Il calcolo, riportato nel libro “Questione di Culex” (De Agostini) scritto da Claudio Venturelli e Marina Marazza con prefazione e capitolo di Dario Fo, “è ovviamente ipotetico,  poiché non tiene conto delle zanzare vittime di predazione, malattie e disinfestazioni”, precisa Venturelli.

* La bistecca scottona contiene il 16% di sostanza proteica rispetto al suo peso: le zanzare hanno invece ben il 48% di sostanza proteica rispetto al loro peso (chissà se in futuro sarà possibile consumare bistecche di zanzare come nuova fonte di approvvigionamento proteico!)

* E’ vero che le zanzare scelgono le loro prede in base all’odore: in particolare sono attratte dal sentore del sudore, che contiene acido lattico, e sono in grado di intercettarlo a 70 m di distanza. Mentre non è vero che alcune persone sono bersagli prediletti delle zanzare, mentre altre sono pressoché indenni dalle punture. “Chi suda di più in genere viene punto di più, ma chi pensa di non essere vittima delle zanzare in realtà dà il suo contributo in sangue a mamma zanzara senza però manifestare la reazione allergica (ponfi e prurito) che, invece, compare in chi si sente perseguitato da questi insetti”.

INDICE articoli sul tema “Zanzare e Insetticidi”

Gli insetticidi sono velenosi!

Per le zanzare è una “questione di sangue”

Gli elettroemanatori contro le zanzare possono far male alla salute (non solo delle zanzare)

Repellenti anti-zanzare: attenzione agli effetti collaterali

Creme e spray anti-zanzare: gli errori da non commettere

Zanzare: miti da sfatare, consigli e curiosità

 

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E se vi chiedessero di lavorare di meno?

Sab, 07/28/2018 - 05:24

Nel produttivo Nord Est c’è un’azienda che ha avviato una sperimentazione che sembra quasi controtendenza: far lavorare i propri dipendenti due ore in meno alla settimana, con altre concessioni come la flessibilità oraria in entrata e due giorni di lavoro da casa.

Sta succedendo alla Salvagnini, azienda che progetta e produce macchine e sistemi per la lavorazione della lamiera, in provincia di Vicenza.
A scaglioni, i 750 dipendenti otterranno quello che hanno richiesto e che è stato scritto in un accordo integrativo appena firmato: 38 ore di lavoro anziché 40 a settimana, con l’uscita alle 14 del venerdì per un weekend più lungo. L’accordo prevede anche la possibilità di entrare in orario flessibile tra le 8 e le 8.30 e, per le 350 persone impiegate negli uffici, anche due giorni a settimana di lavoro da casa. Le due ore saranno comunque pagate: dall’azienda stessa per i primi 75 minuti e 45 minuti saranno scalati dai permessi.

“Dimostreremo che anche con due ore in meno si può realizzare lo stesso prodotto di qualità perché la gente è motivata dal poter stare un pomeriggio intero in più con i propri cari e dall’ipotesi di produrre da casa”, hanno detto al quotidiano La Repubblica i sindacalisti che hanno lavorato all’accordo, Morgan Prebianca della Fiom e Carmine Battipaglia di Fim e Rsu.

Le modalità e l’organizzazione andranno sperimentate sul campo. La riduzione oraria sul lavoro ha dato risultati altalenanti in base alle modalità di attuazione e di diversa interpretazione (pensiamo solo alla Francia e al lungo dibattito sul tema delle 35 ore), ma il lavoro da casa, il cosiddetto Smart Working, va nella direzione seguita da molti Paesi europei ed anche in Italia sta crescendo.

Solo nel 2017 sono cresciuti del 60% i lavoratori che hanno iniziato a sperimentare il lavoro da casa, arrivando al 5-6% di lavoratori totali interessati, secondi dati dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, riportato anche dal Sole24Ore. Il quotidiano indica che le cifre sono ancora ben lontane dal 17% della media europea e riporta anche un dato interessante: da casa crescerebbe la produttività. L’Osservatorio stima un incremento della produttività pari al 15%, anche grazie alla riduzione del tempo e del costo per gli spostamenti, alla riduzione dell’assenteismo e all’abbattimento dei costi per gli spazi fisici.

Dall’Osservatorio si evidenzia anche un cambio culturale: puntare sullo smart working significherebbe infatti “traghettare le organizzazioni verso una cultura del lavoro meno legata al presenzialismo e più volta al risultato“.

 

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Tiziano Terzani: avere ci rende felici?

Sab, 07/28/2018 - 04:10

 

Produciamo cose inutili, prodotte da altri in condizioni che vogliamo ignorare in una continua economia competitiva, entrata a far parte anche delle nostre più azioni quotidiane. Soldi per le multinazionali, soldi per il consumismo, soldi sperperati, ma quello che troppo spesso dimentichiamo è la capacità di accontentarsi.

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Che scooter sharing scelgo a Roma e a Milano? (Infografica)

Ven, 07/27/2018 - 02:29

Dopo aver analizzato le offerte dei servizi di car sharing e bike sharing di diverse città italiane andiamo ora a conoscere lo scooter sharing, la condivisione dei motocicli, a Roma e Milano.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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Più spazi verdi nelle città per sconfiggere stress e depressione

Ven, 07/27/2018 - 02:16

A dire il vero non occorre che sia la scienza a dirlo, ma ora lo conferma anche uno studio della Perelman School of Medicine e della School of Arts & Sciences dell’Università della Pennsylvania: le città con molti spazi verdi aiutano a ridurre la depressione e favoriscono il benessere mentale per i residenti. Basta poco per riconvertire spazi abbandonati, e i risultati sono notevoli.

Negli Stati Uniti il 15% del suolo è classificato come lotto abbandonato o non ha una destinazione. Spesso queste zone diventano discariche abusive o crescono alberi e piante senza la minima cura; potrebbero invece essere convertite in spazi verdi fruibili per i cittadini. Lo studio parte da questi presupposti.

Per la prima volta i ricercatori hanno misurato la salute mentale dei residenti di Philadelphia prima e dopo la riconversione delle aree non utilizzate. Chi vive in un raggio di circa 500 metri dalle zone riconvertite in spazi verdi mostra una diminuzione del 41,5% del sentimento di depressione. Si registra inoltre una diminuzione del 63% circa di coloro che dichiarano di soffrire di scarso benessere psichico. Il malessere tende a diminuire e basta la consapevolezza di vivere in un luogo più green.

E’ la dimostrazione lampante che riqualificare le zone dismesse nelle grandi città aiuta moltissimo a migliorare la salute delle persone. Questo, a lungo andare, può contribuire a ridurre i crimini, la violenza, i livelli di stress. Lo stesso team di ricercatori aveva già infatti evidenziato una diminuzione fino al 29% dei crimini violenti nelle zone vicine ai nuovi parchi urbani.

Richard Rogers, l’architetto che insieme a Renzo Piano e a Gianfranco Franchini progettò il Centro Georges Pompidou di Parigi, dice che “Non si può pensare un’architettura senza pensare alla gente”. E la gente ha anche bisogno di spazi di decompressione, dove lasciar defluire i pensieri fuori dalla mente e rilassarsi senza che il ritmo frenetico di una grande città prenda il sopravvento. Gli spazi verdi, i parchi e gli orti urbani sono la soluzione ideale, tutto sommato anche low cost, per ridare all’uomo quella sensazione di benessere che deriva da un contatto con la natura spesso negato dal cemento. E, allo stesso tempo, sono la soluzione perfetta anche per non consegnare all’oblio metri quadrati di territorio prezioso.

John MacDonald, uno dei coordinatori dello studio, professore di criminologia e sociologia, ha evidenziato che “i risultati possono supportare la teoria secondo cui l’esposizione ad elementi ambientali naturali può diventare parte di una terapia per il recupero della salute mentale, in particolare per chi vive in contesti urbani stressanti e caotici”.

Quanto costa? Trasformare un lotto abbandonato in un’area verde è costato circa 1.600 dollari, mentre la manutenzione comporta circa 180 dollari all’anno. Non molto, ma tutto dipende ancora una volta dalla sensibilità delle singole istituzioni. C’è la volontà di migliorare il benessere delle comunità con piccoli interventi?

 

Foto di copertina: esempio di riqualificazione di uno spazio abbandonato, con recinto in legno ad indicare l’area curata e a prevenire lo sversamento di rifiuti (Fonte: Columbia University)

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Ricercatori italiani scoprono un lago su Marte

Gio, 07/26/2018 - 08:44

E’ un lago simile a quelli terrestri. Si trova però al polo sud di Marte, sotto a uno strato di ghiaccio di un chilometro e mezzo. Ha una ventina di chilometri di diametro e una temperatura di almeno dieci gradi sottozero. La pressione del ghiaccio sovrastante e la presenza di sali disciolti (magnesio, calcio e sodio sono elementi di cui è ricco il suolo del pianeta) gli permette di restare liquido nonostante il freddo. Sulla Terra, in Groenlandia come in Antartide, si conoscono decine di laghi subglaciali simili. In alcuni vivono colonie di batteri estremofili, capaci di cavarsela anche al freddo e al buio.

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Ambiente: assassinati 207 attivisti nel solo 2017

Gio, 07/26/2018 - 05:42

Quella di 207 persone, uomini e donne, nei soli 22 Paesi di tutto il mondo presi in esame dal report At What Cost. Una lotta per i loro diritti e per quelli dell’ambiente, la loro Terra fonte di vita e spesso sacra. Così riporta l’ultima analisi di Global Witness, ONG britannica nata nel 1993 e storicamente impegnata nella protezione dei diritti umani e ambientali. Il report, presentato martedì 24 luglio 2018, fa emergere una verità sconcertante, intimidatoria e troppo spesso infangata nella speranza che nessuno faccia più domande e soprattutto non si opponga più.

“L’omicidio è uno dei modi principali per mettere a tacere i difensori, oltre alle minacce di morte, arresti, violenze, rapimenti e aggressioni all’interno della legge”, afferma il rapporto.

In 22 Paesi di tutto il mondo sono stati 207 gli omicidi di attivisti, una media di 4 vittime alla settimana. Stima probabilmente inferiore ai dati reali, ma che vede il 2017 comunque come l’anno peggiore finora; erano infatti 200 le vittime recensite nel 2016, 185 nel 2015 e 116 nel 2014.

Il 60% delle morti sono registrate in America Latina, con in testa il Brasile, che vince l’amaro record di paese al mondo con maggior numero di omicidi (57) a sfondo ambientale.  A seguire, sempre a cifra doppia, troviamo Filippine (48) con il maggior numero di assassinii nella storia di un Paese asiatico, Colombia (24), Messico (15), Repubblica Democratica del Congo (13) e India (11). L’organizzazione riferisce che le vittime sono perlopiù autorità locali, attivisti e ambientalisti che cercano di proteggere le loro case e comunità dalle industrie distruttive, dal bracconaggio e dal depauperamento delle loro terre.

Le industrie del settore agroindustriale sono tra i maggiori responsabili. Dimenticatevi le miniere, oggi è il settore agroindustriale quello che, giorno dopo giorno, sta diventando il più invadente e brutale nei confronti di popolazioni autoctone abbandonate dai governi locali e troppo deboli per una autodifesa efficace.

Dal titolo del rapporto la connessione è chiara: “A quale prezzo?”. Una domanda rivolta a noi consumatori che non ci interessiamo circa la provenienza dei prodotti offerti e non siamo più capaci di etiche rinunce, al costo di enormi sprechi e conseguenze disastrose anche in termini economici. (Vedi lo spreco di cibo in Italia).
Nonostante le alternative possibili di cui oggi disponiamo, continuiamo a ignorare che anche le nostre più semplici abitudini quotidiane possono avere conseguenze sulla vita (e Terra) di qualcun altro.

 “Si uccidono i militanti locali perché i governi e le aziende hanno a cuore il rapido profitto e non le vite umane. I reparti dei nostri supermercati sono riempiti di prodotti generati da questa carneficina. E ora le comunità, quelle che in modo coraggioso resistono ai funzionari corrotti, alle industrie distruttrici e alla devastazione dell’ambiente, sono brutalmente ridotte al silenzio”, ha denunciato Ben Leather, responsabile di Global Witness.

Il termine corretto è quello di land grabbing, che tradotto significa “accaparramento delle terre”.  Questo è quanto succede quando una larga porzione di terra considerata “inutilizzata” è venduta a terzi, aziende o governi di altri paesi, senza il consenso delle comunità che ci abitano o che la utilizzano per coltivare e produrre il loro cibo. E quindi abbiamo monocolture di olio di palma, distese di coltivazioni di ananas, campi di avocado… prodotti usati in cucina, ma anche per la bellezza. Sarebbe sufficiente una maggiore attenzione alle etichette per rendersi conto della dimensione globale del fenomeno, e più attenzione a tavola per dare il nostro contributo.

Che la violenza sia direttamente legata ai prodotti comprati dai consumatori è una delle denunce che il rapporto vuole evidenziare cercando di sensibilizzare su una condotta responsabile. Global Witness chiede: “Un’azione urgente per invertire la tendenza. Oggi, i governi e le imprese sono responsabili, ma possono decidere, al contrario, di trovare delle soluzioni. Devono affrontare le cause stesse di queste violenze, assicurandosi, per esempio, che le comunità abbiano il diritto di rifiutare dei progetti sulle loro terre, ma anche sostenendo e proteggendo i difensori minacciati e assicurando che sia resa giustizia a coloro che subiscono questa violenza».

 

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