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People for Planet

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Aggiornato: 11 ore 13 min fa

Vade retro Var, gli arbitri celebrano la rivincita del luddismo

Mar, 10/02/2018 - 02:17
Ned Ludd

Ned Ludd è un misterioso personaggio sulla cui esistenza esistono forti dubbi. Avrebbe vissuto tra il Settecento e l’Ottocento, e in piena rivoluzione industriale si sarebbe reso protagonista della distruzione di un telaio meccanico. Ha così incarnato nell’immaginario mondiale la resistenza alla meccanizzazione del lavoro, all’avanzare della tecnologia che avrebbe via via ridotto gli spazi occupazionali per l’uomo.

La resistenza passiva

Cosa c’entra col calcio, direte voi? C’entra, c’entra. Nonostante le belle parole che ogni tanto ci propinano alti dirigenti del calcio italiano e internazionale, è quel che sta avvenendo con la resistenza all’introduzione dell’uso della tecnologia nel mondo del pallone. A differenza del luddismo, questo movimento politico sta raggiungendo i propri obiettivi. Gli arbitri – che a parole sono tutti compatti nell’affermare che il Var è una manna dal cielo – di fatto hanno attuato una sorta di resistenza passiva, uno sciopero bianco. E hanno progressivamente e lentamente depotenziato la tecnologia. In Italia, ma non solo. E non lasciatevi abbindolare dalle promesse dell’uso del Var in Champions o in altri campionati.   

Gli arbitri sono figure sacrali

Non ci vuole Machiavelli per arrivare alla conclusione che la delega al mezzo televisivo costituisce la perdita di un potere. Non più arbitro in terra del bene e del male, per dirla alla De Andrè che parlava di un giudice ma va bene lo stesso. Bensì al massimo addetto al videoregistratore, intento a premere i pulsanti per la visione rallentata dell’azione. Sarebbe un po’ come se le sorti della Festa del ringraziamento fossero affidate ai tacchini. Voterebbero all’unanimità per l’abolizione, ovviamente. Gli arbitri – e i dirigenti – stanno facendo lo stesso. In maniera più dissimulata. E approfittando della cortina sovietica che da sempre avvolge il mondo del calcio. Un sistema di potere impermeabile a qualsiasi agente esterno. E così nessuno domanda, nessuno indaga, nessuno si informa. L’arbitro è una figura sacrale che non può essere disturbata.

Loro ce l’hanno fatta

Mentre in tanti sport l’uso dello strumento televisivo è pacificamente accettato, nel calcio ci si scontra con un muro di gomma di un’efficacia straordinaria. L’arbitro resta il giudice supremo della partita. E poco importa se in tv sia possibile guardare e individuare qualcosa che è sfuggito al direttore di gara. È come se non fosse mai esistito se non è lo stesso arbitro ad accettarne l’intervento. È meraviglioso. È l’arbitro che decide se aprire le porte del calcio alla realtà. Come se noi avessimo il potere di impedire a una brutta notizia di entrare nelle nostre vite.

C’è anche tanta innegabile invidia sia per i tecnocrati del pallone sia per questi signori – un tempo in giacchetta nera – che per novanta minuti detengono le chiavi delle emozioni di milioni di persone. Invidia perché ormai la nostra vita è quasi tutta legata all’uso della tecnologia. Il luddismo è stato travolto più che sconfitto. Eppure infonde speranza sapere che c’è una piccola regione battagliera che continua fieramente a resistere. E che nel proprio territorio detiene la maggioranza assoluta. Un fortino inespugnabile che è riuscito a smentire la profezia di Orwell con il suo 1984, che ha fatto marameo a Popper e la sua “cattiva televisione”. E che ti inchioda quando ti sfida ad affermare che possa esistere una e una sola verità. Non può esistere, e allora è meglio la loro.

Ned Ludd è stato vendicato

Un mondo, il loro appunto, dove si cucina ancora con la bombola. Ci si lava con l’acqua calda riscaldata col fuoco. Zero frigoriferi. Non ci sono bancomat né carte di credito. Niente Telepass, ma che diciamo: niente automobili. Non ci azzardiamo a citare gli i-pad o gli smart-phone. Non sanno nemmeno che cosa siano. Google tutt’al più è un calciatore dalla provenienza misteriosa, probabilmente di origine armene. Gli arbitri comunicano col telefono a gettone. I mega direttori galattici dell’universo del pallone scrivono direttamente nel cielo i loro pensieri. Come in Fantozzi.

Il caro vecchio calcio non si è piegato. Meglio non ingrandire l’immagine, come ci mostrò Antonioni col suo Blow-up. “Stiamo bene così – ci sembra di ascoltarli -. E quando le polemiche superano il livello di guardia, riaccendiamo la tv per qualche partita. Giusto il tempo di far placare le acque”. Ned Ludd è stato vendicato.

Auto elettriche: produrle in Ue costa caro, mantenerle anche. La Cina sorride

Lun, 10/01/2018 - 12:46

A lanciare l’allarme è Herbert Diess, Chief Executive Officer di Volkswagen, che avverte: mantenere la promessa di proporre al mercato una versione elettrica di ogni modello di auto costerà più del previsto. Non basteranno i 20 mld di euro immaginati, almeno alla luce di nuovi dati che spingerebbero Diess a pressare l’azienda verso una riduzione delle spese funzionale ad investire su nuove tecnologie e fronteggiare eventuali crisi.

Le dichiarazioni sono estratte da un’intervista Diess ha realizzato per una newsletter interna, in cui appunto ammette che i costi della transizione verso l’elettrico sono più alti di quanto ci si aspettasse. La ragione è anche che i competitor hanno fatto progressi maggiori, ma si tratta di una preoccupazione comune che unisce tutte le case produttrici. Anche la Daimler (Mercedes-Benz) ha recentemente ammesso che la prospettiva di presentare una gamma di 10 veicoli elettrici entro il 2022 significa oltrepassare le stime di 10 mld di euro previsti inizialmente come investimento. Da parte sua, VW ha in programma di aggiungere 300 versioni ibride plug-in e elettriche al 2030, di conseguenza la questione costi diventa fondamentale.
Servono profitti per finanziare il nostro futuro”, sentenzia Diess. Ma non sono soltanto slogan allarmistici, si parla di numeri. “Il 4% è il minimo, il 5-6% ci consente alcuni investimenti, il 7-8% ci rende a prova di crisi”. Detto questo, la crisi di cui parla Diess non è comunque imminente: la strategia del gruppo al 2025 ha come obiettivo un utile operativo sulle vendite che si attesti proprio tra il 7 e l’8%, con sviluppi particolari nel comparto della mobilità sostenibile.

Costruire auto elettriche significa oggi vedersela con l’elevato costo delle componenti, batterie in primis. In generale, l’Europa è partita in ritardo rispetto a Paesi come la Cina che invece concede crediti per i produttori di veicoli elettrici e nell’ultimo anno ha investito 21,7 mld di euro in questo settore (l’Ue 3,2 mld). Le cifre vengono dal rapporto “Auto elettrica: investimenti e nuovi posti di lavoro in Cina. E l’Europa?” diffuso da Greenpeace, Legambiente, WWF, Kyoto Club, Fondazione per lo sviluppo sostenibile e Cittadini per l’Aria, che nei mesi scorsi si erano rivolti al ministro Sergio Costa perché venissero introdotti obiettivi di vendita per i produttori. Si legge:

“La politica cinese in materia di veicoli puliti – il ‘mandato per i veicoli a energia nuova’ – prevede che i costruttori di automobili ottengano crediti per la produzione di veicoli elettrici equivalenti al 10% del mercato complessivo delle autovetture nel 2019 e al 12% nel 2020. Considerando la struttura del credito, l’obiettivo per il 2020 si tradurrebbe in veicoli a zero emissioni pari a circa il 4% dei veicoli venduti. Nel novembre dello scorso anno, la Commissione europea ha proposto nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 delle autovetture del 15% e del 30% rispettivamente nel 2025 e nel 2030, ma non ha posto nessun obiettivo significativo sulle vendite di veicoli a zero emissioni”.

Se l’Europa non schiaccerà l’acceleratore, insomma, si potrebbe verificare un’invasione di componenti provenienti dal mercato cinese, gli stessi produttori peraltro si stanno affrettando ad aprire stabilimenti in Cina o a stringere partnership con realtà locali, basti pensare alla joint venture tra BMW Group e Brilliance China Automotive Holdings o alla megafactory che la stessa VW possiede in Cina, a Foshan, entrambi siti destinati allo sviluppo della e-mobility attraverso la fabbricazione di batterie.

Va meglio dal punto di vista dei potenziali acquirenti di veicoli elettrici, ma non in Italia. Secondo i dati pubblicati da LeasePlan, nel nostro Paese possedere un’auto elettrica costa più che altrove.
Lo studio annuale Car Cost Index mostra che i veicoli elettrici sono già più economici rispetto alle auto con motore tradizionale in Norvegia e nei Paesi Bassi, mentre in Belgio e nel Regno Unito, il gap nel costo totale di proprietà si sta rapidamente riducendo. Ma in Italia, rispetto ad una media Ue di costo medio di possesso di 616 euro mensili, si arriva al primato di 761 euro mensili come media delle 3 alimentazioni (benzina a 667 euro, diesel 628 e elettrico a 986 euro). Si spende meno che altrove in Polonia: 448 euro.
I costi di proprietà considerati sono quelli del segmento auto di piccole e medie dimensioni di 21 Paesi Ue e vengono presi in esame tutti i costi sostenuti dagli automobilisti, compresi carburante, ammortamento, imposte, assicurazione e manutenzione.
Rapportato al PIL dei vari paesi, i conducenti in Italia, Finlandia e Belgio devono sostenere il costo di proprietà più elevato, mentre gli automobilisti di Irlanda, Polonia e Svizzera quello più basso. Soltanto la Norvegia presenta un costo medio totale di proprietà per un veicolo elettrico – 670 euro al mese – inferiore al costo da sostenere sia per un’auto a benzina (731 euro) che a diesel (722 euro).

Non dimentichiamo poi che i proprietari di veicoli elettrici pagano più tasse: in media 131 euro al mese in tasse di circolazione e IVA per via dei costi di acquisto elevati, contro i 104 euro spesi in media per le auto alimentate a benzina e i 108 euro per quelle a diesel. Ma risparmiano in termini di alimentazione: 39 euro in media al mese per l’energia elettrica contro i 110 euro della benzina e i 78 euro del diesel. La benzina resta ancora la soluzione più economica per i guidatori in Romania, dove il costo totale mensile di proprietà per un veicolo è di 353 euro in media e le imposte si paga 50 euro al mese di IVA e una tassa di circolazione inferiore del 48% rispetto alla media europea.

 

 

Fonte img di copertina: Flickr

Il bilancio di una piccola impresa: una fotografia sfuocata

Lun, 10/01/2018 - 02:33

Si tratta di un fenomeno che assomiglia al meccanismo della roulette russa dove la rivoltella da puntare alla testa viene offerta dall’arbitro ma a spararsi e’ lo stesso giocatore.
In questo caso quella pistola assume le sembianze del bilancio dell’azienda.
Il bilancio di una piccola impresa a carattere familiare dovrebbe prevedere (il condizionale non è usato a caso) tre semplici voci.
– «Attivo»: il denaro contante; il saldo creditore presso le banche; le fatture non ancora incassate nonché beni come veicoli, macchinari, immobili eccetera.
– «Passivo»: i saldi debitori presso le banche (affidamenti); fatture non ancora pagate; le tasse da regolare; il capitale sociale ossia i soldi messi dai soci per far partire e vivere l’azienda.
– «Patrimonio netto»: la differenza tra «attivo» e «passivo» che ci dice la sostanza netta, l’effettiva ricchezza della società.
Bene, in buona parte dei casi, in Italia, il bilancio di una piccola impresa a carattere familiare (dove i soci sono legati da vincoli familiari) non esprime nulla di tutto questo.
Non rappresenta mai o quasi mai l’esatta fotografia dell’azienda.
Di solito il «capitale sociale» è di 10 mila euro e, per di più, viene solo deliberato e mai interamente versato; il magazzino è sovrastimato per motivi fiscali; gli immobili (quando si possiedono) sono iscritti in bilancio a valori più bassi rispetto a quelli di mercato; i crediti verso clienti e i debiti verso i fornitori contengono perdite conclamate e contenziosi ormai accertati; compaiono ammortamenti ancora in essere di beni ormai logori e superati; gli utili risultano annacquati: questa è la vera istantanea della stragrande maggioranza delle imprese italiane.
Una realtà che le banche conoscono da sempre (i rating erano negativi anche prima del 2008), ma sulla quale hanno lasciato correre per anni.
Almeno fino a quando non hanno deciso, obtorto collo per le decisioni di Bruxelles (e con gli stessi rating), la stretta del credito, dimenticandosi del passato e della loro complicità nell’affossare i clienti.
Oggi, quindi, sono necessarie, per la sopravvivenza dell’azienda, alcune accortezze fondamentali che deve prendere per primo l’imprenditore.
La prima cosa che deve fare è capire che il bilancio della azienda e il bilancio familiare dei singoli soci sono due cose differenti.
Nelle imprese familiari si commette sistematicamente l’errore di non ripartire gli eventuali utili alla fine dell’esercizio, ma di considerare gli stessi come degli anticipi sui probabili redditi.
La maggior parte dei piccoli imprenditori (sistematicamente nelle imprese familiari), infatti, ha la percezione che la finanza di un’azienda altro non sia che un cassetto dal quale attingere soldi per fini personali: pagare la retta scolastica dei figli, mettere la benzina all’auto o comprare il regalo per il matrimonio di un parente.
Dovrebbe essere la norma che solo al 31 dicembre di ogni anno un imprenditore possa sapere se ha realizzato utili o perdite.
E solo a quel punto possa capire quanto spendere per le proprie esigenze personali oppure quanti soldi debba mettere, nel caso sia andato in perdita, di tasca propria per ripristinare il capitale.
Quelli familiari sono dei costi che molto spesso determinano degli scompensi finanziari e liti tra eventuali soci.
Da lì, se non se ne ha consapevolezza, il default è a un passo.
Ecco il motivo per cui è necessario che tutte le piccole imprese predispongano il budget familiare attraverso un programma Excel (ce ne sono tanti gratis sul web) che prenda in considerazione tutte le spese possibili e immaginabili cui va incontro la famiglia nel corso dell’anno: statisticamente sono i costi più difficili da tenere sotto controllo.
Spesso ho avuto a che fare con imprenditori che si lamentavano di aver chiuso l’esercizio in perdita salvo “scoprire” (dopo che li avevo sottoposti alla “violenza” del bilancio familiare) che, al lordo delle spese correnti dei familiari non espresse nel bilancio aziendale, quella impresa aveva prodotto utili che erano stati “anticipati” ai singoli soci.
Siamo all’anno zero e bisogna ripartire dalle basi per far crescere la cultura manageriale.
Se non facciamo maturare questa consapevolezza, siamo (consulenti e associazioni di categoria) corresponsabili del genocidio pensato e attuato dal sistema bancario.

La generosità? E’ contagiosa

Lun, 10/01/2018 - 02:14

È UNA delle caratteristiche che più ci distingue, nonché una delle chiavi di successo della nostra specie: la capacità di cooperare, e di farlo in maniera flessibile, a seconda del contesto e delle esigenze. Lo facciamo persino quando apparentemente non guadagniamo nulla in cambio, per esempio donando sangue o contribuendo a cause benefiche.
Ma più che un comportamento ereditato appare piuttosto come qualcosa che facciamo in virtù di quello che fanno gli altri membri del gruppo in cui viviamo. In altre parole è come se la cooperazione, ma anche la condivisione e persino la generosità, fossero contagiose, poco legate alle predisposizioni individuali.
A suggerirlo, alzando un velo su una caratteristica così umana ma difficile da spiegare, è oggi uno studio apparso sulle pagine di Current Biology, che ha analizzato il comportamento di alcuni membri degli Hazda, in Tanzania.

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Dal Nepal buone notizie per la tigre

Lun, 10/01/2018 - 02:03

Erano 198 nel 2013, ora le tigri in Nepal sono 235. La notizia è stata diffusa ieri, in occasione del National Conservation Day. Un passo avanti verso l’ambizioso obiettivo WWF denominato TX2, che conta di raddoppiare la popolazione di tigri nel mondo entro il 2022, lanciato in occasione del Summit sulla tigre di San Pietroburgo nel 2010.
“Il nostro impegno per il piano d’azione per la conservazione della tigre continua”, ha dichiarato Bishwa Nath Oli, segretario del Ministero delle foreste e dell’ambiente. “Proteggere le tigri è una priorità assoluta per il governo, le forze dell’ordine, le comunità locali e la comunità internazionale”.

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Abbiamo meno di 10 anni per dire stop alle auto a benzina e diesel se vogliamo salvare il clima

Lun, 10/01/2018 - 00:15
Se vogliamo limitare il surriscaldamento globale, l’ultima auto che viaggia con un combustibile “fossile”, anche se ibrida, dovrà essere venduta entro e non oltre il 2028, e il “parco macchine” europeo andrà comunque in generale ridotto a breve. Lo rivela uno studio commissionato da Greenpeace all’istituto di ricerca tedesco DLR, che ha preso come riferimento massimo per l’innalzamento delle temperature medie quello stabilito dagli accordi di Parigi del 2015, dove si era concordato che non dovessero aumentare oltre il grado e mezzo. Una soglia ambiziosa e ai limiti dell’azzardo, dato che molti studi hanno confermato che un aumento superiore ai due gradi spazzerebbe via intere isole e nazioni vicine al mare. La ricerca si riferisce alle auto circolanti nell’Unione Europea, più Norvegia e Svizzera. Il modello messo a punto dall’istituto DLR mostra che l’ultima automobile con un motore a combustione interna, comprese le auto ibride convenzionali, dovrà essere venduto al più tardi entro il 2028, se si vogliono evitare le conseguenze più severe del cambiamento climatico. In più, sempre secondo lo studio, il numero delle auto circolanti alimentate con derivati del petrolio dovrà essere ridotto dell’80% entro il 2035 e in generale dovranno diminuire le auto private. Il rapporto dell’istituto tedesco rivela che anche un ambizioso “phase out”, un pensionamento dei veicoli “fossili” entro il 2028  sforerebbe comunque gli obiettivi, e di ben 300 milioni di tonnellate di Co2. La deduzione che ne consegue è che non sia quindi sostenibile la prospettiva di sostituire semplicemente ogni auto con un motore a combustione interna con un’auto elettrica, ma dovranno diminuire le auto private a favore di altri modelli di mobilità, condivisa, pubblica, multimodale (cioè con più mezzi combinati tra loro). Greenpeace ha voluto dare una scossa alle industrie automobilistiche, che oggi hanno ancora modelli per lo più legati al motore a combustione interna, e ai governi europei, che in generale negli ultimi anni hanno affrontato i problemi ambientali sempre con una certa flemma. L’associazione ambientalista non si è limitata a lanciare l’allarme ma ha anche voluto evidenziare i vantaggi di un rapido passaggio alle tecnologie elettriche e a nuovi modelli di mobilità. Le opportunità: più salute, città più vivibili, nuove economie green   “I benefici di una rapida transizione energetica nel settore dei trasporti vanno oltre la necessità di difendere il clima”, spiega Greenpeace nel suo report, “prima elimineremo i gas di scarico dalle strade di fronte alle nostre abitazioni, alle scuole, agli ospedali – specie quelli dei veicoli diesel – prima attenueremo la crisi sanitaria dovuta all’inquinamento atmosferico, responsabile ogni anno, in Europa, di circa 400.000 morti premature. Le sostanze patogene concentrate nell’aria che respiriamo rappresentano oggi il più grande rischio ambientale per la salute pubblica in Europa, secondo la Corte dei Conti dell’UE”.
Dal punto di vista del passaggio all’elettrico, secondo Greenpeace, una buona pianificazione può determinare una virtuosa “alleanza” tra mobilità elettrica e fonti rinnovabili, con i veicoli che possono fare da accumulatori di elettricità e contribuire a migliorare una rete di fonti elettriche al 100% rinnovabili. In tutto questo andrebbe ripensato anche il sistema di produrre le auto stesse, che dovrebbe essere riprogettato in ottica circolare, con auto più facilmente smaltibili, anche quelle elettriche. Una buona opportunità anche per le industrie e la ricerca, per abbandonare definitivamente i vecchi modelli economici e abbracciare gli obiettivi di economia circolare già fissati come prioritari dall’Unione Europea. Greenpeace ha stilato un decalogo di richieste per i governi, evidenziando anche i vantaggi di questi passaggi. Siamo in un momento storico in cui tutte le democrazie si stanno curando particolarmente del “qui ed ora”, più che del futuro. Ma alcuni di questi suggerimenti sono in discussione da anni, altri sono semplice buonsenso. E, se ci pensiamo, il 2028 è ormai “qui ed ora”, a nove anni di distanza, una/due legislature, un paio di mandati scarsi.
Ce la faremo? In gioco c’è ben più di una rielezione.

Il futuro dello smart working è la settimana di 4 giorni

Dom, 09/30/2018 - 02:58

Smart work è una parola inglese che tutti abbiamo incontrato prima o poi leggendo un articolo di giornale, guardando il telegiornale oppure avendolo sperimentato in prima persona sul luogo di lavoro. Stando alla definizione del Ministero del Lavoro lo smart work(ing) o “lavoro agile” secondo la traduzione italiana permette a chi lo sottoscrive di lavorare in modo flessibile e di non essere fisicamente in azienda durante una parte dell’orario lavorativo, dato che la tecnologia oramai permette di svolgere moltissime attività “in remoto” tramite le funzionalità dei nostri laptop, tablet oppure smartphone.

L’ultima novità nell’ambito lavorativo sembra andare in una direzione simile ma ancora più smart e agile. Secondo quanto riportato da CNBC, infatti, il futuro del mondo del lavoro sarà sempre di più caratterizzato da una settimana a 4 giorni lavorativi anziché 5 (ma pagati come se fossero 5) chiamata 4-day work week.

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25.000 in piazza vestiti di rosso

Dom, 09/30/2018 - 02:04

AGGIORNAMENTO 1 ottobre 2018: 25.000 i partecipanti, secondo gli organizzatori, in Piazza Duomo a Milano, vestiti di rosso come Aylan. Le ragioni della manifestazione nell’intervista che segue, rilasciataci nei giorni precedenti da Paola Pandolfi, fondatrice de I Sentinelli.

 

“Il 30 saremo in piazza per raccontare un clima preparato e alimentato in Italia e in Europa, che ha portato una deriva razzista, sessista, omofoba e antisemita. Da anni si seminano e si fomentano, nel nostro paese, odio e rancore. Ora però la violenza verbale e fisica pare senza precedenti. Parleremo in Piazza del Duomo, a Milano, di diritti faticosamente conquistati e di quelli ancora negati, di libertà, di nuovi cittadini e di tutte le famiglie. Della donne, delle persone di tutti gli orientamenti sessuali, politici e religiosi. Parleremo del nostro presente, fatto di esperienze concrete di integrazione e solidarietà, di diversità e mescolanze. Ricorderemo che la Resistenza ha la dote di non invecchiare mai, nell’80esimo dell’emanazione delle leggi razziste della dittatura fascista, e lo faremo in contemporanea ad altre città italiane ed europee in luoghi simbolici”.
Così Paola Pandolfi, fondatrice dei Sentinelli, assieme a un’altra quindicina di appassionati di Costituzione e diritti, presenta la manifestazione che oggi alle 15 partirà da Piazza Duomo a Milano e in concomitanza in altre città d’Europa, tra cui Parigi, Londra e Berlino, ma anche Catania e Sassari, promossa anche da Anpi e Aned. Tutti, rigorosamente, in rosso, per mantenere alta l’idea lanciata da Libera di “un’emorragia di umanità”. Ma anche perché “i migranti spesso vestono di rosso i loro figli per renderli più visibili in caso di naufragio, come rossa era la maglietta di Aylan”, il bimbo affogato nel 2015 forse non del tutto inutilmente.

“Siamo un movimento laico e antifascista, nato per aggregazione spontanea nell’epoca in cui in Parlamento si discuteva di unioni civili, ci piace dire che siamo nati tra il serio e il faceto in una calda domenica d’ottobre milanese. Innamorati persi della laicità dello Stato, sempre con un plus di ironia”.

Perché partecipare?
Paola non ha dubbi. “Partecipo perché gli intolleranti sono oggi molto più visibili, pericolosi, sovversivi. Manipolano le notizie per alimentare un clima anti-democratico, mefitico per il nostro Paese e per la libertà. Ma non sono la maggioranza: hanno solo un’ampia visibilità. Per questo è fondamentale metterci la faccia per dire: io non ci sto, il Paese che voglio lasciare alle nuove generazioni è un altro, non voglio arrendermi alla barbarie del sopruso”.

Che la manifestazione abbia un respiro europeo non è un caso. “Sull’Europa in generale soffia forte il vento del sovranismo nazionalista e delle destre estreme. In particolare penso all’Italia, all’Ungheria, all’Austria. Ma guardo anche preoccupata alla Svezia, dove la maggioranza socialdemocratica, che ha portato diritti avanzati nel Paese e un welfare invidiabile, ha ceduto il passo alle ultime elezioni”.

E in Italia, quali segnali noti? 
“Mi hanno colpito diversi fatti, di diversa gravità ma sempre sintomo di una situazione di emergenza democratica in cui ci troviamo, perché le parole sono pietre e armano la mano. Penso agli spari sugli stranieri a Macerata; al tentativo di incendiare la casa di una coppia di giovani uomini a Verona, colpevoli solo di amarsi; al pestaggio di un ragazzo a Milano in attesa dei mezzi, poiché il suo atteggiamento è stato ritenuto indice di omosessualità, e quindi da punire… Penso alle continue aggressioni verbali sessiste a cui sono sottoposte le donne nelle loro uscite mediatiche, indice di quel clima che di fatto alimenta poi la violenza nei loro confronti, agli attacchi organizzati sui social alle pagine di chi si occupa di argomenti antifascisti antirazzisti, per far chiudere voci non allineate con l’intolleranza. All’utilizzo dell’immagine di Anna Frank sulla curva della Lazio come insulto verso la tifoseria avversa, così come in altre curve (la veronese per esempio). Potrei continuare per ore, perché purtroppo ogni giorno ci sono più episodi su queste tematiche. Vorrei solo sottolineare che tutto questo ha un legame diretto, e più volte evidenziato, con l’atteggiamento della politica. Da lì parte la negazione del fatto che si possa avere un’opinione diversa, si creano fake news e si mistifica tutto ciò che non è allineato. Il fatto di voler tornare indietro su diritti acquisiti, le dichiarazioni di voler abolire le unioni civili, ma penso anche al decreto allo studio sulle separazioni, all’incredibile vicenda della nave Diciotti… La cosa più pericolosa è la legittimazione del clima d’odio e di sopraffazione, la creazione di nemici a cui attribuire le colpe dei problemi dell’Italia, solo perché non si è in grado di dare una risposta”.

In piazza ci saranno esempi concreti di integrazione, portati come testimonianza. Ma anche diverse persone che hanno subito aggressioni di vario tipo, per testimoniare insieme a loro che la violenza non è una soluzione e che siamo tutti uniti nel contrastarla.

121mila contatti Facebook, oltre 12mila follower su Twitter, 7mila su Instagram dove sono sbarcati da poco.
La realtà dei Sentinelli è la storia di un successo enorme, anche social. Ma come è nata? “Il nome è stato scelto per caso, come presa in giro scherzosa delle “sentinelle in piedi” che protestavano in formazione schierata, direi quasi militarmente, leggendo testi vari, per impedire l’approvazione della legge che poi ha portato alle unioni civili. Io nella vita lavoro, sono un medico veterinario, ho due figlie, un compagno e sono consigliere comunale. Tutti noi Sentinelli ci dividiamo i compiti e dedichiamo alla causa il tempo che si riesce a ritagliare… Il nostro obiettivo? Ovviamente vogliamo cambiare il mondo! (ride, ndr)… E per farlo iniziamo con l’ottenere più diritti. Il bello dei diritti è che se qualcuno ne conquista uno nuovo… non li toglie agli altri che già li avevano. I diritti, come l’amore, si moltiplicano e non dividono. Il nostro metodo per ottenerli è appunto la leggerezza, unità alla trasversalità… anche interna: siamo in 30, abbiamo 40 visioni diverse e a volte ce lo diciamo vivacemente. Ma ci piace lavorare per ciò che ci unisce, trovando una mediazione su ciò che ci divide. Penso che abbiamo ottenuto attenzione per le nostre tematiche, alimentato un dibattito che era asfittico in questo paese, con tutte le opportunità che ci dà il fatto di non essere legati a una formazione politica particolare.

Il nostro successo, soprattutto su Facebook, ci lascia esterrefatti, perché gestiamo la pagina senza esperti, lo facciamo a turno, a seconda di quello che ci stimola. Questo fa capire perché la nostra pagina è costantemente sotto attacco nel tentativo di farla chiudere, perché questi numeri impensieriscono chi vorrebbe trasformare l’Italia in un Paese dal pensiero unico”.

E difatti lo stesso Facebook che segna il successo dei sentinelli, è anche fonte di forte preoccupazione. Il social ha rimosso il  simbolo dei Sentinelli senza motivo, e il portavoce ha subito recentemente pesantissime minacce rivolte a lui e alla sua famiglia. “Purtroppo è così. Riceviamo quotidianamente minacce da parte di fake sulla nostra pagina e in particolare, nei mesi passati, è stato preso a bersaglio il nostro portavoce con minacce e scritte intimidatorie”.

“A luglio la nostra pagina è stata chiusa, così come stata chiusa la pagina dell’osservatore sulle destre e una pagina di un Anpi provinciale”.

“Succede perché le segnalazioni su Facebook portano a sospensione dell’account prima ancora che venga effettuato un controllo per sincerarsi che effettivamente il contenuto pubblicato non sia idoneo. Questo era successo a noi. Di fatto vengono bloccati anche gli amministratori, i loro profili privati. Molto spesso Facebook tiene aperte pagine che inneggiano al razzismo, all’intolleranza, alla xenofobia e al sessismo; e anche quando vengono segnalate vengono identificate come idonee. È invece frequente veder chiudere pagine che si occupano di denunciarle”.

“C’è poi il fenomeno dei troll che si autorigenerano continuamente e su cui tutti noi dobbiamo prestare molta attenzione. Loro pubblicano contenuti non idonei per poi segnalarsi da soli e far chiudere la pagina. Ci sono poi anche le bufale, che vengono messe in rete per screditare chi sbugiarda i creatori di fake news, persone pagate per creare bufale che vengono rilanciate da pagine apposite e poi riprese dai singoli per alimentare l’odio. Come la bufala della migrante naufragata con lo smalto sulle mani, per intenderci. Noi continuiamo comunque, nonostante tutto, a vivere i social come un’opportunità per fare la nostra parte e sensibilizzare sulle nostre tematiche, sperando di rendere questo mondo più tollerante e civilmente avanzato”.

E di fatti questa manifestazione, che I Sentinelli stanno ideando da luglio, ha tantissimi riconoscimenti pubblici: si è mobilitato il mondo dello spettacolo, del giornalismo, delle associazioni non governative, dell’attivismo: basta dare un occhi ai messaggi pubblici lasciati proprio sulla loro bacheca Facebook. “Siamo molto emozionati di riuscire a portare in piazza le loro istanze, che sono il bello di questo Paese: ancora generoso nonostante le apparenze”.

 

La microplastica? La beviamo tutti i giorni

Sab, 09/29/2018 - 04:28

Sono frammenti di plastica inferiori ai 2 millimetri. Per quanto piccoli e non visibili a occhio nudo, contaminano le nostre tavole inquinando bibite e alimenti: se diverse ricerche hanno ormai constatato la presenza di microplastiche all’interno di diversi cibi (molluschi, pesci e crostacei, ma anche il sale marino), un controllo eseguito su 18 bottiglie di bibite tra le più vendute nei supermercati (cole, tè freddi, gassose, aranciate e acque toniche) ha messo in evidenza “una contaminazione al di là delle aspettative: la presenza di microplastiche non ha risparmiato alcun prodotto, tutte e 18 le bottiglie sono risultate contaminate, con valori che vanno da un minimo di 0,89 microparticelle per litro (mpp/l) a un massimo di 18,89 mpp/l”. La notizia arriva da un’inchiesta della rivista “Il Salvagente“, mensile leader nei test di laboratorio contro le truffe ai consumatori, che ha fatto eseguire le analisi nei laboratori del Gruppo Maurizi, società che opera nel campo della sicurezza alimentare, ambientale e dei luoghi di lavoro.

Nella catena alimentare
“In tutti i campioni sono stati trovate microplastiche – spiega Daniela Maurizi, amministratore delegato del Gruppo Maurizi – a conferma del fatto che l’inquinamento ambientale ha scalato le montagne fino a entrare nella catena alimentare, contaminando quello che mangiamo e beviamo”.

Tema attuale
Le ricerche internazionali sull’accumulo di microplastiche in alimenti e bevande sono molte, il tema è ormai all’attenzione di tutti e piuttosto scottante: c’è infatti da capire se e quanto queste microparticelle di plastica siano effettivamente dannose e che rischi possa comportare il loro accumulo nell’organismo.

Per approfondire: Leggi il nostro dossier sulle microplastiche

Importante il contributo di tutti
E mentre la consapevolezza sul problema aumenta, tanto che il parlamento europeo ha chiesto il divieto totale della presenza di microplastiche in cosmetici e prodotti per la pulizia e la messa al bando delle plastiche non riciclabili nè compostabili entro il 2020, sarebbe bene cercare, ognuno nel proprio piccolo, di ridurre al minimo l’uso di questo materiale nella vita quotidiana, ad esempio scegliendo di acquistare prodotti privi di imballaggio, utilizzando buste per la spesa biodegradabili ed evitando l’uso di plastiche “usa e getta”. E ricordando di differenziare i rifiuti.

La petizione del Wwf Italia
Contro l’uso di plastiche usa e getta il Wwf Italia ha lanciato una petizione on-line – change.org/plasticfree: “Abbiamo 7.500 buoni motivi (tanti sono i km di costa italiani) per chiedere di tutelare i nostri mari dall’inquinamento da plastica – si legge nella petizione del Wwf Italia -. Il 95% dei rifiuti del Mar Mediterraneo è composto da plastica, con impatti devastanti su specie e habitat. […] Nel Mediterraneo sono 134 le specie vittime di ingestione da plastica, tra cui tutte le specie di tartaruga marina, che scambiano i sacchetti di plastica per prede”.

Verremo sommersi?
Quanto alla raccolta differenziata, a livello mondiale si deve ancora fare molto. Secondo uno studio pubblicato nel luglio 2017 su Science Advances la quantità di plastica prodotta fino a oggi è di 8 miliardi e 300 milioni di tonnellate, ovvero un peso pari, per capirci, a quello di poco meno di un miliardo e mezzo di elefanti. Ma a essere sconcertante non è tanto la quantità di plastica prodotta – che pure è tutt’altro che rassicurante per il benessere del pianeta – ma, come spiegano gli autori dello studio, il fatto che solo 2 miliardi del totale della plastica prodotta è ancora utilizzato, mentre gli altri 6,3 miliardi di tonnellate sono già diventati “scarto” e, di questi, solo il 9% è stato riciclato. Il 12% è stato incenerito, mentre il rimanente 79% è finito nell’ambiente terrestre e marino.

Filtri anti-microfibre
Contro l’inquinamento da microplastiche possono aiutare anche i filtri per lavatrici anti-microfibre: firma la proposta di legge di People for planet

 

20 designers rivoluzionano il tavolo

Sab, 09/29/2018 - 02:50

 

In Olanda la pista ciclabile fatta con gli scarti della plastica

Sab, 09/29/2018 - 02:12

CINQUECENTOMILA bottigliette riciclate in 30 metri di pista su cui pedalare. Si chiama PlasticRoad la prima ciclabile realizzata con uno dei materiali più inquinanti della Terra recuperato e riusato. Per il 70% è fatta di quella stessa plastica che ormai ha invaso terra e oceani con 8,3 miliardi di tonnellate di rifiuti. La ciclabile “sostenibile” è stata inaugurata a Zwolle, nel Paese delle due ruote, dove è stata installata in poco tempo grazie alla sua struttura modulare.

A presentare il progetto pilota, prova su strada, i due creatori Anne Koudtaal e Simon Jorritsma, che a nome dell’azienda di infrastrutture stradali Kws ne hanno illustrato lo sviluppo dal 2013 a oggi. “Un grande passo verso la sostenibilità”, hanno dichiarato soddisfatti.
I moduli, cavi all’interno così da poter ospitare il passaggio di tubi o sensori che controllino lo stato e la temperatura della superficie – sono stati studiati per avere una durata tre volte tanto quella di una pista ciclabile tradizionale. Anche il peso del materiale stesso, risulta quattro volte più leggero di quello che viene in genere utilizzato per rivestire percorsi ciclabili.

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Se denunci ti licenzio

Ven, 09/28/2018 - 04:04

Molti di noi hanno visto il film “Erin Brockovich – Forte come la verità” in cui una intrepida Julia Roberts riesce a sconfiggere una multinazionale colpevole di aver intossicato una intera comunità.

Ora la cronaca ci propone un nuovo caso, questa volta reale. E, per ora, senza lieto fine.

Micaela Quintavalle, autista dell’Atac di Roma, ha denunciato i disservizi dell’azienda, famosa soprattutto perché gli autobus si incendiano con una frequenza record. Micaela ha fatto emergere che gli incendi non sono dovuti al caso né a gruppi di fantomatici sabotatori bensì alla cattiva manutenzione, all’utilizzo di pezzi di ricambio non adatti… e che gli autisti che segnalano le cause dei guasti sono mobbizzati dall’azienda.

Micaela per questo è stata prima sospesa dall’Atac per 128 giorni e poi licenziata “per aver danneggiato l’immagine e l’onorabilità dell’azienda”. Come i romani ben sanno, danneggiare l’immagine e l’onorabilità dell’Atac è impossibile, è già a livelli infimi. E questo episodio ne è un’ulteriore conferma: anziché far fronte alle magagne si licenzia chi le denuncia.

Magari qualcuno potrebbe pensare che Micaela abbia esagerato o che non abbia visto bene. Non è così: i periti nominati dalla Procura della Repubblica di Roma hanno dichiarato che gli incendi degli automezzi dell’Atac sono provocati dall’utilizzo di pezzi di ricambio non compatibili. Proprio come Micaela ha denunciato.

Ora aspettiamo con fiducia che un giudice (che magari ha visto Erin Brockovic) si ispiri al film e faccia trionfare la giustizia. Serve un segnale perché non resti impunito chi dice “se denunci ti licenzio”.

Fonte imm: TgCom24

Approfondimento
Denunciò a Le Iene i rischi dei bus Atac: licenziata l’autista | VIDEO

Mille camion a idrogeno sulle strade della Svizzera

Ven, 09/28/2018 - 02:08

Gli autocarri rappresentano un problema in termini di inquinamento. La maggior parte dei camion in circolazione è infatti alimentata a diesel. In questo contesto, l’alternativa elettrica costituisce un mercato interessante.

Ma per far avanzare i mezzi pesanti con l’energia elettrica, due scuole si affrontano. Il gruppo sudcoreano Hyundai e il costruttore giapponese Toyota fanno parte dei rari fabbricanti automobilistici a scommettere sull’idrogeno nella corsa mondiale verso veicoli meno inquinanti.

I modelli a idrogeno funzionano grazie alle cosiddette pile a combustibile, capaci di generare elettricità combinando l’idrogeno all’ossigeno. Il vantaggio dell’idrogeno, rispetto agli idrocarburi, è che non comporta emissioni di CO2 o di sostanze nocive. Dai tubi di scarico esce soltanto vapore acqueo.

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Nadia Toffa risponde alle polemiche sui social

Gio, 09/27/2018 - 04:19

Nadia Toffa, l’inviata de Le Iene, ha appena pubblicato un libro: Fiorire d’inverno. La mia storia, dove racconta la sua esperienza con il cancro.
Il popolo dei social si è scatenato, in particolare su una frase che la stessa ha postato su Instagram dove dice: “In questo libro vi spiego come sono riuscita a trasformare quello che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, una opportunità”.
E’ questa – più che il libro in sé, che probabilmente in pochi hanno letto – la frase che ha suscitato indignazione sui social, insieme a un’altra affermazione: “Se ci sono riuscita io può sconfiggerlo chiunque”.
Alle critiche la giornalista risponde così su Instagram in un post ripreso dal Messaggero di Roma:

«Gli webeti proprio perché ebeti continuano a ridere della parola dono – scrive – Non ho mai sostenuto di essere fortunata ad avere il cancro. Sono pazza secondo voi? Probabilmente chi non capisce e ride per fortuna sua non è mai entrato in un reparto di oncologia pediatrica. I Bambini lì sorridono e ridono non perché felici né perché si sentono fortunati di avere il cancro ma perché hanno spirito di sopravvivenza e sanno che la vita continua nonostante la malattia e così i loro genitori che sono con loro a sostenerli ogni giorno cercando di portargli allegria. Sono scemi? O si sono trovati in quella situazione e cercano di sopravvivere? Chiedetevelo davvero! Il cancro è un dono per loro? Avessero potuto scegliere cosa avrebbero deciso per i loro figli? Quel destino infame? Ne sono felici? O provano solo a essere sereni per dare coraggio ai loro piccoli? Tra l’altro sono gli stessi psicologi e medici a dire che un atteggiamento positivo aiuta. Motivo per cui esiste la clownterapia». E ancora: «Fin dall’esordio della mia malattia ho sostenuto che l’unica speranza che abbiamo contro il tumore è la medicina. Con radio e chemio…..uniche cure esistenti….Magari con la forza di volontà si potesse guarire…. non è ovviamente così ma di certo un atteggiamento positivo aiuta e questo lo dice la scienza non la sottoscritta. Dunque imparate a non giudicare e fatevi un giro negli ospedali o a casa dei malati oncologici. Non c’è un funerale in corso perché le persone sono ancora vive e sono felici di esserlo e così le persone che li assistono ovviamente, con dolore e strazio ma con resilienza. Non credo sia difficile provare a immedesimarsi. Provateci anche per poco. Fate uno sforzo su. Forse forse riuscite a capire. Sono stata in zone di guerra…in Iraq per la precisione e dove esplodono le bombe i bambini giocano a pallone. E le mamme preparano il te. La vita è più forte e sono convinta che quei bambini che giocano non offendono i soldati e nemmeno quelle mamme che preparano da mangiare ai loro figli».

La questione è veramente delicata e spinosa
Allora, iniziamo a dire che il cancro non è un dono, è una maledetta sfiga e stop. E’ una tragedia per le famiglie, un dolore immenso, un guaio grosso, e trovate voi tutti i sinonimi del caso.
Ognuno però lo vive come può e come sa, come se la può “aggiustare” meglio. Possiamo decidere di essere vittime delle nostre malattie, non solo del tumore, oppure prendere in mano la situazione, farla nostra e combattere per stare meglio, per contraddire la diagnosi tremenda che ci è stata gettata addosso come una mannaia.
Come quella di Nadia Toffa, potete leggere decine di testimonianze di persone che hanno combattuto e vinto, le chiamano “guarigioni miracolose” perché non spiegabili dalla scienza medica ufficiale, c’è chi guarisce con la preghiera, chi mangiando solo cereali, chi assumendo dosi massicce di vitamina C e gli esempi sono migliaia e i più disparati. Cosa guarisce queste persone? E chi lo sa.
La connessione mente-corpo ormai è cosa acclarata, la stessa American Cancer Society ha dichiarato che emozioni e sentimenti sono una parte importante nel far fronte a una diagnosi di cancro. E’ risaputo che conta moltissimo anche l’atteggiamento di medici e parenti. Un medico che dà fiducia, parenti che mostrano serenità e positività aiutano tantissimo un paziente in genere spaventato dalla malattia. Una sorta di effetto placebo? Sì, probabilmente, e sappiamo anche che il placebo può essere potentissimo.
Nel 1999 presentammo all’allora Ministro della Salute Rosy Bindi una petizione popolare che chiedeva di rendere obbligatorio un esame di barzellette alla facoltà di medicina perché molti studi confermavano che un medico triste deprime i pazienti con esiti disastrosi sulla terapia.
Questo, ovviamente, non significa che bisogna abbandonare le terapie convenzionali per dedicarsi a quelle alternative. Ma la consapevolezza e l’attiva partecipazione del malato e della famiglia al percorso terapeutico anche supportato da un buon atteggiamento mentale è fondamentale per aggiungere un punto a favore della salute. E, ripetiamo, ormai è una questione acclarata anche dalla scienza medica convenzionale.

Se ci sono riuscita io…
E allora quelli che non ci sono riusciti cosa sono? Colpevoli? E’ la prima reazione che ci viene in mente a una frase del genere. Sì, una frase proprio infelice. Perché tocca un tasto decisamente dolente, una malainterpretazione della psicosomatica o del pensiero positivo tout court.
Il pensiero distorto dice: tutte le malattie sono piscosomatiche e allora se penso positivo non mi ammalerò.
Fosse così semplice gli ospedali sarebbero vuoti e il ministero della Salute regalerebbe i soldi all’Inps. Purtroppo non funziona, o meglio, è molto più complicato di così.
Volersi bene, dare più importanza a quello che di positivo ci accade, ridere, frequentare gli amici, mangiare sano, fare movimento, dedicarsi alle proprie passioni… tutto questo insieme ad altre mille cose fanno quello che chiamiamo “salute” e malgrado questo probabilmente moriremmo anche noi. E il sentirci in colpa probabilmente è quello che ci farà sentire peggio.
Nel 1999 Patch Adams, il medico sciamano, venne ad Alcatraz, dove si teneva il Festival della Comicoterapia. Allora di clown da corsia si parlava appena e l’idea che il ridere fosse fondamentale per i pazienti era una nebulosa teoria new age.
Una giornalista fece un’intervista a Patch e continuava a chiedergli: “Quanti bambini ha guarito con la comicoterapia?” Lui rispose: “Non lo so, ma so che quando sono vicino a loro e li faccio ridere, racconto loro una storia, ecco, durante quell’ora i bambini non sentono dolore”.

La qualità della nostra vita forse dà un senso a tutto. Come diceva Marcello Marchesi: L’importante è che la morte ci trovi vivi.

 

Fonte imm: Vita.it

Eccellenze nella mobilità sostenibile in Europa (Infografica)

Gio, 09/27/2018 - 03:58

A Copenhagen una persona su due va a lavorare in bicicletta. A Budapest ci sono oltre 300 km di piste ciclabili, ad Amburgo 1.700!
Scopri alcuni straordinari esempi di mobilità sostenibile in Europa.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

 

Capelli secchi e spenti? Curali con il miele

Gio, 09/27/2018 - 02:54

Se vuoi prenderti cura di te in modo naturale, tra i tanti prodotti per capelli da tenere in doccia, meglio non dimenticarsi del miele. Il miele è un elemento prezioso perché agisce direttamente sul cuoio capelluto e sui capelli per nutrirli e purificarli.
Il miele, è vero, è una sostanza appiccicosa ed è difficile immaginare che svolga un’azione purificante, eppure è perfetto per eliminare le cellule morte della pelle che tendono a ostruire i follicoli piliferi e impediscono la crescita del capello aumentando la possibilità di avere infiammazioni cutanee.

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Carta, ecco quanto guadagnano i Comuni dal riciclo (un sacco di soldi…)

Gio, 09/27/2018 - 02:46

Leader in Europa. Tra i non molti indicatori che vedono l’Italia primeggiare nel continente in un periodo di crisi come questo c’è un dato che ci può rendere orgogliosi: ogni minuto nel nostro Paese si riciclano 10 tonnellate di macero di carta e cartone.
Un numero che ci porta in vetta alla classifica di questa buona pratica, che parte dalla raccolta differenziata e che si traduce in concreto in tonnellate di anidride carbonica non emesse nell’atmosfera.
La filiera del riciclo della carta fa bene all’ambiente e produce lavoro», sottolinea Carlo Montalbetti, direttore generale di Comieco, il Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi a base cellulosica.
La seconda buona notizia che emerge dal rapporto annuale del consorzio è che si sta riducendo il divario della raccolta tra Nord e Sud.

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Le ricette di Angela Labellarte: cupola di pescespada con salsa allo zafferano

Gio, 09/27/2018 - 02:28

Ingredienti per 4/6 persone:

Carpaccio di pesce spada affumicato: 150 gr circa
Patate: 1 kg
Succo di ½ limone
Dragoncello: 1 cucchiaio
Olio EVO: 5 cucchiai
Sale: q.b.

Per la salsa
Olio EVO: 4 cucchiai
Farina: 2 cucchiai
Succo di ½ limone
Zafferano: qualche pistillo (0,1 gr)
Acqua: 200 ml
Sale: q.b.

Preparazione
Cuocere a vapore le patate e schiacciarle con uno schiacciapatate. Aggingere olio, sale, dragoncello tritato e il succo di mezzo limone e mescolare bene. Foderare una ciotola di 18 cm di diametro con la pellicola trasparente. Disporre le fettine di pescespada tutto intorno ai bordi e alla sommità della ciotola a formare una cupola e riempire poi con il composto di patate.

Per la salsa mettere in un pentolino l’olio, la farina, lo zafferano e mescolare. Aggiungere il succo di limone e l’acqua e mettere sul fuoco fino a ebollizione, ottenendo così una salsa morbida.

Disporre la cupola di pescespada e patate su un piatto di portata e aggiungere con un cucchiaio la salsa intorno. Decorare con fiori e fogli di dragoncello.

Photo Angela Prati

Come pubblicare il tuo libro (terza e ultima parte)

Gio, 09/27/2018 - 02:14
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Festival internazionale della Robotica al via

Mer, 09/26/2018 - 02:49

“Non temete: automi semplificano la vita”

Medicina, chirurgia, industria, ma anche agricoltura, veterinaria, economia, etica, filosofia e giurisprudenza. Sono tanti i campi che coinvolgono o interessano lo sviluppo della robotica. Un futuro che è già realtà. C’è il robot che aiuta il chirurgo in sala operatoria, ma anche quello che consente di restaurare le opere d’arte, il robot direttore d’orchestra e, presto, anche quello che porterà la spesa a casa. Innovazioni e sperimentazioni che saranno al centro della seconda edizione del Festival internazionale della Robotica, in programma a Pisa da giovedì al 3 ottobre.
Una scommessa vinta dal professor Franco Mosca, un passato da pioniere dei trapianti e un presente da presidente della Fondazione Arpa, motore e anima del Festival. Ed è proprio grazie a questo mago del bisturi che Pisa si sta affermando nel mondo come Robot Town, la città dei robot.

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