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Aggiornato: 47 min 16 sec fa

Gli avvoltoi del mattone

Lun, 04/09/2018 - 09:12

I colossi del credito (in primis Unicredit e Intesa) hanno, in questi ultimi anni, infatti diversificato il business, allontanandosi ancora una volta dal sostegno vero alla economia reale.
Oggi le banche sono anche delle vere e, soprattutto, spietate agenzie immobiliari che senza remora buttano sulla strada i propri clienti. E vedremo come.
Ma andiamo con ordine perché per capire questo meccanismo diabolico è utile partire dal principio.
Qualche anno fa li chiamavamo «alleati» proprio come nella terminologia militare vengono definiti i più fedeli cobelligeranti.
Sono gli agenti e le loro società di intermediazione immobiliare con le quali le banche negli anni che vanno dal 1994 al 2009 stipulano accordi, patti e convenzioni d’oro per vendere insieme i mutui ipotecari per l’acquisto degli immobili.
Il gioco è semplice e ben noto: le società in questione realizzano l’incontro tra la domanda (l’acquirente, che paga loro il 3% di commissione) e l’offerta (il venditore dell’immobile, che versa la stessa percentuale di provvigione) e, in base a un accordo di esclusiva con una banca, propongono al compratore di accendere un mutuo ipotecario presso l’istituto convenzionato. Istituto che, alla fine della fiera, paga una «retrocessione», una sorta di commissione agli agenti per avergli passato la pratica e fatto guadagnare: una “gabella” che ricade puntualmente sul cliente ignaro di tutto.
Denaro ne girava tanto e soprattutto vigeva una regola ben precisa, puntualmente ribadita in ogni riunione plenaria indetta dal top management: trattate con i guanti bianchi gli agenti immobiliari perché ci fanno fare i quattrini veri.
Soldi a palate, certo, perché quando parliamo di un prestito tutti pensano che il guadagno si basi esclusivamente sulla erogazione del finanziamento (tasso di interesse, commissione di istruttoria, ecc) ma non è così: la partita era assai più grossa.
Perché in bundling (un accoppiamento di due prodotti, terminologia molto di tendenza all’epoca) con il mutuo si dovevano vendere obbligatoriamente (altrimenti si faceva in modo di far capire che era “conditio sine qua non“ per ottenere il mutuo) altri due prodotti assai onerosi per il cliente: un conto corrente su cui canalizzare il pagamento delle rate (anche se il compratore già ne aveva uno ) e una polizza assicurativa a protezione del credito concesso, che copriva il rischio di una futura e insufficiente disponibilità economica del richiedente a fronte di determinati imprevisti.
E con questo giro di soldi erano tutti sistemati: la banca grazie alla vendita dei prodotti accessori copriva anche la retrocessione sul mutuo, gli agenti guadagnavano a pieno e il correntista pagava due volte.

Ma cosa succede dopo la crisi del 2008?
Nel caos finanziario post crisi dei mutui subprime finisce anche l’idillio tra banche e società di intermediazione immobiliare. La causa? Per via della crisi le banche hanno dovuto inventarsi il nuovo business: delle società ad hoc che fanno concorrenza agli agenti immobiliari che gia’ a marzo del 2015 hanno depositato addirittura un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per «violazione della tutela della libera concorrenza e del consumatore».
In particolare i colossi del sistema del credito italiano si sono insinuati nuovamente nello stato di disperazione di imprese e famiglie: questa nuova attività di intermediazione si manifesta attraverso la vendita di case e opifici, derivanti prevalentemente da mutui non pagati, a clienti (privati e società immobiliari) che hanno le disponibilità monetarie per pagarle.
Certo, queste società (praticamente le banche) hanno già tutto quello che serve per realizzare con “facilità“ l’incontro tra la domanda e l’offerta: chi ha necessità di vendere l’immobile e chi ha i soldi per comprarlo.
Un sistema che crea un’ulteriore sperequazione tra i ricchi che hanno la liquidità e i poveri che non ce l’hanno fatta a pagare il mutuo. Inoltre, per «l’immobiliare della banca» non sarà difficile trovare il compratore e accelerare l’eventuale azione terroristica-esecutiva nei confronti del venditore-insolvente per costringerlo ad accettare un prezzo stracciato pur di liberarsi della pressione estorsiva della banca.
Chi acquista farà un vero affare, come lo farà l’istituto-mediatore che in un colpo solo rientra dall’esposizione del mutuo e guadagna anche le commissioni di intermediazione (3%+3%) e il costo del cosiddetto «fascicolo casa», circa 300 + Iva che comprende una perizia, una visura catastale e l’attestato di prestazione energetica (Ape).
Consigli? Prima di consegnare i vostri sacrifici a sciacalli ed estorsori fate fare una perizia econometrica sul vostro mutuo da professionisti seri e indipendenti. E poi inizia la battaglia.
Gli avvoltoi sono alle porte di casa.

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E’ brodomania!

Lun, 04/09/2018 - 04:53

Parliamo della “brodomania”, ossia l’alimentarsi con un menù esclusivamente liquido a base di brodini, zuppe, consommé e minestre, fino ai “cappuccini” di frutta come dessert.

Spiega il famoso e pluripremiato chef Francesco Apreda, del ristorante Imàgo dell’Hotel Hassler di Roma: “Il futuro sarà sempre più vegetariano e le zuppe rendono vivaci e soddisfacenti i piatti di verdure. Abbino cibi solidi a quelli fluidi e questi ultimi danno sapidità al piatto grazie alle spezie, senza alcun bisogno di aggiungere il sale.”

Secondo la nutrizionista Kellyann Petrucci: “Il brodo calma il languorino, è un brucia grassi e sazia senza aggiungere chili perché non contiene carboidrati e ha poche calorie”. Ovviamente è autrice del libro “Dieta del brodo”.

Negli Stati Uniti dal 2015 è aperto a New York “Brodo”, nell’East Village, gestito dallo chef Marco Canora, che definisce il brodo il miglior confort food del mondo perché ristora sia il fisico che l’anima.

Canora serve il brodo in bicchieri di carta simili a quelli del caffè, grande operazione di marketing!

 

Altre fonti:
– http://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/food/2018/02/08/zuppe-creme-guazzetti.-per-diete-o-al-bar-e-al-ristorante-e-trend-brodomania-_120847b5-1637-451c-b244-25a935c8f0b6.html

http://www.gamberorosso.it/en/1021317-e-brodomania-il-brodo-in-tazza-da-passeggio-che-piace-ai-newyorkesi-e-il-successo-della-paleodieta

 

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La Youtuber assassina e la politica vessatoria di YouTube

Lun, 04/09/2018 - 04:32

Ma dietro questa orribile follia emerge da una situazione assurda e non possiamo non cercare di capirla senza diminuire la condanna morale della violenza.

Najafi Agdham da tempo protestava perché YouTube, secondo lei, la censurava e soprattutto perché non le pagava più i diritti sui video da lei pubblicati sulla piattaforma. Sosteneva che a causa dei nuovi criteri di pagamento decisi dall’azienda i suoi guadagni erano scesi a pochi centesimi di dollaro al mese ed era in miseria.

Probabilmente dietro le scelte censorie di YouTube c’erano le posizioni deliranti della vegana, animalista, culturista, che citava Hitler.

Ma è indiscutibile che YouTube stia facendo incazzare migliaia di videomaker con scelte che penalizzano chi non raggiunge grandissimi numeri, e questo anche se una parte spaventosa degli utili di YouTube derivi proprio dai piccoli videomaker.

L’azienda californiana guadagna miliardi con la pubblicità che viene inserita all’inizio dei video ma riconosce una percentuale dei soldi incassati solo a pochi, seguendo criteri discutibili.

Si mormora che Google/YouTube arrivi a pagare 7 euro e più ogni mille visualizzazioni. Ma la percentuale varia: puoi incassare molto meno o nulla.

Inoltre YouTube mette in atto vari sistemi per non occuparsi dei diritti degli autori dei video. In primo luogo non c’è sufficiente trasparenza sui criteri di monetizzazione.

Tanto per fare un esempio che conosco bene, sono anni che cerchiamo di ottenere il riconoscimento dei diritti di autore sui video di Dario e Franca senza risultati. Si tratta di centinaia di video pubblicati da centinaia di youtuber, senza alcuna autorizzazione. Più di 6 milioni di visualizzazioni.

Ironia della sorte: il canali ufficiali di Dario Fo e Franca Rame hanno un numero di iscritti insufficiente per essere riconosciuti da YouTube come degni di pagamento.

Abbiamo scambiato con l’azienda decine di mail senza ottenere alla fine nulla. Sembra proprio che YouTube abbia deciso di mettere in pratica una tattica di sfinimento. Il risultato è che tuttora YouTube continua a guadagnare sui nostri video senza riconoscerci un solo euro.

Un microscopico episodio nel colossale scontro tra produttori di contenuti e i mega padroni del web.

Il principio vorace che seguono queste aziende è possibile solo perché gli autori non hanno alcun potere. Ma sicuramente nei prossimi anni questa questione diventerà centrale nello sviluppo di internet. Una vertenza che porterà forse alla nascita di un sindacato degli autori oppure alla creazione di piattaforme più etiche che pratichino scelte commerciali eque.

Oggi il web è un Farwest dove regna la legge del più forte. Ma non credo che potrà durare per sempre. Il web dà potere alla gente e prima o poi le persone usano il potere che hanno. E’ importante usarlo in modo non violento.

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Alcatraz (Puntata 7)

Lun, 04/09/2018 - 03:45

 

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La squadra (Puntata 6)

Dom, 04/08/2018 - 02:31

 

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Che emozione correre in Formula E tra le strade di Mosca

Sab, 04/07/2018 - 04:09

Nel recentissimo passato di Tonio, il soprannome con il quale è conosciuto il pilota italiano, però c’è stata anche la Formula E, dove ha corso per due stagioni.
Ma come può divertirsi un ex pilota di Formula 1 a guidare un mezzo che non fa neanche rumore? «È ovvio, le due categorie non vogliono competere, il confronto non regge – spiega l’ex di Toro Rosso, Red Bull e Force India – non posso certo essere gratificato del tutto da una vettura che non abbia il motore a scoppio. Però correre nei circuiti cittadini è sicuramente un aspetto unico. Ricordo la gara di Mosca, tra le strade nei pressi della piazza Rossa un colpo d’occhio e una sensazione in grado di emozionare anche un pilota esperto come me».
La particolarità della Formula E è, infatti, che non disputa le sue gare (chiamate ePrix) all’interno di autodromi, ma su circuiti cittadini creati apposta per l’occasione. Così sarà infatti il prossimo 14 aprile quando queste vetture arriveranno a Roma, nel quartiere EUR, per disputare la settima tappa del campionato 2018.
«Gareggiare a Roma deve essere affascinante – afferma Tonio – c’è anche una buona copertura mediatica dell’evento attraverso Mediaset che si è assicurata i diritti televisivi, e la risposta del pubblico avrà sicuramente dei grandi numeri. C’è un però: il fatto che nel campionato non ci sia neanche un team italiano. L’assenza di una squadra nazionale è lo specchio dell’economia del nostro Paese, non c’è solidità, non si riesce a investire, e trovare un costruttore o una casa automobilistica che voglia puntare sulla Formula E è molto difficile».
Andando a spulciare nei dati delle tre stagioni già effettuate infatti salta all’occhio come nessuna realtà  tricolore abbia mai provato a competere. Ci aveva provato un altro ex pilota italiano di Formula 1, Jarno Trulli, ma l’esperienza dell’ex pilota abruzzese nei panni di imprenditore non è durata neanche due stagioni. Inoltre la sede ufficiale della Trulli GP era in Svizzera, a Lugano. Quindi, nonostante il proprietario fosse un connazionale, era da considerarsi a tutti gli effetti una scuderia straniera. Liuzzi correva proprio per il team svizzero fondato da Trulli: «Nella stagione d’esordio il miglior piazzamento è stato un nono posto, nella successiva ci sono stati dei gravi problemi economici e la scuderia si è ritirata dopo appena due gare. Mi è dispiaciuto molto concludere così».
Anche se la sua esperienza in Formula E non è stata molto positiva, Liuzzi spezza comunque una lancia a favore di questo campionato: «Le auto elettriche non sono viste dall’opinione pubblica come mezzi veloci e prestanti. La Formula E aiuta proprio a rompere il luogo comune, e ha l’ambizione di aiutare a diffondere nel mercato questa tipologia di vetture».

Fonti:
http://www.fiaformulae.com/en/results/race-results/season/2022014/round/11
Intervista a Vitantonio Liuzzi

Copertina: disegno di Armando Tondo, marzo 2018

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La selezione degli attori (Puntata 5)

Sab, 04/07/2018 - 03:27

 

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A Londra fanno le strade in plastica riciclata

Ven, 04/06/2018 - 04:56

Il progetto è della MacRebur di Lockerbie che ha usato “un mix di polimeri accuratamente selezionati e progettati per migliorare la resistenza e la durata dell’asfalto, riducendo la quantità di bitume necessaria nel mix. Sono realizzati con materiali di scarto al 100%. I prodotti offrono un modo unico di migliorare l’asfalto offrendo una soluzione economica e duratura”.
Scrive Corrierequotidiano.it: “Il monitoraggio della strada ha dimostrato che il mix di asfalto sta funzionando bene e si sta rivelando una soluzione duratura per il rifacimento del manto stradale. Per questo, visto il successo si sta già valutando di utilizzarlo in altre strade.”

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A tavola contro i tumori? Con zenzero e peperoncino, insieme

Ven, 04/06/2018 - 04:32

La notizia arriva da uno studio pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, la rivista dell’American Chemical Society, da cui emerge che a interagire creando uno scudo contro la proliferazione delle cellule tumorali sono in particolare due sostanze, la capsaicina e il 6-gingerolo, responsabili del sapore piccante rispettivamente del peperoncino e dello zenzero. Via libera, allora, a qualche buona ricetta in cui possono essere sapientemente mescolate, a tutto vantaggio del benessere.

Combinazione vincente?

Gli studi per ora sono stati condotti solo in laboratorio, ma i risultati parlano chiaro: la capsaicina del peperoncino e il 6-gingerolo dello zenzero interagiscono con uno stesso recettore cellulare coinvolto nella crescita tumorale legandosi a esso, inibendo così lo sviluppo della neoplasia. A fare la differenza sarebbe proprio la combinazione tra le due sostanze: il potenziale anticancerogeno del 6-gingerolo sembra infatti aumentare proprio grazie alla combinazione con la capsaicina.

Un passo indietro

Se per quanto riguarda lo zenzero la nuova ricerca non fa che confermare le proprietà antitumorali di questa spezia, molto utilizzata sin dall’antichità soprattutto nella cucina del sud est asiatico, da dove proviene, per quanto concerne il peperoncino, invece, questo studio riabilita la capsaicina come sostanza potenzialmente benefica: se, infatti, in passato diversi studi avevano attribuito a questa sostanza capacità soprattutto analgesiche e antimicrobiche, alcune ricerche hanno invece messo in evidenza, come spiegano gli autori della ricerca, che regimi alimentari ricchi in capsaicina potrebbero favorire l’insorgenza del tumore allo stomaco.

L’esperimento

Per indagare il ruolo di queste due sostanze e della loro interazione nella prevenzione tumorale i ricercatori cinesi della Scuola di farmacia dell’Università di Henan hanno nutrito per diverse settimane alcuni topolini predisposti allo sviluppo del tumore al polmone con la capsaicina, altri con il 6-gingerolo e altri ancora con una combinazione delle due sostanze: hanno così  constatato che i topi che avevano assunto esclusivamente la capsaicina avevano sviluppato la neoplasia, contro la metà dei topi nutriti con 6-gingerolo, mentre solo il 20% dei topolini cui erano state somministrate entrambe le sostanze aveva sviluppato il tumore.

Capsaicina: analgesica e antinfiammatoria

La capsaicina (o capsicina) è un composto organico presente nei peperoncini e responsabile del loro sapore piccante. Venne identificata per la prima volta nel 1919, e da allora dati i numerosi effetti biologi cui dà vita è stata oggetto di molti studi. Una delle proprietà fisiologiche più riconosciute alla capsaicina è quella analgesica: in particolare aiuta a controllare il dolore a livello periferico (può essere utilizzata per desensibilizzare i recettori del dolore ai quali si associa), motivo per il quale può essere utilizzata nella terapia di alcuni stati dolorosi periferici dovuti a diversi disturbi (tra cui artrite reumatoide, nevralgia post-erpetica, neuropatia diabetica). Inoltre può essere utile nel controllo delle infiammazioni delle mucose (mucositi) indotte da chemioterapia e radioterapia. Infine un recente studio pubblicato su Plos One dai ricercatori della University of Vermont ha messo in evidenza che mangiare peperoncino allunga la vita: sebbene il meccanismo tramite cui il consumo di questa spezia riduca la mortalità non è ancora stato individuato, gli autori dello studio spiegano che i benefici per la salute derivano dal consumo di capsaicina, e dipendono dal fatto che questa sostanza ha effetti antimicrobici e antiossidanti che, uniti alle sue capacità di prevenire l’obesità e modulare il flusso sanguigno coronarico, possono influenzare indirettamente – in modo benefico – la formazione della flora batterica intestinale.

Quando fare attenzione

L’assunzione di capsaicina negli studi condotti fino a oggi si è generalmente rivelata sicura e ben tollerata, anche se assunta ad alte dosi può avere una potenziale attività irritante sulle mucose: è bene dunque evitarne l’assunzione se si soffre di emorroidi. Nonostante non sia possibile a oggi individuare un dosaggio di capsaicina standard e riproducibile, in diversi studi è stata suggerita l’assunzione giornaliera di 1-3 mg di capsiato (che è un precursore della capsaicina). E’ in ogni caso bene ricordare che durante la gravidanza e l’allattamento, e nel caso in cui si soffra di particolari condizioni di salute, l’utilizzo della capsaicina deve essere preventivamente discusso con il medico.

Zenzero: antitumorale e digestivo…

Lo zenzero viene consumato in tutto il mondo come spezia e come ingrediente per la fitoterapia. Diversi i poteri che gli vengono attribuiti, tra cui la capacità di ridurre la nausea indotta dalla gravidanza e di alleviare il dolore osteoarticolare e muscolare. La sua efficacia è attribuibile perlopiù ai gingeroli, le sostanze che gli conferiscono il sapore pungente, dotate di proprietà antinfiammatorie, antiossidanti, antitumorali, calmanti e digestive. Tra i  gingeroli, il 6-gingerolo è il principale componente farmacologicamente attivo dello zenzero, noto in particolare per l’attività antitumorale che si esplica su diversi percorsi biologici: partecipa infatti ai processi che portano all’apoptosi cellulare, cioè al suicidio programmato delle cellule tumorali; interviene nella regolazione del ciclo cellulare che porta alla crescita della neoplasia, ostacolandolo; inibisce l’angiogenesi, cioè la vascolarizzazione che apporta nutrimento ai tumori, bloccando la crescita della massa tumorale.

…ma senza esagerare!

Se i benefici dello zenzero sono diversi, è sempre bene però non esagerare. L’assunzione eccessiva di zenzero può infatti causare dolori e bruciori di stomaco e disturbi intestinali con flatulenza e diarrea. Le dosi giornaliere utilizzate negli studi che ne hanno indagato le proprietà fitoterapiche (riferite a soggetti adulti, con più di 18 anni) variano da 0,5 a 4 grammi al giorno di zenzero disidratato e polverizzato. Sebbene lo zenzero sia facilmente reperibile sotto forma di rizoma essiccato, perfetto da utilizzare ad esempio in cucina, a scopo fitoterapeutico gli estratti secchi sono preferibili poiché standardizzati nei principi attivi (gingeroli). Infine in gravidanza o nel caso in cui si soffra di particolari condizioni di salute l’utilizzo dello zenzero, così come l’assunzione di qualsiasi altro integratore o prodotto fitoterapico, deve essere preventivamente discusso con il proprio medico.

 

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Felix (Puntata 4)

Ven, 04/06/2018 - 03:23

 

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E se mi facessi la casa in bambù?

Gio, 04/05/2018 - 04:54
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Il Disertore: Messner ricorda che l’ambientalismo è una cosa seria

Gio, 04/05/2018 - 04:43

E poi un giorno Reinhold Messner irrompe nella vita pubblica italiana con un’intervista a Repubblica che ha il merito di ricordare che cosa sia e quanto si possa ragionare e fare attorno a un tema che è in Italia è caduto nel dimenticatoio: l’ambientalismo. L’uomo che raggiunse la vetta dell’Everest nel 1978, esprime concetti che sono spariti dal lessico quotidiano della politica come ad esempio “governare il proprio destino”. Veste anche i panni del passatista («La priorità adesso è il pianeta e il prezzo da pagare è cambiare radicalmente vita»), ma sa anche fare i conti con la realtà. È tra coloro i quali hanno firmato per l’abbattimento dei lupi in Alto Adige. È tra i fautori della linea della concretezza e non quella del romanticismo che vagheggia forme di pastorizia che non esistono più.

Decreta finito il grande gioco dell’alpinismo e lo fa con cognizione di causa politica. «Le spedizione pesanti in Himalaya sono diventate turismo. Abbassare costi e difficoltà dell’alpinismo estremo si è rivelato un disastro. Interessi senza cultura assicurano che tutto è possibile ovunque per tutti». Fino alla frase clou dell’intervista, preceduta da una considerazione sugli abitanti delle montagne nepalesi che non battono i palmi dicendo “Namasté” ma stringono il loro telefonino: «L’addio a quel gesto è il congedo da una curiosità millenaria, sorgente della spiritualità. Lo sterminio sistematico della diversità è la tragedia più sottovalutata del nostro tempo».

Si può essere d’accordo o no, ma sono dichiarazioni politiche che colpiscono e che offrono una visione d’assieme che sembra scomparsa. L’intervista di Messner, che in passato è stato europarlamentare eletto come indipendente nei Verdi, dovrebbe essere l’occasione per tornare a parlare in maniera seria di ambientalismo, concetto decisamente più ampio della lotta per qualche spazio verde.

L’ambientalismo abbraccia il nostro modo di stare al mondo, è indissolubilmente legato a un’idea di futuro. È politica in purezza, in tempi in cui questa parola sembra diventata un’offesa impronunciabile.

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I gruppi dei villaggi (Puntata 3)

Gio, 04/05/2018 - 03:18

 

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Visual Art in cucina

Mer, 04/04/2018 - 17:58

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I Comuni Ciclabili 2018

Mer, 04/04/2018 - 04:56

Nel 2018 sono state assegnate 69 bandiere gialle della ciclabilità, premiate Bologna e Torino, Favignana in Sicilia, Soverato in Calabria e ben 9 località della Puglia.

Qui tutti i risultati nonché la prima Guida ai Comuni ciclabili d’Italia in formato pdf

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Cammina, rimani in forma, fai il pieno di energia (cinetica)!

Mer, 04/04/2018 - 04:43

Ci riferiamo alla possibilità di utilizzare l’energia cinetica, presenza costante, inevitabile e inesauribile nelle attività quotidiane, per generare energia elettrica.

Cos’è l’energia cinetica?
Di energia cinetica ne vediamo produrre e ne produciamo ogni giorno, in un modo semplicissimo: camminando.

Per gli amanti delle definizioni, e semplificando un poco: si tratta dell’energia legata al movimento del corpo (dal greco kinetikòs – relativo al movimento), all’energia che un oggetto possiede quando non è immobile. Ovviamente più un corpo si muove velocemente, maggiore sarà l’energia cinetica prodotta: un’automobile che sfreccia sul tracciato della Formula 1 avrà un’energia cinetica di gran lunga superiore a quella della bicicletta del cicloturista domenicale.

Riflettendo su questi principi Laurence Kemball-Cook, un giovane ingegnere londinese, nel 2009 ebbe un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: sfruttare quel tipo di energia trasformandola in energia elettrica. Gli esordi non furono facili: la sua piccola start-up non trovava ascolto né presso finanziatori né presso potenziali fruitori della nuova tecnologia… anche se il giovane ingegnere credeva così profondamente nella propria idea da aver paragonato in un’intervista la propria invenzione alla molto più famosa Tesla, l’auto totalmente elettrica di Elon Musk: “anche la prima Tesla era orribile… stiamo facendo lo stesso percorso”.

 

Il primo pavimento generatore di energia

Se oggi siamo qui a parlarne, è perché Kemball-Cook non si è dato per vinto. La sua azienda, la Pavegen, dopo essersi candidata a rivoluzionare la fisionomia di molti luoghi urbani in tutto il mondo, ha finalmente ricevuto l’attenzione che meritava, compreso un prezioso endorsement da parte del paladino ambientalista Al Gore, e oggi siamo lontani dai primi prototipi snobbati da amministrazioni e multinazionali.

Le sue speciali mattonelle, che per convertire l’energia dei passi in energia elettrica sfruttano sia un effetto di induzione elettrica sia un effetto piezoelettrico, sono già arrivate alla versione V3 e si possono ammirare, e soprattutto calpestare, ormai in più di 100 luoghi in tutto il mondo: si va dalle location di Londra più famose (in Bird street, una traversa di Oxford street, nel cuore dello shopping londinese, ma anche al Terminal 3 dell’aeroporto di Heathrow, in prossimità del London Bridge, presso il lussuoso Harrods, nel Centro direzionale Canary Wharf,…), a pavimenti smart in scuole britanniche e statunitensi, a installazioni a Washington, in Francia, Australia, Sud Africa, fino al progetto di due campi da calcio, uno in una favela di Rio de Janeiro in Brasile e l’altro a Lagos, in Nigeria.

La piastrella intelligente: come funziona

La mattonella smart, nella sua semplicità, è un piccolo gioiellino tecnologico ma il suo funzionamento in dettaglio è gelosamente custodito dal fondatore di Pavegen: ciò che è dato di sapere è che grazie al peso del corpo la superficie in gomma – riciclata – si abbassa di circa cinque millimetri, una differenza “praticamente impercettibile per chi la calpesta”, sostiene Kemball-Cook, e tuttavia sufficiente perché questo movimento alimenti un generatore in grado di produrre dai 5 agli 8 watt per passo (a seconda del peso di chi cammina). In pratica si tratta di un’energia sufficiente a mantenere accesa una lampadina a led per circa 30 secondi.

Cifre piccolissime che se moltiplicate per i grandi numeri per i quali le piastrelle sono pensate possono però dare grandi risultati: una striscia di 25 metri di piastrelle installate in occasione della Maratona di Parigi ha generato 4,7 kilowatt di energia con la quale è stata alimentata una parte della segnaletica di gara; 5 ore di passeggio in una strada affollata danno l’energia per mantenere acceso tutta la notte un lampione presso una fermata dell’autobus; una partita nel campo sportivo permette l’illuminazione dei fari dell’impianto.

Diffusione e costi

La richiesta sempre più alta di risorse energetiche, il costo elevato dell’energia elettrica, accompagnato da un’emergenza ambientale ormai sotto gli occhi di tutti noi: sono soprattutto questi gli elementi che stanno spingendo il mondo della ricerca a individuare sistemi di generazione di energie alternative che siano economici, di facile installazione e immediato utilizzo. Dopo l’esperienza di Pavegen altri protagonisti si stanno affacciando sul mercato della generazione di energia elettrica da quella cinetica: da Veranu, una startup tutta italiana che ha a sua volta  brevettato un sistema di pavimento intelligente, a Energy Floor, un’azienda olandese con sede in Rotterdam, che nel 2008 iniziò la propria avventura aprendo una discoteca, la Club Watt, dove l’energia veniva generata grazie ai salti e ai movimenti prodotti sulla pista da ballo. Il successo dell’iniziativa ha ben presto portato alla commercializzazione del loro prodotto di punta (non l’unico), il Sustainable Dance Floor, che viene soprattutto noleggiato per eventi, festival, fiere e mostre in tutto il mondo.

La possibilità di avere una fonte di energia pulita pressoché inesauribile perché prodotta dal nostro stesso movimento sembra l’uovo di Colombo, eppure la sua diffusione non è così scontata: l’ostacolo maggiore è dato senza dubbio dagli alti costi di produzione, che rendono l’investimento ammortizzabile in tempi molto lunghi. In rete si parla di 40 euro a mattonella, o di qualche centinaia di euro per mq compresa l’installazione. Sono prezzi destinati a scendere? Sì, ma solo se il mercato recepirà l’innovazione e si riuscirà ad attivare un’economia su larga scala: all’appello sono chiamate ora le amministrazioni pubbliche lungimiranti e le grandi aziende con costi energetici ormai insostenibili.

 

Immagini: Disegni e fotomontaggio di Armando Tondo

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I gruppi di Palma (Puntata 2)

Mar, 04/03/2018 - 23:35

 

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Festival dei Diritti Umani: il reportage del direttore, Danilo De Biasio

Mar, 04/03/2018 - 23:30

Abbiamo fatto un po’ fatica a spiegare che per parlare del rischio che corre l’umanità intera con i cambiamenti climatici si doveva parlare più di economia che di ecologia.

Al terzo Festival dei Diritti Umani abbiamo scelto quest’anno di occuparci di come la devastazione del pianeta impatti sui diritti umani. Perché ci sono ancor meno di sei gradi di separazione per collegare il pomodoro che hai comprato per pochi centesimi e l’ondata di siccità che nell’Africa Equatoriale ha spinto tante persone a fuggire verso l’Europa.

Qualcuno di loro si è fermato dopo un viaggio infernale nelle campagne della Puglia a raccogliere, pagato una miseria, proprio quel pomodoro che hai comprato. «Tutto è collegato», ha detto con il suo bel italiano colto, parlato con accento veneto/inglese, Kuki Gallmann, la scrittrice che l’anno scorso ha rischiato di morire in un attentato in Kenya: nella sua tenuta ci sono le sorgenti d’acqua che scatenano l’invidia degli allevatori della zona e che armano le loro mani.

E’ un sistema economico da cambiare.

La consapevolezza c’è, forse non soltanto tra le fortunatamente tante persone di buona volontà che agiscono senza aspettare incentivi governativi. Come “E’ nostra” che ha raccontato agli studenti intervenuti al Festival dei Diritti Umani come produrre e usare energia da fonti rinnovabili sia possibile e conveniente. Ma intorno a noi, nello stesso gigantesco condominio chiamato Terra, ci sono 2.500.000.000 persone che non hanno un accesso stabile all’energia “moderna”, come la definisce il professor Pippo Ranci, già Garante dell’Authority per l’energia, che ora si sta impegnando a portarla in alcune zone della Tanzania.

L’energia, ovviamente, è forse il comparto che incide maggiormente sui cambiamenti climatici. Stefano Caserini, che insegna proprio “Mitigazione dei cambiamenti climatici” al Politecnico di Milano non è ottimista né pessimista: «Con l’accordo di Parigi ci siamo impegnati a dimezzare il consumo di combustibili fossili. Se ci riusciremo lo smog diminuirà».

Appunto: “se ci riusciremo”. E nel frattempo?

Detto che non bisogna assolutamente affidarsi a soluzioni salvifiche ma che, invece, occorre cambiare il proprio stile di vita, tutti gli intervenuti al Festival dei Diritti Umani hanno convenuto che ci stiamo avvicinando in una situazione di non ritorno. E neppure gli scienziati più fantasiosi sono in grado di fare previsioni plausibili: ogni variazione climatica scatena reazioni che non si riescono a calcolare.

Per esempio la temuta “invasione” di migranti. Stime convergenti parlano di 18 milioni di persone che l’anno scorso hanno dovuto lasciare le proprie case per fenomeni climatici estremi. E se il riscaldamento della temperatura media continuerà quel numero non potrà che aumentare. Ma dove andranno? Cristina Cattaneo della Fondazione Mattei va controcorrente e sostiene che probabilmente quella massa non “invaderà” mai l’Europa. Per una ragione semplice e tragica: non hanno né i soldi né la forza di farlo. Si limiteranno a spostarsi nei territori vicini, stressando ulteriormente l’economia e la coesione sociale di quelle nazioni provate dal climate change.

Da qualsiasi parte vogliamo affrontare il rapporto devastazione ambientale e diritti umani si ritorna lì, all’economia.

Ridurre l’inquinamento, invertire la tendenza al surriscaldamento del pianeta, coltivare e allevare rispettando l’ecosistema fa bene all’economia e non viceversa. A meno che non si voglia confondere il “bene” con il PIL.

«Non possiamo più aspettare – ha detto Khalid Malik, copresidente del Global Sustainability Forum – dobbiamo migliorare la vita di tutti e mettere al centro le persone».

Grazie prof, noi del Festival dei Diritti Umani da sempre la pensiamo così, ma a volte ci sembra di essere in pochi a crederci davvero. Dopo la terza edizione siamo un po’ più ottimisti.

Foto di Leonardo Brogioni

The post Festival dei Diritti Umani: il reportage del direttore, Danilo De Biasio appeared first on PeopleForPlanet.

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