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Aggiornato: 23 min 27 sec fa

Meno taxi, nessun disservizio: l’esperimento (riuscito) a New York

Ven, 06/01/2018 - 02:10

Un algoritmo matematico dimostra che è possibile ridurre il numero di taxi sulle strade garantendo gli stessi livelli di servizio senza ricorrere ai “viaggi condivisi” e, per di più, ottimizzando i turni di lavoro dei tassisti.

Meno taxi sulle strade – ben il 30% in meno – con conseguente diminuzione dei livelli di traffico. Fornendo, allo stesso tempo, il medesimo servizio che garantiva la flotta di taxi al completo. Il tutto, senza ricorrere a “viaggi condivisi” (più persone in un solo veicolo) e, come se non bastasse, assicurando turni di lavoro ottimizzati ai tassisti. La città campione su cui è stato effettuato l’esperimento, che ha dato ottimi risultati, è New York (del resto quale palcoscenico migliore per valutare l’utilizzo dei taxi) che rappresenta una delle città più popolose al mondo con i suoi quasi nove milioni di abitanti (che arrivano a venti milioni se si considera tutto l’agglomerato urbano). Forse, allora, c’è davvero speranza che nel futuro si vada verso una mobilità più responsabile, fatta di ottimizzazione degli spostamenti, minori sprechi e maggiore attenzione all’ambiente e alla salute.

Alla base c’è un sistema matematico

A dimostrare che è possibile ridurre del 30% le flotte di autoveicoli come quella dei taxi di New York, garantendo gli stessi livelli di servizio e senza ricorrere a viaggi condivisi, riducendo il traffico veicolare e favorendo anche turni di lavoro ridotti ai tassisti è stato un sistema matematico-informatico elaborato dall’Istituto di Informatica  e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iit) di Pisa, dal Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston e dalla Cornell University di New York. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature, che gli ha dedicato anche la copertina.

150 milioni di viaggi

I ricercatori hanno utilizzato un metodo innovativo basato su un modello chiamato “rete di condivisione dei veicoli”. I membri del team hanno caratterizzato ogni viaggio in taxi in base a quattro parametri: tempo e coordinate Gps del punto di raccolta e di quello di discesa del passeggero. Un algoritmo ha quindi identificato la sequenza di viaggi che può essere servita da un singolo veicolo con il minimo tempo di percorrenza tra ciascun punto di raccolta e discesa. Il test ha coinvolto 13.500 taxi di New York City nel corso di un anno, per oltre 150 milioni di viaggi. “I precedenti tentativi dei ricercatori di ridurre le flotte di veicoli potevano funzionare per piccole quantità e non per i grandi numeri di città come New York City, Milano o Roma, mentre il nostro studio rivela che è possibile ridurre in maniera significativa anche flotte molto numerose”, spiega Paolo Santi del Cnr-Iit, uno degli autori dello studio.

Nel futuro basterà un’app

“Questa riduzione potenziale del traffico”, precisa Carlo Ratti, direttore del Senseable City Lab del Mit di Boston, altro autore dello studio, “non presuppone alcuna condivisione dei viaggi da parte dei passeggeri, ma è più semplicemente il frutto di una riorganizzazione che potrebbe essere eseguita con una semplice app per smartphone in tutto simile a quelle già in uso per prenotare taxi”.

Un nuovo modo di viaggiare

“Le auto private lasceranno gradualmente il posto a servizi di mobilità condivisa”, conclude Santi, “con operatori che offriranno diverse modalità di trasporto su richiesta. Questi servizi, così come l’avvento delle auto a guida autonoma e l’emergere di nuovi servizi di mobilità on-demand come Uber e Lyft, cambieranno radicalmente il modo di viaggiare nelle città del futuro”.

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Lo Spread non è un aperitivo

Gio, 05/31/2018 - 02:55

Stamattina l’edicolante sotto casa mi fa: “Dotto’ mi devo preoccupare per lo scpred (versione onomatopeica della lingua napoletana del termine spread)?“.

Sorrido e penso con tenerezza a quell’uomo: non conosce la finanza. Ma poi il sorriso mi si spegne in faccia. Sto immaginando quell’uomo in questi giorni davanti al televisore a cercare di capire, dopo ore di “maratone e speciali”, cosa vogliono dire i “superesperti” intervistati al riguardo. Utilizzano un linguaggio tecnico che confonde ancor di più l’ignaro cittadino.

Ecco, questo è il momento in cui ti rendi conto che nel nostro Paese non si fa educazione finanziaria: ma questo è un altro discorso e ne parleremo prossimamente.
Oggi ci interessa dare una risposta a Luca, il mio edicolante, il cui timore è paradigmatico di quello di tanti cittadini del nostro Paese. Un Paese in cui il livello di cultura finanziaria è tra i più bassi riscontrati nelle economie avanzate.

Oggi Luca si chiede: a cosa si riferisce lo spread di cui si parla? chi lo genera? quali sono gli effetti pratici sulle persone? Tentiamo di rispondere destrutturando completamente il linguaggio.

Lo Spread è uno degli indicatori per analizzare lo stato di salute di un Paese. Una sorta di elettrocardiogramma del “cuore” di una nazione, ovvero la sua economia. Ovviamente per capire se il nostro cuore funziona bene occorre confrontare il nostro elettrocardiogramma con quello del paziente che ha un cuore quasi perfetto e che non presenta alcuna patologia. Convenzionalmente, si utilizza la Germania come termine di paragone perché ha un’economia abbastanza stabile e virtuosa.

Nello specifico, il “cuore” su cui vengono effettuate le rilevazioni sono due obbligazioni emesse dai governi tedesco e italiano, chiamate rispettivamente Bund e Btp (Buoni del Tesoro Poliennali).

E noi sappiamo che il “cuore” di un uomo funziona meglio se si segue una giusta alimentazione, se si svolge un minimo di attività sportiva, se non si fuma, ecc…

In sintesi se si segue uno stile di vita sano il cuore sarà più efficiente e ci permetterà di sostenere prove e sforzi senza affaticarci molto e senza pagare tanto in termini di sudore, ansia, affanno, ecc.
Immaginiamo allora che i due pazienti (Italia e Germania) debbano essere sottoposti ad una prova di sforzo per esaminare la tenuta del loro “cuore”: percorrere un km di corsa nel minor tempo possibile.

Nel caso dei Btp italiani, possiamo dire che si tratta di un organo che permette allo stato italiano di fare il km in 10 minuti mentre nel caso dei Bund tedeschi ci troviamo di fronte ad un muscolo cardiaco che consente di percorrere la stessa distanza in 6 minuti.

Quei tempi e quei minuti sono i rendimenti (gli interessi) che pagano i Btp e i Bund e la differenza di 4 minuti e’ lo spread.

Lo spread tra Btp e Bund tedeschi è quindi proprio la differenza tra queste due percentuali, quelle relative ai tassi di interesse dei titoli italiani e tedeschi. Utilizzando lo stesso esempio di poco fa, se i Btp hanno un interesse del 3.00%, e i Bund del 1.00%, lo spread – la loro differenza – sarà pari al 2.00%, ovvero a 200 punti (perché lo spread si esprime con numeri di tre cifre che comprendono anche i decimali).

Luca, a questo punto, sembra abbastanza soddisfatto ma mi chiede : “Dotto’ ho capito ma una cosa mi sfugge. Se in questo momento i Btp italiani offrono un tasso di interesse più alto rispetto a quelli tedeschi, il più alto dal 2014, allora non è più conveniente per i risparmiatori mettere i loro soldi nel “cuore” italiano, visto che possono riottenerli con un interesse maggiore?“.

Caro Luca, hai ragione ma tu andresti a correre tutte le mattine per un km sapendo che il tuo cuore presenta delle patologie e che il tuo “corpo” potrebbe non reggere, addirittura con il rischio di morire? Se poi non riesci proprio a fare a meno di quella corsa mattutina, devi sottoporti ad una intensa cura farmacologica.

Lo Stato Italiano (il corpo) aumenta i suoi tassi di interesse (i minuti di percorrenza) quando teme di non trovare gli investitori (i medicinali) nei periodi di instabilità. Al contrario, i tassi di interesse offerti dai Bund tedeschi sono effettivamente più bassi perché è molto più facile reperire gli investitori.

Insomma, l’affidabilità dei titoli di stato dipende dall’affidabilità dello Stato stesso, e viceversa. In un periodo di difficoltà politica come quello che l’Italia sta vivendo in questo momento, con un governo che non riesce ancora a formarsi e con i conti non proprio in regola, gli investitori – che possono essere persone singole, banche, società e persino altri Stati – temono che i “cuori” italiani non siano sicuri per i loro soldini. Per questa ragione, purtroppo, preferiscono metterli altrove e lo Stato italiano, per attrarli, gli offre rendimenti più alti che, naturalmente, allo Stato italiano costano.

Mi accorgo che Luca ha capito tutto quando mi dice: “Dotto’ ma quanto costano quei medicinali? Se io non investo in titoli di Stato non rischio nulla allora?

Luca, hai ragione solo in parte perché purtroppo, per fare stare bene lo Stato italiano, stai già pagando altri medicinali (banche) che ovviamente, costrette ad investire nei titoli di Stato e quindi a “rischiare” tanto, hanno già aumentato la rata del tuo mutuo (a tasso variabile).

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Patagonia National Park

Mer, 05/30/2018 - 07:28

Inaugurato ufficialmente il Patagonia National Park, una nuova area protetta di 10 milioni di acri in Cile. Il tutto grazie alla filantropia di Douglas Tompkins, fondatore del marchio di abbigliamento sportivo North Face. Neglia anni Douglas e la moglie hanno acquistato territori in Patagonia per un valore di 350 milioni di dollari.

Leggi l’articolo su Lastampa.it

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In Albania a rischio gli ultimi fiumi incontaminati d’Europa

Mer, 05/30/2018 - 02:01

L’Albania sembra la JaneEyre interpretata da Charlotte Gainsbourg nel film di Zeffirelli: piccola, orgogliosa, ostinata. Tratti duri, di una bellezza non canonica, inquieta. L’Albania è la magrolina sempre un passo indietro rispetto alle burrose sorelle bionde che suo malgrado si ritrova a dovere gestire situazioni più grandi di lei. Una figura ricorrente nei racconti di famiglia, compresa l’Europa.

Nella transumanza di politologi che in questi giorni attraversano il web con opinioni pro o contro l’UE, male non fa ricordarsi che l’Europa, intesa come terra comune, viene prima degli Stati d’Europa e delle banche europee.

Vjiosa, fiume selvaggio d’Europa
Il fiume Vjiosa è lungo circa 274 km, di cui 80 km nel territorio della Grecia, a partire dal monte Mavrovouni da cui sorge, e 192 km nel territorio dell’Albania, dove fa da confine naturale tra il distretto di Fier e il distretto di Vlora. Le meraviglie legate a questo fiume sono di rara bellezza perché attraversa aree naturali protette, come ad esempio quelle appartenenti a parco nazionale Vikos-Aoos, ospita specie animali protette e dà origine a fenomeni unici, come la Gola di Këlcyra, soprannominata la “fonte delle acque nere”, esempio di come l’ecoturismo oggi non soltanto sia praticabile, ma redditizio. Senza ferire l’ambiente.

I tentennamenti del Governo albanese e la battaglia legale con la società italiana
Quando nel maggio 2017, dopo 20 anni di significativi rinvii, il Governo albanese decise di recidere il contratto per il progetto di costruzione di una centrale idroelettrica a Kalivaç nei pressi della città di  Tepelenë sembrò una vittoria, a cui avevano contribuito i 228 scienziati provenienti da 33 Paesi che avevano firmarono un appello pubblico, chiedendo una moratoria di tre anni.

La decisione non piacque alla Hydro srl, società italiana che in precedenza aveva ottenuto la concessione per la costruzione e la gestione della centrale idroelettrica di Kalivaç. Nell’ottobre 2014 il titolare Francesco Becchetti denunciò l’Albania presso l’Arbitrato Internazionale della Camera Internazionale di Commercio, lamentando un danno economico derivante dal congelamento di tutte le sue attività e aziende in territorio albanese. A gennaio 2018, dopo una battaglia legale costata 4 milioni di euro, lo Stato albanese ha vinto il processo d’arbitrato, ciò nonostante ha riaperto le procedure per una nuova gara internazionale di 125 milioni di euro per una concessione dalla durata di 35 anni della centrale idroelettrica di Kalivaç.

EcoAlbania, l’ONG in lotta
Nata il 15 dicembre 2014 su iniziativa dei professori del Dipartimento di Biologia dell’Università di Tirana e del team di “Save the Blue Heart of Europe”, EcoAlbania (Center for Protection of the Natural Ecosystems in Albania) è un’organizzazione non governativa composta da biologi, professionisti, educatori, assistenti sociali, giornalisti e volontari che hanno come obiettivi la protezione del territorio albanese, l’educazione al rispetto per l’ambiente, le attività di ricerca e le campagne a sostegno delle biodiversità.

 

L’arte e il sostegno dell’Europa in piazza a Tirana
Lo scorso 24 maggio a Tirana si è tenuta una manifestazione contro le centrali idroelettriche che minacciano per 30 km il corso del fiume Valbona, con gravi ripercussioni all’ecosistema. È stato calcolato che 49 specie europee di acqua dolce si estinguerebbero o perderebbero tra il 50 e il 100% della loro presenza nei Balcani. Effetti disastrosi si riverserebbero poi sull’economia locale, perché verrebbe compromesso “il miracolo delle Alpi albanesi”, così viene chiamata la Valle di Valbona che ogni anno attrae turisti da tutto il mondo in cerca di sport e natura incontaminata. In segno di protesta, Piazza Scanderbeg si è perciò simbolicamente inondata di fiumi grazie a un’installazione audio visiva. La manifestazione, coordinata dall’ONG TOKA, è stata finanziata da Guerrilla Foundation di BerlinoLush UKHeinrich Boell Foundation (Ufficio di Sarajevo) e dai donatori olandesi che sostengono le sovvenzioni gestite dalla Fondazione Het Actiefonds.

Tu cosa puoi fare?
Puoi firmare la petizione promossa da Patagonia a sostegno del “Cuore blu d’Europa” compilando il modulo qui https://blueheart.patagonia.com/intl/it/take-action.

 

Immagine di Copertina: Gregor Subic

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E’ online Gela Le Radici del Futuro

Mar, 05/29/2018 - 08:42

Visita il nuovo sito web del progetto con la storia di Gela, i monumenti da vedere, i piatti da assaggiare, gli eventi da non perdere!
In italiano e in inglese!

Il sito è in continuo aggiornamento, stay tuned!
http://www.gelaleradicidelfuturo.it/

 

Tre anni per (ri)lanciare la città. Nove persone formate per condurre un percorso di riqualificazione culturale, ambientale e sociale concreto. Un sito web per diffondere la storia e la bellezza di Gela nel mondo.

Il progetto Gela: Le Radici del Futuro ha come obiettivo la riqualificazione urbana a partire da quanto la città offre di tanto grandioso quanto inesplorato. Protagonisti? Gela e i suoi abitanti: enti, scuole, associazioni, studenti, giovani, anziani e professionisti si mettono in gioco per promuovere l’immagine della città. Poi un piano di comunicazione web e social contribuirà a diffonderla a livello nazionale e internazionale.

L’idea nasce dal lavoro di ricerca e sviluppo culturale di Jacopo Fo e Bruno Patierno per Jacopo Fo srl (Gruppo Atlantide). Il progetto è realizzato con il sostegno di Eni e patrocinato dal Comune di Gela.

“In una città come Gela che ha sofferto di grossi problemi ambientali e sociali ci sono risorse umane che hanno bisogno di essere valorizzate e connesse”, racconta così Jacopo Fo, “il metodo utilizzato per disegnare una nuova mappa delle opportunità, destinata al rilancio della città. “Abbiamo organizzato una serie di realtà già esistenti mettendole in relazione e offrendo la nostra esperienza nella comunicazione al servizio di quello che i gelesi desiderano fare di sé stessi e della loro città. La nostra filosofia”, continua Jacopo Fo, “è quella che io chiamo di minima resistenza, che significa iniziare da ciò che è facile fare: piccole azioni, risultato immediato, effetto stupefacente”.

I lavori sono già iniziati e proseguiranno fino al 2020, il tempo necessario perché un approccio professionale allo sviluppo di attività artistiche e culturali possa attecchire per poi proseguire in modo autonomo.

Un gruppo di nove giovani gelesi è stato selezionato da Jacopo Fo srl e formato professionalmente dal suo team per insegnare a costruire una mappa delle opportunità artistiche, culturali, naturalistiche, artigianali e alimentari della città, nonché promuoverla a livello nazionale e internazionale grazie a un sito web dedicato e a una strategia di comunicazione social e digital strutturata. Il sito www.gelaleradicidelfuturo.it, in italiano e in inglese, è on line.

Tra gli obiettivi del progetto c’è anche la promozione del turismo attraverso la valorizzazione di una storia ricca di 2700 anni e la ricerca di nuovi stimoli economici per la città.

Tra le attività di promozione sociale e culturale rivolte alla cittadinanza sono in corso programmi di alternanza scuola-lavoro per coinvolgere gli studenti e progetti contro l’abbandono scolastico, nonché di prevenzione al bullismo e alle dipendenze. Il 9 giugno ci sarà la Festa dei Cento Blog per Gela che vede protagonisti gli istituti superiori della città e i 530 studenti che vi hanno aderito. Il 21 giugno ci sarà la Festa del solstizio d’estate al sito della Pietra Calendario per uno spettacolo mozzafiato.

In cantiere c’è anche la produzione di una web serie destinata ai media e ai festival internazionali. La regia è affidata a Iacopo Patierno, regista anche di Il Teatro fa bene, premiata nel 2017 come migliore web serie non-fiction ai festival di Hollywood, Miami e Roma.

Il Sindaco Domenico Messinese ha utilizzato un’immagine evocativa per esprimere la fiducia del l’Amministrazione Comunale nelle grandi potenzialità della città: “È come uno scrigno magico che fino ad oggi è rimasto chiuso al mondo”, ha detto Messinese. “Un nuovo disegno complessivo dell’organizzazione economica, sociale e fisica della città e di una sua trasformazione già in atto è possibile” sottolinea l’Assessore alle Politiche Ambientali e di Sviluppo Economico del Territorio, Simone Siciliano, “grazie anche al potenziamento dell’attrattività turistica e al supporto alla nascita di nuove realtà imprenditoriali, che il progetto sarà in grado di sviluppare, realizzando un processo di valorizzazione che duri nel tempo”. Alessandra Ascia, Presidente del Consiglio comunale di Gela ha espresso così la sua adesione all’iniziativa: “È un progetto innovativo che vuole migliorare la percezione e l’immagine che si ha all’esterno della nostra splendida città. Per fare una similitudine è come una bella donna finora trascurata che decide di mostrare la sua vera bellezza”.
“Oggi Gela si conferma una realtà che guarda al futuro per diventare un modello di sviluppo territoriale sostenibile e virtuoso a livello italiano ed europeo. Con la firma del Protocollo del 2014 Eni si è impegnata a investire 2,2 miliardi di euro per iniziative e progetti industriali, di cui attualmente ne sono stati spesi più di 750 milioni”, così Luigi Ciarrocchi, responsabile programma Gela di Eni, racconta la motivazione dell’azienda nel progetto.
“Ma l’impegno di Eni è andato oltre quanto previsto nel Protocollo e sono state avviate iniziative nel campo dell’educazione, della scuola e per lo sviluppo sociale e culturale della città. Questo straordinario progetto, Gela: Le Radici del Futuro, di cui siamo promotori, nasce dal dialogo continuo ed efficace con gli stakeholder, le Istituzioni e con una comunità locale propositiva e ricca di idee e rappresenta un passo fondamentale per il rilancio di un territorio in cui abbiamo dimostrato concretamente che impresa e territorio possono andare d’accordo”.

Gela: Le Radici del Futuro è sui social Facebook (@gelaleradicidelfuturo), Twitter (@FuturoGela), Instagram (@gelaleradicidelfuturo).
Il sito è www.gelaleradicidelfuturo.it. Per ricevere via e-mail tutti gli aggiornamenti, le novità, le informazioni e le iniziative speciali legate alla città è possibile iscriversi alla newsletter su www.gelaleradicidelfuturo.it.
Per info scrivere a info@gelaleradicidelfuturo.it.

UFFICIO STAMPA

Sofia Lorefice – Ufficio Stampa Gela: Le Radici del Futuro
Tel 3289774578 – Email ufficiostampa@gelaleradicidelfuturo.it

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Trasforma la tua auto in un mezzo elettrico

Mar, 05/29/2018 - 04:18

Per capire come funziona siamo andati a intervistare Gaetano La Legname di Mobility R-Evolution.

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La finanza comportamentale: una partita psicologica con la banca

Lun, 05/28/2018 - 04:06

Negli ultimi anni, infatti, il mondo della finanza si forma anche sulle tecniche di finanza ingenua o, più tradizionalmente, finanza comportamentale.
Si tratta, in sostanza, dell’analisi dei modelli mentali con cui i profani si rappresentano il rischio connesso agli investimenti e le motivazioni che guidano le decisioni in questi ambiti. La finanza comportamentale ci aiuta a capire i processi mentali che si innestano nella nostra testa quando dobbiamo gestire il nostro denaro. Il bancario sa che i comportamenti dei risparmiatori non sono casuali o irrazionali. Sono sistematici e guidati dalle loro procedure cognitive.
Il lavoro degli studiosi di psico-economia ha evidenziato come le modalità quotidiane di presa di decisione e le emozioni così innescate possano sfociare in quelle che potremmo definire trappole cognitive o “tunnel”: una volta che un problema è stato impostato in un certo modo è difficile sfuggire, sul piano comportamentale, a una serie di conseguenze.
I bancari (gestori e management) sono quindi consapevoli del formarsi di tali conseguenze per “sfruttarle” e non per impostare meglio un dialogo e mantenere una relazione sana e trasparente con il cliente.
Il punto di partenza di tale approfondimento e’ rappresentato dai risultati, davvero sorprendenti, tratti da una ricerca condotta al riguardo qualche anno fa da Andrea Beltratti, professore alla Bocconi.
In primis, sembra una ovvieta’, la scelta di allocazione delle disponibilita’ di un risparmiatore su un determinato prodotto finanziario, è influenzata dalle modalità di offerta.
Ad esempio, se il prodotto comprende la scelta tra due fondi azionari e due fondi obbligazionari la decisione finale prevalente sarà un investimento del 50% in titoli azionari. Ma se il prodotto comprende tre fondi azionari e uno obbligazionario, la scelta finale sarà probabilmente un investimento del 75% in titoli azionari.
Siamo, in altri termini, schiavi di contesti in cui ci troviamo a decidere e dalla forza di particolari meccanismi cognitivi
Sempre in linea con questo modo di pensare, Beltratti ricorda che altre analisi mostrano che le persone tendono a dare troppo peso alle singole notizie, senza porle in contesti più ampi.
Per esempio, se la settimana scorsa sono usciti dati migliori delle attese sulla fiducia dei consumatori , provocando un entusiasmo d’altri tempi e una crescita dei mercati azionari del 3%, e’ possibile che qualcuno si sia dimenticato di porre questa notizia nel contesto di una situazione generale ancora negativa dal punto di vista congiunturale e abbia erroneamente pensato che l’arrivo di una rondine abbia portato la primavera?
Cercheremo quindi nelle prossime puntate di questa rubrica non tanto e non solo di rispondere a interrogativi del genere, ma di fornire gli strumenti più generali per analizzare i meccanismi e le motivazioni che innescano scelte altrimenti inspiegabili.
Ciò è utile non solo per capire come funzionano di fatto le menti degli investitori, e i loro conseguenti comportamenti, ma anche per evitare di buttare tutto ciò che non è spiegabile con l’approccio tradizionale in un grande cestino chiamato “irrazionalità delle scelte finanziarie degli individuiche le banche conoscono bene.
Queste scelte obbediscono, come vedremo, a una razionalità diversa, spesso funzionale alla quotidianità ma talvolta fuorviante nei contesti economici.
La finanza comportamentale non si limita ad analizzare e a cercare di capire a posteriori quello che è successo.
Se così fosse si tratterebbe di una disciplina storica.
Aspira anche, come un qualsiasi sapere scientifico, a proiettare i suoi principi nel futuro e, quindi, a prevedere alcune tendenze date le condizioni realizzatesi in passato.
Fornire quindi informazioni basiche nel campo della finanza comportamentale è essenziale per impostare l’azione di “difesa nella gestione dei rapporti con la banca.
Se il nemico affina le armi, occorre adeguarsi.

Seguiteci nelle prossime puntate…

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L’eccesso di igiene in casa può far male alla salute? (VIDEO)

Lun, 05/28/2018 - 00:05

Ultima puntata della nostra inchiesta su batteri buoni contro batteri cattivi. Questa volta parliamo di eccesso di igiene in casa. People For Planet è andato a Ferrara a intervistare la Dottoressa Elisabetta Caselli, docente e ricercatore di Microbiologia clinica, per sapere se pulire troppo la casa può far male alla salute e limitare lo sviluppo delle difese immunitarie.

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INDICE INCHIESTA BATTERI

Lo sporco fa bene! I batteri fanno bene!

Batteri resistenti agli antibiotici: le nuove strategie

Troppa igiene? E le allergie aumentano

Troppa pulizia fa male all’intestino (e al sistema immunitario): ecco perché

Igienizzano e sono eco-friendly: i nuovi detersivi sono a base di batteri buoni

Batteri buoni contro batteri cattivi anche in ospedale (VIDEO)

L’eccesso di igiene in casa può far male alla salute? (VIDEO)

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Perché all’Alta Velocità di Bologna mancano le panchine?

Dom, 05/27/2018 - 00:01

Dopo il flash-mob alla stazione di Bologna e una lettera aperta indirizzata a lei, la Presidente di Rete Ferroviaria Italiana ci ha concesso un’intervista condotta da Jacopo Fo che trovate qui.
La domanda chiave era: perché con tutti i soldi che la stazione è costata non si è pensato di mettere delle sedute per i passeggeri in attesa sulle banchine dei binari?
Le risposte della dottoressa Cattani, piuttosto sorprendenti, le trovate nel video. Secondo la Presidentessa i passeggeri debbono aspettare i treni al piano superiore e non sulle banchine dei binari, mettere delle sedute li esporrebbe al pericolo di cadere sotto i treni (evidentemente secondo lei il pericolo stando in piedi è inferiore) e, se poi ne mettessero qualcuna, ai passeggeri magari piacerebbero e allora ne dovrebbero mettere di più… Comunque guardate il video e fatevi un’opinione.

Nella seconda parte dell’intervista si parla degli Help Center aperti da Rete Ferroviaria Italiana e delle prospettive di utilizzo di energie rinnovabili.

Buona visione

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Jacopo Fo intervista Claudia Cattani, Presidente di Rete Ferroviaria Italiana (VIDEO)

Dom, 05/27/2018 - 00:01

Dopo il flash mob alla Stazione Centrale di Bologna siamo andati a intervistare Claudia Cattani, Presidente di Rete Ferroviaria Italiana

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Economia circolare: falegnameria di recupero e design (VIDEO)

Sab, 05/26/2018 - 04:06

E’ una delle molteplici attività svolte da Rinoteca, un fab-lab nelle Marche!

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Sicurezza sui treni: un altro incidente, un altro treno deragliato

Sab, 05/26/2018 - 01:06

Si sta ancora studiando la dinamica dell’incidente: stando alle prime indagini ci sarebbe una responsabilità da parte del conducente del Tir.

In ogni caso quello era in qualche modo un passaggio pericoloso: secondo alcuni cittadini si bloccava spesso, come riporta La Stampa , provocando code. In più, come ha confermato l’assessore regionale ai trasporti Francesco Balocco, era un passaggio che doveva essere abbattuto per sostituirlo con un sovrappasso più sicuro, ma per lungaggini burocratiche ancora non era stato fatto.

La Stampa riporta anche un altro dato inquietante: nel solo 2017, su quasi 17 mila chilometri di rete, gran parte gestita da Rfi, si sono verificati 101 incidenti con 93 morti. 

I più colpiti, i pedoni. Nell’intervista  fatta ad Amedeo Gargiulo, direttore dell’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, egli stesso ammette che, nonostante una riduzione degli incidenti negli ultimi 10 anni, il valore registrato in Italia è superiore a quello dei maggiori Paesi Europei.

Può darsi che si scopra che questa sia una tragica fatalità, un errore di una sola persona, non lo sappiamo: la logica però porta a pensare che perchè avvenga uno schianto del genere c’è più di una cosa che deve andare storta. 

Come ci chiedevamo anche in questa lettera di qualche tempo fa, non può anche darsi che tra lungaggini burocratiche e scelte di budget, passi un po’ troppo tempo prima di decidere di spendere i soldi in sicurezza e a vantaggio dei pendolari e dei cittadini che prendono il treno?

Ogni volta che si sale sul treno è una odissea, e chi ne prende tanti non può che concordare.

Esiste il mal d’aria, il mal d’auto e il mal di mare. Probabilmente in Italia tra un po’ inizieranno a diagnosticare il mal di treno.

 

 

 

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Le pecorelle tosaerba di Silvia, filosofa pastore

Ven, 05/25/2018 - 04:08

… Silvia vive a Lodi e da qualche anno ha avviato il progetto Pecorelle con una quarantina di pecore di Ouessant, pecore nane originarie della Francia, che grazie alla piccola mole brucano e fertilizzano la terra senza danneggiarla.

Come preferisci essere chiamata, pastora, pastoressa…?
Mah, è indifferente, “pastore” va bene, la “e” finale si presta a tutto, anche “pastora” va bene, tutto fuorché “pastorella”.

Tu prima facevi la giornalista. Perché hai deciso di fare il pastore?
Volevo un lavoro che mi consentisse di vivere all’aperto e secondo ritmi più distesi. Ho sempre amato gli animali, e l’idea di fare il pastore è balenata all’improvviso, è stata quasi un’illuminazione. Mi piaceva l’idea di pascolare delle pecore nella Pianura Padana, in luoghi che amo. In un certo senso è stata una scelta prima estetica, poi etica.

L’utilizzo delle pecore per tosare l’erba è tornato alla ribalta con la proposta della sindaca di Roma Virginia Raggi. Cosa dici al riguardo?
Proprio a Roma, nel parco dell’Appia Antica, si tiene il Seminario Internazionale di Pastorizia Urbana e Periurbana; in Francia e altrove la manutenzione verde si pratica da anni senza nessun scalpore, anzi, desta simpatia e fa da aggregante sociale. Sulla manutenzione del verde però bisogna puntualizzare: sicuramente non è un metodo risolutivo, l’operato di un animale non può essere paragonato con quello di un tosaerba, e per fortuna!

Quali sono i valori aggiunti della tosatura a quattro zampe rispetto alla tosatura meccanica?
I valori aggiunti sono di tipo etico, nel senso che tu scegli un’alternativa, fai una scelta, rinunci al prato all’inglese livellato al millimetro per una manutenzione del verde che non inquina (niente pesticidi, niente benzina), aiuta gli animali e li riavvicina alle persone, anche in contesti urbani. E di tipo economico, perché salvo il costo del trasporto sulle lunghe distanze, il noleggio di una singola pecora è di un euro al giorno. Se i ricoveri e le recinzioni sono in loco tanto meglio.

Questo tipo di manutenzione ha risvolti sociali positivi?
Certo. Ad esempio, proprio di recente, durante l’open day dell’azienda L’Erbolario i visitatori hanno potuto farsi un’idea del valore degli animali rispetto all’ambiente. E in generale i Comuni, le aziende e le fattorie didattiche spesso organizzano attività formative che coinvolgono i bambini.

Quali terreni si prestano meglio alla tosatura con le pecore?
Si prestano meglio i terreni ampi, incolti, i prati rustici. Non certo il giardino della villetta.

E le tue pecore quali preferiscono?
A dispetto di quel che si può pensare le pecore non amano l’erba troppo alta, perché la schiacciano e poi per loro è difficile mangiarla. L’altezza ideale è quando l’erba non supera il polpaccio. Mangiano con gusto il tarassaco, la gramigna, la piantaggine… l’ortica no.

La tosatura con le pecore funziona anche in città?
Sì, nelle città ci sono delle aree, dei tratti incolti che anziché diventare ricettacoli di sporcizia possono essere destinati alle pecore. In questo caso si parla di vera e propria riabilitazione del verde.

Il tuo lavoro desta alcune perplessità a causa dei risvolti sanitari. Quali sono i rischi?
Questo è un pregiudizio di chi si è “inurbato” e ha dimenticato tutto, anche cose ovvie come ad esempio che la zecca è un animale e non si può cancellarne l’esistenza, ma si può limitarne la presenza somministrando alle pecore trattamenti sanitari, che non fanno parte dei vaccini obbligatori.

Sono costosi?
Tutti i trattamenti degli ovini sono costosi, possono costare anche centinaia di euro perché vengono venduti in formato gregge, ma sono cure che salvaguardano loro e il mio lavoro, quindi ben vengano.

Qualche episodio divertente?
Ce ne sono molti, in generale le situazioni destabilizzanti mi divertono. Una volta, quando ero ancora inesperta, mi hanno chiamato per avvisarmi che quattro pecore erano uscite dal terreno che si trovava in una zona industriale vicino a Lodi. Sono corsa in macchina a recuperarle sul luogo dove erano state avvistate, e le ho trovate mentre attraversavano la strada, come i Beatles nella copertina di Abbey Road.

Gli studi in filosofia ti aiutano nel tuo lavoro?
La filosofia mi aiuta in qualsiasi cosa faccio. Per filosofia intendo la capacità di sguardo, sapere che si hanno sempre a disposizione più possibilità, lasciarsi stupire dall’inatteso, dal possibile, anticipandolo o assecondandolo.

 

 

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Pronti per EcoFuturo 2018?

Ven, 05/25/2018 - 02:11

Anche quest’anno saremo a Padova, nella splendida struttura del Parco Fenice, che è un vero e proprio tuffo nell’ecofuturo.

Dal sito di Ecofuturo: “Non è soltanto una fiera di innovazioni ecotecnologiche, EcoFuturo nasce dall’incontro di alcune persone e realtà che insieme maturano una precisa consapevolezza: quella che in Italia esiste un patrimomio straordinario di idee, esperienze e progettualità che coinvolge l’ecologismo in tutte le sue diverse espressioni.
Un patrimonio troppo spesso invisibile. Associazionismo, imprese innovative, amministrazioni virtuose, mondo della ricerca e dell’informazione spesso rappresentano delle vere e proprie eccellenze, a livello europeo e in alcuni casi addirittura mondiale!”

L’edizione 2018 di Ecofuturo è dedicata alla “Ciodue” e a come riportarla in equilibrio tra cielo e terra (nel cielo è troppa, nella terra poca…).

Per tutte le info sul Festival consultate il sito http://www.ecofuturo.eu/

Di seguito alcuni video dell’edizione 2017

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Idee per un governo condiviso: Leggi e Giustizia

Gio, 05/24/2018 - 20:48

Con l’Avvocato Marchetti si è parlato di incentivazione della tutela dei consumatori, in particolare dell’istituzione di una Autorità per il controllo preventivo dei contratti rivolti al pubblico.

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Clicca qui per leggere la proposta di People For Planet sull’Autoritirà per i contratti collettivi

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Il clima difeso dagli Indios

Gio, 05/24/2018 - 04:34

Nel frattempo, però, continuiamo a emettere qualcosa come 32,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera (dato del 2017, raccolto presso il laboratorio del Nooa di Mauna Loa, alle Hawaii, punto di riferimento mondiale per la concentrazione di CO2 in atmosfera) – un aumento del 1,4% su base annua dopo una stasi degli ultimi tre anni, con una concentrazione da record che ha raggiunto le 408,35 parti per milione di CO2 .

Chiaro, quindi, che il problema a questo punto non sia solo quello dell’emissione di anidride carbonica in atmosfera ma anche la rimozione della stessa dall’atmosfera.

Per due motivi. Il primo è legato al fatto che per decenni si continuerà a emettere CO2: si pensi solo a quante autovetture ad alimentazione fossile esistono sul pianeta, circa 1,2 miliardi nel 2015 secondo Navigant Research, con un mercato che lo scorso anno è stato di 71,3 milioni di autovetture nuove – in crescita del 2,5%. Auto che sono al 99% ad alimentazione fossile, ossia emettono una media di 120 grammi di anidride carbonica per chilometro. L’altro motivo è che si deve iniziare a pensare a come rimuovere la CO2 dall’atmosfera per “limitare” i danni di questa crescita. Lasciando perdere, per ora, il sequestro e il confinamento della CO2 nel sottosuolo – tecnica che potrebbe essere utile solo per la generazione elettrica, visto che necessita di grandi impianti, e solo quando saranno abbattuti i costi – la via che si potrebbe seguire è quella del “sequestro” dell’anidride carbonica nel terreno attraverso pratiche “naturali”, che si affiancano a quella storica della forestazione, e che sono tre.

Indietro nel tempo

La prima risale ai tempi più antichi ed è quella usata dagli Indios dell’Amazzonia nei secoli passati per fertilizzare i terreni.

Si tratta della Terra preta – Terra nera in portoghese – ossia di vasti appezzamenti di terreno nei pressi dei villaggi che hanno una percentuale di carbone vegetale al proprio interno di circa il 9%, contro quello presente in modo naturale che è del 0,5%, cosa che porta il contenuto di carbonio del terreno al 15%.

Si tratta di una caratteristica che è di origine antropica, visto che assieme al carbone vegetale spesso si trovano altre sostanze di origine organica evidentemente deposte dall’uomo. E si comincia a diffondere presso gli studiosi l’idea che si tratti di un sistema il cui scopo era quello di fertilizzare terreni caratterizzati da una certa scarsità di nutrienti, sistema già utilizzato anche in altre zone del Pianeta, come nel Sud America e in Africa, nonché in Inghilterra, dove si pensa che il metodo sia stato usato in epoca romana. Le potenzialità di sequestro di CO2 di questa tecnica sono elevate e, al contrario della forestazione, la CO2 sequestrata rimane nel terreno per migliaia di anni e non viene restituita all’atmosfera al fine vita, naturale o artificiale che sia, degli alberi. Il sistema usato dagli Indios è stato studiato a lungo e ora si affacciano diverse ipotesi di “creazione” su vasta scala di questi terreni.

L’evoluzione innovativa

Una di queste è il biochar, un carbone vegetale ottenuto dalla pirolisi – trattamento termico a alta temperatura in assenza di ossigeno – di vegetali come i residui e i sottoprodotti agricoli quali le potature, le stoppie dei cereali e il fogliame.

Dal processo di pirolisi si ottiene un gas, il syngas, che ha un potenziale calorico pari a quello del Gpl che può essere utilizzato per produrre calore ed energia elettrica, e il biochar, appunto, che è costituito al 90% da carbonio. Una volta utilizzato nei terreni il biochar è un forte ammendante (cioè fertilizzante) che aumenta la ritenzione dell’acqua e degli elementi nutritivi da parte dei terreni e migliora la struttura degli stessi. Il risultato è che si aumenta la produttività dei terreni fino al 15%, come dimostrato da alcune sperimentazioni in Toscana sul grano duro, poiché diminuisce la necessità di acqua e fertilizzanti e viene sequestrato il carbonio in maniera duratura.

Da una ricerca fatta dalla Iowa State University si stima che un’azienda agricola di 250 ettari possa sequestrare qualcosa come 1.900 tonnellate di carbonio ogni anno utilizzando il biochar addizionato con l’azoto. Si tratta di un metodo così promettente che è stato preso in seria considerazione nel corso degli appuntamenti sul clima delle Nazioni Unite, le Cop, e che potrebbe unire l’esigenza di ridurre la CO2 in atmosfera con quella di aumentare la produzione agricola; quest’ultima è una necessità che nasce in vista dell’aumento della popolazione umana sul Pianeta, al 2050 è prevista intorno ai 9,7 miliardi di persone e di 11 miliardi nel 2100.

Da non sottovalutare, infine, il fatto che una serie di studi sta verificando con successo che la pirolisi delle biomasse può essere utilizzata per la produzione di biocarburanti di seconda generazione che non impattano sulla filiera alimentare, visto che ne utilizzano i sottoprodotti e non le colture sostitutive agli alimenti.

Biogas carbon negative

Il terzo sistema è quello messo a punto al Consorzio Italiano Biogas (Cib) che è stato denominato Biogasfattobene.

Il sistema unisce una serie di pratiche agricole avanzate e virtuose come i doppi raccolti, la fertirrigazione e i sistemi di arricchimento naturali del terreno, producendo così più alimenti senza utilizzare più suolo e riducendo le spese: infatti non si devono smaltire gli effluenti zootecnici, non si acquistano fertilizzanti chimici poiché si utilizzano biofertilizzanti di produzione propria, e si può utilizzare come carburante il biometano raffinato dal biogas, mentre quello in eccedenza viene impiegato per la produzione elettrica.

Il bilancio sul fronte della CO2 è neutrale, ma può diventare negativo, visto che il carbonio può essere sequestrato nel terreno con l’utilizzo del digestato che si ottiene in uscita dall’impianto per la produzione di biogas. Il tutto è stato ratificato da uno studio condotto dal team scientifico del Consorzio Italiano Biogas con il Centro Ricerche Produzioni Animali e la Michigan State University per valutare l’impronta carbonica dell’energia elettrica prodotta con i principi del Biogasfattobene.

I risultati ci sono. Se un impianto a biogas, alimentato completamente a mais, produce 34 grammi di CO2 equivalente per MJ – meno della metà dell’utilizzo di metano d’origine fossile, che è di 72 grammi di CO2 equivalente per MJ – applicando la serie di pratiche messe a punto dal Cib si passa a emissioni negative per ben 36 grammi di CO2 equivalente per MJ. Ossia si producono più alimenti e più energia, mettendo sotto terra la CO2, e facendo diventare la produzione di energia da fonte rinnovabile una vera e propria infrastruttura che riesce a mitigare le emissioni climalteranti.

Tutte queste pratiche hanno un contenuto tecnologico, anche quelle antiche degli Indios, ma sono accumunate da un approccio comune che le unisce alla logica dell’economia circolare. Ossia utilizzare al massimo le risorse disponibili innestando processi che riutilizzano i materiali, con metodologie olistiche, ossia che sfruttano le connessioni possibili tra una pratica e un’altra. E tra diversi sistemi. La circolarità del ciclo nel quale un rifiuto diventa risorsa, utilizzando metodi innovativi – nei casi che abbiamo visto gran parte dell’innovazione risiede proprio nel metodo – sarà la chiave di volta per rispondere alle sfide del futuro.

A partire da quella più grande: i cambiamenti climatici.

 

Fonti: 

Il record delle emissioni 2017:
https://www.reuters.com/article/us-energy-carbon-iea/global-carbon-emissions-hit-record-high-in-2017-idUSKBN1GY0RB

Il biochar:
http://www.ichar.org/data/files/bro_ichar_new.pdf

Il Biogasfattobene:
https://www.consorziobiogas.it/wp-content/uploads/2017/08/BIOGAS_INFORMA_n21.pdf (pagina 10)

 

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Farmaci inutilizzati non scaduti: recuperarli è possibile. Ecco come

Gio, 05/24/2018 - 02:40

L’attività, promossa dalla Fondazione Banco Farmaceutico, viene svolta da una rete di farmacie in diverse città d’Italia

Quante persone hanno in casa propria confezioni di farmaci solo parzialmente utilizzate? E quante volte questi medicinali ancora validi rimangono inutilizzati o vengono gettati via? Uno spreco enorme di risorse, senza dimenticare le conseguenze prodotte sull’ambiente dal loro smaltimento – che non sempre viene svolto nel modo corretto.

In attesa che in Italia si arrivi a vendere farmaci sfusi come già accade in altre nazioni, così da avere a disposizione il preciso numero di dosi che consenta di portare a termine la cura in base alla prescrizione medica e, quindi, senza eccedenze (argomento molto sentito da People for Planet, che per informare e sensibilizzare sull’argomento ha all’attivo una  campagna a favore dei farmaci sfusi), un passo da fare nella direzione di un consumo di farmaci più responsabile è recuperare quelli inutilizzati, ma ancora validi: nel nostro Paese è possibile grazie al progetto “Recupero farmaci validi non scaduti” promosso dalla Fondazione Banco Farmaceutico, organizzazione nata nel 2000 per contrastare la povertà sanitaria.

Nuova vita ai farmaci

I farmaci raccolti tramite questa iniziativa vengono destinati a persone indigenti che non avrebbero altrimenti possibilità di accedere alle cure: consentire a coloro che vivono in situazioni di disagio economico di curarsi e, allo stesso tempo, evitare sprechi e costi per tutta la collettività – poiché il medicinale inutilizzato produce inquinamento anche quando viene smaltito correttamente – è un duplice risultato che potrebbe fare la differenza. Come spiega in una lettera Sergio Daniotti, Presidente Fondazione Banco Farmaceutico onlus, “in 10 città e provincie italiane, all’interno delle farmacie che aderiscono all’iniziativa, sono posizionati appositi contenitori di raccolta facilmente identificabili in cui ognuno, assistito dal farmacista, può donare i medicinali di cui non ha più bisogno. E’ un modello che non ha uguali in Europa riconosciuto, oltre che dalla legge, anche da convenzioni con ASL, ospedali, case di riposo e da donatori istituzionali e privati”.

Un progetto nato nel 2013

Il progetto, nato 5 anni fa, può ancora crescere molto e aumentare il numero di città e farmacie coinvolte: a oggi, infatti, l’iniziativa è attiva nelle città e nelle province di Torino, Milano, Monza e Brianza, Roma, Verona, Mantova, Varese, Macerata e Rimini, per un totale di circa 300 farmacie. Un’iniziativa che non solo evita enormi costi e sprechi per tutta la collettività, ma fa sì che molte persone che non possono permettersi di acquistare medicinali possano curarsi lo stesso.

 1,6 milioni di euro in un anno

Nel solo 2017 il Recupero farmaci validi non scaduti ha permesso di raccogliere oltre 113.400 confezioni di medicinali per un valore economico superiore a 1,6 milioni di euro. Dal 2013 a oggi sono state recuperate oltre 418.600 confezioni, per un valore economico pari a più di 5,7 milioni di euro.

Quali farmaci possono essere donati

Possono essere recuperati medicinali con almeno 8 mesi di validità, correttamente conservati nella loro confezione originale integra, con l’esclusione dei farmaci che richiedono conservazione a temperatura controllata, quelli ospedalieri (fascia H) e appartenenti alla categoria delle sostanze psicotrope e stupefacenti.

Come aderire all’iniziativa

All’interno delle farmacie che aderiscono all’iniziativa sono posizionati appositi contenitori di raccolta facilmente identificabili in cui chiunque, assistito dal farmacista, può donare i medicinali di cui non ha più bisogno. Sono i farmacisti a controllarne scadenza e integrità e, se il farmaco risulta idoneo alla donazione, viene apposta sulla confezione un timbro (o uno sticker) riportante la dicitura “Banco Farmaceutico. Farmaco donato. Vietata la vendita”. Gli enti e le farmacie aderenti al progetto sono consultabili cliccando sul link della singola città.

credit foto: ©grafikplusfoto – Fotolia.com

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Idee per un governo condiviso: Ecologia e tutela dell’Ambiente

Gio, 05/24/2018 - 02:40

Seconda puntata, seconda proposta per un governo condiviso tra M5S e Lega.
Oggi parliamo di ecologia e ambiente con Fabio Roggiolani, grande amico e “guerriero” della sostenibilità ambientale, quella applicata! Cofondatore del Festival EcoFuturo, da anni promuove campagne per applicare le ecotecnologie attualmente disponibili nei settori del risparmio energetico e della produzione di energia da fonti rinnovabili. Con lui parliamo di carburanti alternativi che si potrebbero iniziare a usare domani mattina. Volendo…

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Il ciclo (e riciclo) di vita di carta e cartone

Mer, 05/23/2018 - 04:36

Ma solo all’inizio del ciclo, poi dalla carta, gettata nella raccolta differenziata e avviata al riciclo, si può ottenere altra carta.
Ogni anno vengono immesse al consumo 4,7 milioni di tonnellate di carta e cartone (imballaggi cellulosici). L’80% viene avviato al riciclo. C’è ancora molto da fare!

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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