Servizio di informazione, ricerca di informazioni, consigli tecnici, risparmio energetico, impianti panelli solari, analisi di investimento, reperimento delle migliori offerte per auto, abitazioni, indagini, inchieste di mercato, sondaggi, servizio informazioni globale per famiglie, pareri legali, professionisti e aziende, ottimizzazione siti web, servizi di pubblicità su internet (creazione campagne adword's e facebook), redazione comunicati stampa mirati, realizzazione video ricordo, eventi in italia, consulenze

People for Planet

Condividi contenuti
Aggiornato: 11 ore 50 min fa

Tell Me: raccontami la tua storia

Gio, 09/13/2018 - 10:36

Il teatro come linguaggio universale per l’inclusione sociale dei migranti, come strumento di relazione e apprendimento.

 

Il sito internet di Tell Me

Isola di Henderson: l’atollo nel Pacifico ricoperto da 18 tonnellate di plastica

Gio, 09/13/2018 - 04:45

L’Isola di Henderson, la più grande delle quattro isole del gruppo Pitcairn, dichiarata Patrimonio dell’umanità dall’Unesco per la sua bellezza paradisiaca che ricorda le tipiche foto da depliant informativo delle più esclusive agenzie di viaggi, sale al primo posto del podio per densità di detriti di plastica: sull’isola sembrano essere presenti circa 38 milioni di pezzi di plastica per un peso totale di 18 tonnellate.

Un primato triste e quasi paradossale se si pensa che l’isola, di origine corallina, si trova nel bel mezzo dell’oceano Pacifico, tra l’Oceania e l’America Latina, a circa 5.000 km dal più vicino centro abitato. Quest’isola di rara bellezza è talmente remota e fuori rotta che, mediamente, viene visitata solo ogni cinque anni per puri scopi di ricerca. Ma questo non è bastato per difenderla dai rifiuti.

Com’è possibile che si sia creata una vera e propria discarica a cielo aperto in un posto del mondo dove l’uomo non è presente? La responsabilità è da attribuire al Vortice del Pacifico, conosciuto anche come South Pacific Gyre, una corrente marina che raccoglie i rifiuti dell’America Latina e la spazzatura abbandonata in mare dalle navi che navigano nel Pacifico, veicolando la massa di scarti fino alle coste di Henderson. Rifiuti che si depositano sulle spiagge e che impiegheranno fino a mille anni per decomporsi, distruggendo non solo la bellezza naturale del posto, ma arrecando gravi danni anche alla fauna presente. Gli unici abitanti dell’atollo, oltre ad una rigogliosa flora, costantemente rischiano di rimanere intrappolati nei detriti o accidentalmente ne ingeriscono micro frammenti con conseguenze spesso letali.

In uno uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS da un gruppo di ricercatori guidato da Jennifer L. Lavers dell’Università della Tasmania (Australia), si è stimato che sulle coste di Henderson, che misura una superficie di circa 36 chilometri quadrati, arrivino ogni giorno circa 3.500 frammenti di plastica, una buona parte dei quali non è neppure visibile sia a causa delle minuscole dimensioni (come nel caso delle microplastiche) sia perché finiscono sepolti in profondità dalla sabbia.

Questa è l’ennesima prova scoraggiante della portata dell’inquinamento, che ormai sembra non conoscere confini, raggiungendo i posti più impensabili, dal Polo Nord alla Fossa delle Marianne.

Il caso dell’Isola Henderson è un esempio scioccante ma purtroppo tipico di come i detriti di plastica influenzino l’ambiente su scala globale diventando un rischio per molte specie, uomo compreso. La situazione, a lungo termine, è chiaramente insostenibile. È davvero questo il mondo che vogliamo lasciare ai nostri figli?

Scegli di fare la differenza! Puoi sostenere anche tu il Manifesto di People For Planet per costruire insieme un mondo migliore. Tre leggi facili, utili e di buon senso, volte anche ad abbattere l’inquinamento da microplastiche.


Immagine di copertina – Copyright holder: UNESCO – Author: Ron Van Oers

Bioplastica naturale dall’olio di frittura

Gio, 09/13/2018 - 02:14

Utilizzare l’olio di frittura usato per produrre bioplastica naturale, biodegradabile al 100% e con le stesse proprietà termo-meccaniche delle plastiche tradizionali. Questa la scoperta che arriva dai laboratori Bio-on, azienda bolognese attiva nel settore della bioplastica di alta qualità, che ha pensato di utilizzare come materia prima un elemento di scarto tra i più costosi in termini di smaltimento e con un alto impatto ambientale. È la prima volta che la fonte di carbonio utilizzata per alimentare il processo produttivo è di natura lipidica. L’olio esausto di frittura, infatti, va ad aggiungersi alle materie prime già utilizzate dalla Bio-on per produrre bioplastica…

CONTINUA A LEGGERE SU RINNOVABILI.IT

Il Car Sharing? Sì, ma da privato a privato

Gio, 09/13/2018 - 00:09

Dicono le statistiche che un’auto privata rimane ferma per il 95% del tempo. E se ci pensiamo bene è abbastanza logico: a meno che non si faccia un lavoro in cui viene richiesto di essere in macchina per molte ore al giorno, ci limitiamo a usarla per andare al lavoro, e spesso neanche in questo caso, se vengono presi i mezzi pubblici. E poi può servire per fare la spesa il sabato o la gita fuoriporta la domenica. Per il resto l’auto resta in garage o nel posteggio.

L’auto privata è inoltre una bella spesa: bollo, assicurazione, manutenzione; non a caso molte persone negli anni della crisi hanno dovuto o voluto rinunciarci.

Oppure hanno trovato un altro modo per sopportarne i costi: il noleggio a terzi.

In pratica funziona così: tramite un’app si mette a disposizione la propria auto tra privati, chi desidera noleggiare la macchina si mette in contatto con il proprietario, paga tramite carta di credito e oplà! Il gestore dell’app trattiene circa il 30%, che comprende anche l’assistenza stradale e l’assicurazione per danni, furto, responsabilità civile.

In tutta Europa sono nate aziende che gestiscono il noleggio auto peer to peer.

In Spagna la più famosa è Amovens utile sia per chi vuole condividere un viaggio – secondo il modello più noto di Blablacar – o noleggiare un’auto privata con prezzi che variano a seconda della tipologia del mezzo.

Per esempio una Renault Clio si può avere a 35 euro al giorno, che comprendono la percorrenza di 150 chilometri, o un’Audi Tt 2.0 a 90 euro per lo stesso chilometraggio. Sono registrate al sito un milione e mezzo di persone per oltre 180mila auto. Per ogni automobile è presente una breve presentazione e tutte le caratteristiche nonché le richieste del proprietario, per esempio se si può fumare o trasportare animali.

In Francia c’è Drivy con 36mila auto registrate e più di un milione di utenti. Il sito afferma che viene noleggiata una macchina ogni 3 secondi, un traffico da far girare la testa. Si trovano anche i mezzi da lavoro e le auto storiche, se avete nostalgia degli anni 70/80 potete prendere una 2 cavalli del 1988 e far finta che ci siano ancora i figli dei fiori. Costa 62 euro al giorno. Volendo esagerare si trova anche una Renault 4cv del 1955 a 139 euro. I prezzi si abbassano notevolmente per le auto da città o i furgoni da lavoro: per una Renault Clio del 2005 il costo è di 16 euro al giorno, assicurazione e assistenza inclusi. I proprietari delle auto incassano anche in questo caso circa il 70% dell’importo.

In Italia sono due le start up che organizzano il car sharing peer to peer. I numeri rispetto alle aziende europee sono molto più bassi ma probabilmente si tratta solo di aspettare che la pratica di noleggiare la propria auto prenda piede anche nel nostro Paese.

La prima è Auting, una società bolognese attiva da maggio 2017 e che conta oggi cinquemila utenti e quasi mille vetture.
La seconda è la milanese Genial Move, attiva dallo scorso novembre.
In entrambe i costi sono in linea con il mercato europeo nella fascia più bassa. Anche in questi casi la commissione per l’azienda è del 30%. Il prezzo lo decide il possessore, anche se la piattaforma dà suggerimenti in base a quello di auto simili.
La stima di guadagno per il proprietario può arrivare a 30 euro al giorno. E’ come avere la propria auto gratis, il noleggio paga le spese per tutto l’anno. E se si è fortunati ci si guadagna pure qualcosa.

Fonti e link:

https://www.internazionale.it/notizie/nick-leiber/2016/10/10/car-sharing-affittare-auto-private
https://www.wired.it/economia/start-up/2018/05/14/car-sharing-privati-italia/
https://amovens.com/
https://www.drivy.com/
https://auting.it/
https://genialmove.com/home

 

Negozi aperti la domenica e nei giorni festivi: favorevoli o contrari?

Mer, 09/12/2018 - 15:27

I piccoli commercianti da una parte, la grande distribuzione organizzata con le associazioni dei consumatori dall’altra. Preferenza per le chiusure dei negozi di domenica e nei giorni festivi i primi, preferenza per le aperture gli altri. Anche l’opinione pubblica è divisa, tra chi pensa che si viveva benissimo anche quando i negozi di domenica e nei festivi erano chiusi (senza contare i nostalgici che sostengono che, proprio perché gli esercizi commerciali erano chiusi, si viveva addirittura meglio), e chi invece afferma che – per fare un solo esempio – se non fosse per i negozi aperti di domenica e nei festivi la maggior parte delle persone che lavora durante la settimana, soprattutto nelle grandi città, non avrebbe tempo di fare acquisti.

Il M5S e la Lega in campagna elettorale avevano promesso la chiusura degli esercizi commerciali di domenica e nei giorni di festa, e ora hanno deciso di far partire una serie di proposte di legge che puntano all’obiettivo. Tu come la pensi? Rispondi al nostro sondaggio.

Se non visualizzi il sondaggio Facebook clicca qui

Foto: Kevin Bhagat on Unsplash

Cos’è il Last Minute Market?

Mer, 09/12/2018 - 04:20

Recuperare il cibo invenduto o vicino alla scadenza per ridistribuirlo a chi ne ha bisogno. E’ il concetto su cui si basa il Last Minute Market, nato copiando il modello di Suor Matilde…
Intervista ad Andrea Segrè, professore ed economista, fondatore di LMM.

flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_192"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/192/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/192/output/Last-Minute-Market.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/192/Last-Minute-Market.mp4' } ] } })

 

Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

Un caso di successo dell’Alternanza Scuola-Lavoro: 383 blog per Gela

Mer, 09/12/2018 - 04:07

L’idea è che i ragazzi, all’interno dell’alternanza scuola-lavoro, possano imparare a creare e gestire un blog personale dedicato alla propria città e alle proprie passioni.
Il 9 giugno 2018, presso la Villa Comunale di Gela, si è svolto l’evento finale del progetto con la presentazione di alcuni dei blog realizzati.

flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_196"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/196/output/thumb.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/196/output/383-blog-per-gela.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/196/383-blog-per-gela.mp4' } ] } })

 

Video di Iacopo Patierno
Direttore della Fotografia: Paolo Negro
Audio: Daniele Sosio

383 blog per Gela. Se cambi l’immagine di una città poi la città cambia?

Mer, 09/12/2018 - 04:07

Ci piace fare cose difficili, perché se ci riesci la soddisfazione è grande.

Abbiamo iniziato incontrando decine di associazioni, dal Rotary alla parrocchia, e abbiamo scoperto che in questa città c’è grande fermento e voglia di migliorare.

Non avevamo un progetto. Siamo stati a sentire.

Ci siamo resi conto così che uno dei problemi di questa città era la pessima immagine. Se cercavi “Gela immagini” su Google venivano fuori centinaia di foto di auto e negozi bruciati, refurtive e pregiudicati.

Se uno vede una cosa così dice: “Ok, a Gela non ci vado!”.

Quindi il primo problema che abbiamo deciso di affrontare è l’immagine web della città.

Ci siamo ispirati all’esperienza di Kate Miner, una ricca signora americana che a un certo punto della sua vita decide di vendere la sua rete di boutique di alta moda, di godersi la vita ma anche di fare qualche cosa di buono.

Allestisce così un mega camion-camper trasformato in beauty center e, aiutata da un gruppo di psicologhe e femministe, inizia a raccogliere donne senzatetto che vivevano sotto i ponti. Le lavano, le fanno dormire, poi massaggi, manicure, pedicure, parrucchiere, trucco, vestiti di lusso. Poi le fanno sfilare di fronte a un gruppo di estetiste, fanno loro i complimenti, qualche consiglio sul portamento…

Poi assistenza per trovare una casa e un lavoro. Vittorio Zucconi racconta che hanno tirato via dalla strada in questo modo più di 5 mila donne. La Miner poi ha detto: “Ho passato anni a vestire delle prostitute da regine e poi si comportavano da regine. La cosa più stupida che ho sentito dire nella mia vita è che l’abito non fa il monaco!”

Alcune foto dall’evento “100 Blog per Gela”, organizzato dal progetto “Gela le Radici del Futuro” per festeggiare la fine del primo anno di alternanza scuola lavoro con 5 istituti scolastici della città.

È la filosofia Shangai, il gioco delle bacchette. Devi cominciare togliendo le bacchette facili da spostare. Cioè bisogna partire affrontando i problemi periferici, che sono i più facili. Così, insieme a Bruno Patierno, coordinatore del progetto, siamo andati a parlare con i presidi di Gela, poi con gli studenti. “Care ragazze e ragazzi, volete fare qualche cosa di utile per voi e la vostra città? Oppure siete rassegnati a emigrare e a scordarvi il sapore degli arancini di riso?” E abbiamo proposto che ognuno realizzasse un suo blog, individuale, su un argomento che lo appassionasse: sport, arte, cucina, moda, tecnologia, storia… L’idea era di puntare sulla passione, perché se una persona sviluppa la propria passione cresce e dà il massimo.

Era importante che fossero blog individuali, perché quando si lavora in gruppo c’è il rischio di fare a scarica barile e inoltre se una iniziativa ha successo non sai mai di chi è il merito… L’idea era quella di connettere, in un secondo momento, tutti i blog, valorizzando così anche la forza della cooperazione… E si collabora a partire da quel che ognuno riesce a fare da solo… Un mix di passione, individualismo e azione collettiva… Ci sono state un po’ di resistenze sull’individualismo ma poi l’idea è passata.

Gli studenti partecipanti sono stati formati e seguiti dai tutor nella creazione e gestione di un blog personale che parlasse delle proprio passioni.

Durante uno degli incontri con le scuole superiori una ragazza ha sollevato il problema di dove reperire le notizie da pubblicare sul blog: “Cosa posso scrivere di diverso da quel che c’è già in rete?”

Le ho risposto: “Tu fai parte della potentissima rete dei blog studenteschi di Gela, che aderisce alla strapotente rete dei blog del gruppo Atlantide: sei l’emissaria di una folgorante forza comunicativa. Telefona all’agente della cantante che vuoi intervistare e chiedi una video intervista!” Mi guardava come se fossi un marziano biondo.

Poi però si è trovata a intervistare la grande cantante che adora… e la credibilità è esplosa, perché abbiamo dimostrato che, quando si lavora tutti assieme e ognuno mette a disposizione le sue risorse, si va lontano.

Poi, anche grazie alla sponsorizzazione di Eni, abbiamo realizzato un corso per gli insegnanti, tutor di questo progetto di Alternanza Scuola Lavoro: abbiamo girato 14 tutorial su come si fa e si gestisce un blog e costruito un software di scambio automatico di contenuti tra i blog (http://www.blogtu.it/) oltre al Gruppo FacebookBlogtu”. Con il Gruppo di Animazione Territoriale gelese, che abbiamo formato durante un laboratorio di 2 settimane alla Libera Università di Alcatraz, abbiamo seguito le scuole con costanza, offrendo consulenze tecniche e suggerimenti per migliorare la qualità dei testi. Insomma, ci abbiamo lavorato. E i risultati sono stati strepitosi.

Volevamo 100 blog per Gela e dopo 3 mesi in rete ce n’erano 383! Quando all’assemblea degli studenti abbiamo proiettato la schermata di Google “Gela immagini” e tutti hanno visto che non c’era più neanche un’immagine negativa ma solo foto bellissime, è stato un momento di grande entusiasmo. E abbiamo aggiunto: “Potrete raccontarlo ai vostri figli e ai vostri nipoti!”

La risposta degli studenti è stata massiccia, con la nascita di un totale di 383 blog.

Ovviamente non intendiamo fermarci qui: stiamo collaborando nell’organizzazione di eventi teatrali, archeologici e festaioli, mettendo la nostra rete di comunicazione al servizio delle iniziative delle associazioni gelesi. E stiamo portando avanti idee di collaborazione tra agricoltori, artigiani e chi vuol lavorare nel turismo sviluppando un albergo diffuso. Da un mese Gela ha finalmente un sito rivolto ai turisti, che presenta le bellezze della città e la ricchezza culinaria e di eventi, in italiano e in inglese (Gela le Radici del Futuro)…

Il nostro progetto ha fondi per continuare per i prossimi 2 anni. Svilupperemo il progetto dei blog e racconteremo una città che cambia, anche grazie al fatto che il petrolchimico ha chiuso ed Eni lo sta trasformando in un centro d’eccellenza di produzione di biocarburanti.

E vedremo se è vero che se una città sembra più bella, i suoi cittadini la amano di più e quindi la migliorano.

Questo progetto è però molto importante anche al di là di Gela, perché mostra che coinvolgere gli studenti appassionandoli dà risultati migliori della paura delle bocciature.

La gioventù non aspetta altro che trovare un’occasione per appassionarsi: gli stessi ragazzi, anche inconsciamente, sanno che è la mancanza di passione il loro maggior problema.

Se riusciamo a trovare i fondi, a ottobre ospiteremo ad Alcatraz 30 giovani a rischio emarginazione. Staranno con noi 20 giorni imparando come si usa una telecamera, un computer, un social network. Vedremo se diventare videomaker sarà abbastanza appassionante da indurre questi giovani a non abbandonare la scuola e a dedicarsi a un mestiere scommettendo sulle loro potenzialità.

La più grande emergenza nazionale è la disaffezione alla vita dei giovani.

Le più di 30 aggressioni a insegnanti di quest’anno sono un segnale terribile!

La passione è la cura.

Diamoci da fare!

I Blog parlano di Gela, di motori, di moda, di cucina di televisione, ma anche di libri, di città estere da visitare, di arte.

Foto di Bruno Patierno, giugno 2018. Le foto sono state scattate in occasione della Festa “383 Blog per Gela” presso la Villa Comunale della città.

Clicca qui per vedere il video!

 

Terminator contro Trump

Mer, 09/12/2018 - 02:06

2018: Odissea nello spazio, fra satelliti zombie e sporcizia

Mer, 09/12/2018 - 01:20

Oggi forse avrebbe scritto: “e quindi uscimmo a riveder i detriti”, guastando la terzina. A rovinare lo spazio, ci pensiamo già noi.

Il numero dei corpi estranei nello spazio sta aumentando vertiginosamente. Osservando i dati forniti dalla rivista scientifica Nature, sono più di 1,800  gli “oggetti” lanciati in orbita nel solo 2017, secondo una tendenza che se fino al 2010 era da ritenersi in costante crescita, negli ultimi anni ha registrato un aumento di emissioni nello spazio senza precedenti. Il pericolo non si annida nel progresso della scienza, ma nel rischio sempre più frequente che gli oggetti nello spazio collidano, provocando schegge e detriti di ulteriori oggetti che possono collidere con altri oggetti, compresi strumenti da 140 milioni di euro, responsabili del controllo del ghiaccio sulla Terra. Nientemeno.

Stava per accadere lo scorso 2 luglio, quando il satellite CryoSat-2 dell’Agenzia spaziale europea (ESA) a un certo punto si è trovato in rotta di collisione con un detrito spaziale e ha costretto i responsabili della missione a intervenire e a deviare l’abituale corso del satellite così da spingerlo in un’orbita più alta ed evitare l’impatto.

Nella bassa orbita dello spazio terrestre il traffico si è fatto intenso, lavorare con i satelliti e valutarne lo spazio circostante per prevedere collisioni ed evitare che fior di investimenti di intelligenze e di denaro finiscano nella discarica è operazione assai complessa. Perché di questo si tratta, di discarica spaziale.

Ogni collisione tra oggetti in orbita provoca una cascata di frammenti i cui spostamenti, anche a causa della diversa forma e proprietà nello spazio di ognuno, rappresentano un rischio per lo svolgimento dei satelliti, siano essi della NASA o di  aziende di comunicazione come Boeing.

Attualmente i radar statunitensi che monitorano la circolazione spaziale nell’orbita terrestre bassa non sono in grado di rilevare oggetti di dimensione minore di dieci centimetri. Entro il 2019 è prevista l’attivazione di un nuovo radar a Kwajalein, nell’Oceano Pacifico, in grado di rilevare oggetti anche più piccoli e così fornire rapporti più dettagliati sul traffico nello spazio, sempre più congestionato.

“Se conoscessimo la posizione di ogni cosa, non avremmo quasi mai un problema”, ha detto Marlon Sorge, specialista in detriti spaziali all’Aerospace Corporation di El Segundo, in California. Tuttavia, come sulla Terra, adibire e conoscere i luoghi specifici in cui si trovano i rifiuti non significa risolvere il problema della sostenibilità.

Lo Inter-Agency Space Debris Committee (IADC, Comitato inter-agenzia per i detriti spaziali) è un’associazione internazionale a cui partecipano varie agenzie spaziali di tutto il mondo, tra cui l’italiana ASI, al fine di porre rimedio al problema dei detriti spaziali.

Come si legge dal sito in inglese – alquanto obsoleto, a onor del vero –  “gli scopi principali della IADC sono lo scambio di informazioni sulle attività di ricerca di detriti spaziali tra le agenzie spaziali membri, per facilitare le opportunità di cooperazione nella ricerca sui detriti spaziali, per esaminare i progressi delle attività di cooperazione in corso e per identificare le opzioni di mitigazione dei detriti”. È appunto per mitigare lo smaltimento dei detriti che la IADC ha stilato delle linee guida su come, ad esempio, “rottamare” un satellite al termine del suo utilizzo, scaricando combustibile e materiali pressurizzati che potrebbero innestare un’esplosione. La rottamazione dei satelliti dovrebbe avvenire per esplosione o disintegrazione nella profondità dell’orbita non oltre i 25 anni di attività, così da evitare contaminazioni con i satelliti ancora attivi. Ma non tutti i Paesi si attengono sempre ai protocolli, e molta preoccupazione destano le aziende private che sempre più spesso si lanciano in progetti pioneristici nella  previsione – errata o no non importa, pur sempre previsione – di poter sostenere le spese dell’intero ciclo vitale di un satellite, compresa la sepoltura.

Circa il 95% degli oggetti attualmente presenti in orbita sono carcasse di satelliti inattivi o menomati, c’è chi all’Università dell’Arizona a Tucson studia per individuare i giusti angoli da adibire a cimiteri dei satelliti, con il proposito di offrire una viabilità satellitare nell’orbita terrestre media (MEO) a dispetto dell’instabilità che presenta per via delle risonanze gravitazionali. Tutto, pur di non sfiorarsi. Aveva ragione Jean-Paul Sartre, “l’enfer est l’autres”.

Glifosato, muore il simbolo della lotta all’agrochimica argentina

Mar, 09/11/2018 - 14:18

Se il suo nome non vi dice nulla, è possibile invece che lo ricordiate ritratto negli scatti che il fotografo Pablo Piovano aveva raccolto nell’impressionante The Human Cost of Agrotoxins, il reportage con cui ha documentato gli effetti di un ventennale utilizzo indiscriminato dei prodotti agrochimici in Argentina.

«Il suo corpo era diventato un’arma. La sua gabbia toracica da cui sporgevano due braccia sottili che non si capiva come potessero restare attaccate, la sua colonna vertebrale rigonfia per la scoliosi, le palpebre sempre spalancate, le guance emaciate coperte da una folta barba. E nel mezzo, una bocca nera, allargata, che sembra lottare per prendere ancora una boccata d’aria. Era il grido dell’inquinamento argentino, una replica moderna del capolavoro di Edvard Munch»: questo il ritratto con cui il quotidiano francese Le Monde ricorda la figura sofferente e martirizzata dell’operaio agricolo argentino.

CONTINUA A LEGGERE CLICCA QUI

Io vorrei il Partito dei Migranti

Mar, 09/11/2018 - 02:30

Perché migranti siamo in tanti. Quelli disperati dal Nord Africa. Ma migrante sono anche io da dieci anni. Dieci anni in cui produco, come altre centinaia di migliaia, assai più di chi non è emigrato, generando profitto per tasse che paghiamo in molti paesi diversi, pur non usufruendo dei relativi servizi. Io pago le scuole ceche anche se i miei figli non le frequentano, pago gli ospedali tedeschi in cui non vado e le strade italiane in cui non vivo. Noi siamo quelli che lasciano il 15% di mancia nei ristoranti napoletani e fanno gli abbonamenti agli stadi andandoci tre volte in un anno e compriamo case e fittiamo camere d’albergo nei luoghi d’origine riportando in patria un parte cospicua di quanto prodotto e guadagnato altrove. Noi immigrati facciamo girare l’economia. Siamo noi a farlo. A creare i network di conoscenze e competenze. A tenere i legami economici e culturali.
E lo facciamo senza rappresentanza politica. Non possiamo votare in nessuno dei paesi che ci ospitano, e il nostro voto in Italia rimane muto e inutile. Noi immigrati siamo il primo motore del continente, dal venditore ambulante al semaforo fino al CEO della multinazionale, siamo il principale motivo per cui gli anziani possono prendere la pensione non muovendo un dito in patria e i meno anziani il sussidio di disoccupazione senza faticare un giorno, per poi tutti votare per chiudere le frontiere principalmente contro di noi, per impedire lo scambio, per rallentare le integrazioni. Gli stanziali usano l’ipocrita voto di protesta per buscare parte di ciò che noi produciamo, beccandosi contributi che noi, per mancanza di leggi, non potremo mai neppure riscattare un domani.
Noi siamo i lavoratori. E noi, immigrati più fortunati di quelli in fuga, dovremmo formare la leadership di un partito dei migranti. Richiedendo la rappresentatività che ci manca. Ricominciando il vero cammino di un partito internazionalista e progressista, da sempre partito dei “lavoratori” – a prescindere da origine, colore, razza e religione. La-vo-ra-to-ri. Che lavorano i weekend da anni senza chiedere una legge di tutela da bambocci. Perché siamo noi il motore, e siamo stanchi di creare ricchezza per farla mangiare agli stanziali imbolsiti.
E un partito del genere dovrebbe chiedere poche cose ma chiarissime: diritto di cittadinanza immediato, che richieda sei mesi di lavoro in un paese; nessuna necessità di documentazione per muoversi liberamente; diritto conseguente di voto immediato, a sei mesi di occupazione in una nazione. Togliete a noi il voto italiano all’estero e datelo ai migranti ganesi, nigeriani, libici in Italia, e vedremo se vince Di Maio con Salvini. Date a noi il diritto di voto in Irlanda, Germania, Francia, e vedremo se vincono le destre populiste e xenofobe o se la Le Pen finisce nel cesso.
Noi migranti siamo il traino e siete voi stanziali a fare solo da zavorra. E ora ci avete rotto…

Serena Williams ci ricorda che è la politica a rendere immortale lo sport

Mar, 09/11/2018 - 02:13

Provate a fare un sondaggio e chiedete a un po’ di persone come si chiama la ventenne che ha vinto gli ultimi Us Open di tennis. In pochi vi risponderanno. La frase più gettonata sarà: “la giapponese che ha battuto Serena Williams”. E di cui sui media di tutto il mondo non si è quasi parlato. Il nome non lo ricorderà quasi nessuno. Perché la scena l’ha presa lei: Serena. Forse la più forte tennista di sempre. Che ha trasformato una sconfitta sul campo in una battaglia politica che ha monopolizzato l’opinione pubblica. Secondo alcuni, in maniera ingiusta. Perché Serena ha perso e stava perdendo, e avrebbe dovuto rispettare il risultato del campo invece di dar vita a quella che più persone hanno definito una sceneggiata.

Coaching

Più o meno saprete che cosa è successo. Serena Wlliams, 37 anni e madre da uno (il particolare non è irrilevante), già vincitrice di 23 titoli dello Slam (a uno dal record assoluto della storia del tennis femminile), aveva perso il primo set contro la ventenne avversaria. Nel secondo set, a rimonta in corso, è stata fermata dall’arbitro che l’ha ammonita per aver intercettato un suggerimento del suo allenatore dalla tribuna. Si chiama coaching. E nel tennis è vietato. Anche se poi lo fanno tutti. Ma non è questo il nodo. Così come non lo è la confessione dell’allenatore. Probabilmente Serena nemmeno se n’era accorta. Quella chiamata, però, l’ha destabilizzata. È arrivata in un passaggio fondamentale dell’incontro. In finale. A  casa sua. Dopo la gravidanza. È qui che salta il suo sistema nervoso.

«A un uomo non sarebbe mai successo»

E in un crescendo rossiniano, in una decina di minuti, fracassa la racchetta, incassa un punto di eliminazione e poi attacca platealmente il giudice arbitro Carlos Ramos: “Non sono un’imbrogliona, non faccio queste cose, ho una figlia. Sapete quanta fatica ho fatto per arrivare fin qui. Non c’è stato coaching. Sei un bugiardo, mi manchi di rispetto, mi devi delle scuse. E sei un ladro, mi hai rubato un punto”. Sei un ladro. A questo punto l’arbitro le toglie un game. Serena finisce col perdere la partita. Ma apre una battaglia ben più rilevante della finale di un Grande Slam di tennis. «Lo ha fatto perché sono una donna. A un uomo non sarebbe mai successo». Ed è qui che Serena coglie nel segno.

Billie Jean King

Il New York Times si affretta a ricordare che gli uomini sanzionati sono decisamente più rispetto alle donne (23 a 9), ma non basta a sovvertire il piano. L’unico paragone possibile è quello con Roger Federer. Vi immaginate un arbitro che nella finale di uno Slam chiama un coaching a sua maestà Roger in piena rimonta? Il dubbio, Serena, lo ha instillato. E al suo fianco ha immediatamente trovato Billie Jean King grande campionessa del passato, sostenitrice dei diritti delle donne nello sport e non solo, che una volta sfidò e sconfisse un uomo sul campo. Billie Jean difende Serena prima su Twitter e poi sul Washington Post. Molto efficace il suo secondo tweet: “Quando una donna esterna le proprie emozioni, è isterica ed è penalizzata per questo. Se lo fa un uomo, è scaltro e non ci sono ripercussioni. Ha fatto bene Serena denunciare questo doppio standard”.

Nell’anno del #metoo

Il giorno dopo, da L’Equipe a Repubblica, dal Post alla Gazzetta, sui giornali di tutto il mondo si parla solo di Serena. Il nome della vincitrice non compare in alcun titolo. Se le va bene, è relegata in qualche fotina. L’immagine sparata è Serena in versione leonessa, infuriata con l’arbitro. Nessuno, se non le fisiologiche eccezioni, chiede del match in sé. La domanda è: Serena ha ragione o no? Nell’anno del #metoo, la polemica non è di poco conto. Serena ha messo i piedi nel piatto. Ha lasciato il campo da tennis e si è issata in una contesa politica.

Lo sport e la politica

Come hanno fatto tutte le icone dello sport. Da Tommie Smith e il suo pugno nero con John Carlos sul podio di Messico 68, a Diego Armando Maradona che i due gol più discussi della storia del calcio li ha segnati all’Inghilterra che aveva sconfitto la sua Argentina in guerra. A Muhammad Alì che si rifiutò di andare in Vietnam con la famosa dichiarazione: «Mai nessun vietcong mi ha chiamato sporco negro». Probabilmente nemmeno Jesse Owens sarebbe stato Jesse Owens (la freccia nera che vinse quattro ori alle Olimpiadi di Berlino del 1936) senza la leggenda, poi rivelatasi falsa, di Hitler che non gli strinse la mano perché infuriato a causa del colore della sua pelle. Potremmo continuare a lungo. Il racconto sportivo diventa mito quando entra nell’immaginario, quando intercetta un fenomeno ben più ampio della semplice tecnica applicata a uno sport. Persino la mitica Olanda di Cruyff probabilmente non avrebbe avuto la stessa impronta nel calcio e nello sport se non fosse stata associata storicamente ai movimenti politici di ribellione di quegli anni. E potremmo continuare a lungo.

Si potrà dire – non sono in pochi a farlo – che la battaglia di Serena è decisamente meno nobile. Siamo semplicemente di fronte allo sfogo di una campionessa ferita che non ci stava a perdere. E che in nome del femminismo ha finito con l’oscurare un’altra donna, quella che l’ha battuta sul campo. Può darsi. Ma Serena ci ha ricordato che cos’è che rende lo sport immortale.

p.s. A proposito, la vincitrice si chiama Naomi Osaka.

Cosa si ottiene dalla plastica riciclata? (Infografica)

Lun, 09/10/2018 - 04:02

Nella prima parte abbiamo visto come i rifiuti plastici vengono suddivisi, in questa seconda parte scopriamo come vengono lavorati per farne nuova plastica riciclata.

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Mobilità: Berlino è la nuova Amsterdam. Per merito di tre persone qualsiasi

Lun, 09/10/2018 - 02:55

E mostra come noi stessi potremmo essere il cambiamento che vogliamo.
La città, grazie all’impegno dei suoi abitanti, ha un nuovo e ambizioso piano per la mobilità

Non solo, non sempre, ha senso lamentarsi per un governo inetto. L’azione che sta rivoluzionando la mobilità della capitale tedesca – una capitale antica, tradizionalista, legata al suo passato e alle sue Trabant – è stata possibile grazie a una raccolta firme nata dalla semplice iniziativa di tre persone qualsiasi.

Traduco dal Berliner Zeitung, che ha raccontato la loro storia, le frasi che i tre hanno usato a commento del successo ricevuto: Ragnhild, che arrivava dalla Norvegia, ha detto: “A Berlino mi sentivo all’età della pietra”, qualcosa di davvero empatico per noi italiani, che possiamo immedesimarci subito nel loro stato d’animo (teoria della relatività a parte, visto che Berlino era comunque già molto più avanti di noi in civilità ciclistica). Michael ha detto: “Le piste ciclabili erano usate come parcheggi”, una lamentela che avrete notato anche qui. Mentre Denis ha magistralmente affermato: “Il grosso deve ancora iniziare!”. Capito? Lui stesso, che non è un politico, non è un imprenditore di biciclette, e ha il solo interesse che noi tutti potremmo avere a vedere le cose migliorare, sente che il suo lavoro è appena cominciato.

Comunque sia, i tre hanno semplicemente dato vita a una raccolta firme, una petizione destinata al Parlamento cittadino, a seguito – nel 2015 – di una serie di incidenti che avevano colpito pedoni e ciclisti berlinesi. In quel periodo, dal 2010 al 2017, si contarono 87 incidenti mortali solo tra i ciclisti della capitale.

Ma, per capire meglio quel numero, relativizziamolo. Valutando i dati stilati dalla Ue sulle morti che coinvolgono i ciclisti in Europa, in quel periodo, l’Italia ha contato 249 decessi l’anno. In Germania sono stati 354 i morti (più che da noi: ma loro sono 83 milioni, e noi 60, e, soprattutto, loro usano la bici e noi no: sempre secondo i dati della Commissione europea, la percentuale di tedeschi che usa la bici in un giorno qualsiasi era allora al 12%. Da noi al 6%). Quindi la pericolosità statistica delle nostre strade era (ed è) molto più elevata, ma loro sono intervenuti, dal basso, e noi no.

Andiamo avanti. I tre amici berlinesi hanno mosso le acque (evidentemente fertili) tra i loro contatti, poi tra alcuni attivisti, hanno coinvolto intellettuali e politici. Hanno organizzato veglie, dimostrazioni, sit-in. Hanno allargato la loro schiera di amici. In tre settimane hanno raccolto 105mila firme a sostegno di un referendum, ma la politica diceva non se ne parla. Nel 2017 iniziò il dialogo, che finì quando il Parlamento approvò una legge di bilancio che aumentava del 300% il budget per le piste ciclabili, portandolo a 100 milioni. Ma ancora non bastava.

La lobby di ciclisti che si era formata si propose per lavorare a una nuova legge sulla mobilità pulita, e al Dipartimento del Senato si riunirono 17 volte, insieme ad ambientalisti, alla SPD e ai verdi. Una società di consulenza, la KCW, ha collaborato gratuitamente. Ad agosto 2017, il progetto di legge era disponibile. “L’ultimo incontro è durato fino all’una di notte”, ricorda Denis. “Nel mezzo arrivò la Critical Mass a portarci la pizza. Il Segretario di Stato rimase colpito quando improvvisamente 400 ciclisti si fermarono davanti all’Amministrazione del Senato”. A fine giugno di quest’anno, quel progetto di legge è stato approvato.

Nel frattempo, la squadra del referendum è diventata un’associazione – Changing Cities -, che oggi può permettersi tre dipendenti pagati dai circa 400 sponsor. “Oggi siamo presenti anche a livello nazionale”, continua Denis. “Ci sono iniziative per promuovere referendum in dieci città, così come nella regione Reno-Westfalia e in Baviera, e ne vengono aggiunte altre in continuazione”. Cosa ha ottenuto Berlino? Potete leggerlo qui. Ha ottenuto tutto.

Per vostro agio, ecco uno schema dei punti salienti del nuovo piano per una mobilità sostenibile:

  • Saranno costruite piste ciclabili separate su TUTTE le strade principali
  • Ci saranno 100 km di piste particolarmente ampie, con priorità sul resto del traffico, pensate per coprire velocemente grandi distanze
  • Sono previsti 100mila nuovi parcheggi per bici
  • Saranno messi in sicurezza almeno 30 incroci all’anno, iniziando da quelli che maggiormente vedono incidenti per i ciclisti
  • I poliziotti si muoveranno anche in bici, in tutti i quartieri
  • I trasporti pubblici saranno potenziati, specialmente nelle periferie e nei collegamenti fra periferia e centro
  • Gli autobus saranno a emissioni zero entro il 2030
  • Sarà garantita migliore accessibilità alle stazioni del trasporto pubblico per le persone a mobilità ridotta
  • I biglietti per il trasporto pubblico saranno scontati su base reddittuale


Immagine di copertina:
fotomontaggio di Armando Tondo – 2018

Imprenditori: cosa fare per combattere la stretta del credito autunnale

Lun, 09/10/2018 - 02:50

Potrebbe diventare l’inno ufficiale degli imprenditori che hanno rapporti problematici, ma non ancora compromessi, con gli istituti di credito.

Perché il rientro dalle vacanze si presenterà davvero senza quel metaforico “sole” rappresentato dal rubinetto del credito che, dopo 10 anni di sistematica e costante contrazione e contrariamente alle dichiarazioni propagandistiche degli ultimi tempi, non ha sicuramente ripreso ad erogare finanza alle piccole-medie imprese che rappresentano il 90% del tessuto produttivo del nostro paese.

I segnali sono inequivocabili: numerose segnalazioni da parte di piccoli imprenditori meravigliati dal sollecito ricevuto dalle banche per la restituzione di quanto ottenuto in prestito.

Le banche hanno problemi di bilancio evidenti: non riescono più a fare (eticamente) fatturato e la riduzione dei costi (personale, logistica, Npl) ha raggiunto livelli ben difficilmente superabili.

La disciplina di Basilea sull’esercizio del credito impone inoltre obblighi di accantonamenti per sostenere la probabilità di default della aziende affidate e tutelare quindi il risparmio.
E l’ accantonamento è un costo.

Le banche, per tutelarsi, cercano quindi di ridurre il rischio nei confronti dell’azienda affidata, cioè chiedono alla stessa la restituzione dei soldi che non ha (la crisi ha colpito tutti).

Si apre quella fase definita ‘pre-contenzioso‘, una subdola formula che si manifesta con le muscolari minacce dei funzionari di banca che promettono di girare la pratica all’ufficio contenzioso, nel caso non si rientri immediatamente dalla scopertura, per le successive azioni giudiziarie di recupero.

E’ puro terrorismo psicologico. Le banche non hanno alcun interesse a ‘girare’, per i previsti maggiori accantonamenti, le posizioni a ‘contenzioso’ e tentano quindi dapprima di recuperare dalla azienda quanto più possibile. O, quanto meno, tentano di ‘fortificare’ una posizione che molto spesso, per effetto di tutte le irregolarità commesse (non solo usura e anatocismo), è più debole di quanto si possa immaginare.

Nel momento in cui hanno deciso di ‘disimpegnarsi’ dalla gran parte dei rapporti bancari con rating costosi (in termini di accantonamenti) , gli istituti di credito cercano in ogni modo di ottenere la regolarizzazione formale delle singole posizioni prima di formalizzare il contenzioso (lettera di revoca dagli affidamenti e messa in mora) e di attivare le garanzie (fideiussioni), cioè di richiedere i soldi ai garanti – se l’azienda non ha liquidità – con la possibilità di agire sui beni immobili degli stessi.

Quest’opera è svolta in maniera surrettizia e talvolta scorretta, perché ‘camuffata’ attraverso:

a) offerta di un piano di rientro con una clausola che «manleva le banche da ogni responsabilità in merito alla concessione del finanziamento e che determina, da parte del debitore, il riconoscimento del saldo» e quindi una ‘blindatura’ di fronte al diritto di contestarlo successivamente;
b) concessione di un finanziamento (a tre-cinque anni) che non costituisce nuova finanza per l’azienda, ma serve solo a eliminare la pregressa esposizione di conto corrente (anche in questo caso il nuovo contratto presenta la clausola di cui sopra).
Questa pratica rappresenta, come dicevamo, l’estremo tentativo, ancorché tardivo, per la ‘sistemazione’ dei vecchi affidamenti delle cui irregolarità il debitore non ha consapevolezza.
Gli inviti, in questa fase apparentemente concilianti, sottendono la volontà di impedire che l’azienda possa, anche giudizialmente, sollevare eccezioni di sorta.

Cosa fare?
Ai primi ‘segnali’ di approccio inflessibile, occorre “anticipare” la banca e contrastare il descritto comportamento avviando, nella tutela dei propri diritti, una preventiva azione giudiziaria al fine di proporre tutte le questioni giuridiche che l’istituto di credito avrebbe voluto, surrettiziamente, evitare e quindi trasformando una criticità evidente in una seria opportunità per resistere a istanze tanto pressanti quanto vessatorie. Acquisire tale consapevolezza conferisce al debitore il potere contrattuale necessario per trattare da pari a pari con la banca invertendo in tal modo il rapporto di forza che per decenni l’ha vista come «contraente debole».
Questa consapevolezza necessita pero’ di coraggio, di tempismo e di attenzione da parte chi deve decidere il suo futuro.

Trump spazza via Obama: Usa a carbone

Lun, 09/10/2018 - 02:46

È stata una delle promesse di Donald Trump e il presidente statunitense vorrebbe che diventi presto legge: più carbone, meno rinnovabili, meno costi per le aziende, più inquinamento.
Entro la fine dell’anno l’Affordable Clean Energy di Trump dovrebbe prendere il posto del Clean Power Plan, varato da Barack Obama nel 2015. Un provvedimento che consentirà ai vari Stati americani indipendenza e flessibilità sulle regole di emissioni per aziende e centrali elettriche, favorendo così il ritorno agli idrocarburi.
L’Epa, l’agenzia per la protezione dell’ambiente, ha infatti predisposto un disegno di legge per cancellare il Clean Power Plan, che avrebbe dovuto limitare le emissioni di gas serra prodotte dalle centrali a carbone, e mai entrato in vigore perché nel 2016 la Corte Suprema lo aveva fermato temporaneamente per le critiche di alcuni Stati federali (principalmente quelli produttori di carbone ) che avevano come obiettivo quello di bloccare la norma.

CONTINUA A LEGGERE SU HUFFINGTON POST

Che fine hanno fatto le Solar Roof di Tesla?

Dom, 09/09/2018 - 04:50

Solar Roof, tetto solare o meglio “tegole solari”, in grado di catturare i raggi del Sole e trasformarli in energia elettrica rinnovabile.
Presentate per la prima volta nell’ottobre del 2016, in Italia pare non siano ancora disponibili: dovevano arrivare nei primi mesi del 2018 ma il sito internet di Tesla consente ancora solo una “prenotazione” pagando 930 euro.
Negli Stati Uniti sono in vendita da maggio 2017.
Le tegole solari hanno la stessa forma e la stessa dimensione di quelle utilizzate per i tetti delle case, con la particolarità di integrare un pannello fotovoltaico al loro interno. Vengono poi ricoperte da uno speciale materiale vetroso che protegge il pannello solare dalle intemperie e lo rende praticamente indistruttibile.
Elon Musk è stato il primo imprenditore al mondo a crederci veramente e a iniziare una produzione di massa. Le tegole solari sono adatte per un tetto inclinato dai 14 ai 90 gradi e sono predisposte per essere collegate a Powerwall, le batterie per le abitazioni prodotte sempre da Tesla.
Montano celle solari Panasonic garantite 30 anni e proprio sui 30 anni si gioca la convenienza (o la non convenienza) di un tetto solare rispetto a un tetto normale con installato un impianto fotovoltaico tradizionale.
Da Qualenergia.it: “Il problema è l’elevato investimento iniziale: per sostituire un tetto di circa 2.000 piedi quadrati (185 metri) di una casa nello Stato di New York, con un solar roof costituito dal 40% di tegole “attive”, esempio fatto da Bloomberg, bisogna sborsare circa 50.000 dollari.
Certo, la spesa si ripagherà totalmente, secondo il calcolatore web di Tesla, perché il valore dell’energia generata in 30 anni – grazie anche all’utilizzo di una batteria – sarà superiore (64.000 $) al costo di partenza, ma il tempo di ritorno dell’investimento può essere troppo lungo per molti potenziali clienti.
Ancora più critiche sono le valutazioni del blog Pick my solar, secondo cui il tetto solare di Tesla è ben più costoso di una copertura tradizionale abbinata a un impianto FV da 6 kW: 52.300 $ per un solar roof di circa 185 metri quadrati in California, contro circa 26.000 $ per una soluzione standard più i pannelli.”
L’idea è che le tegole fotovoltaiche chiudano cerchio dell’indipendenza energetica: loro producono energia, accumulata dalla Powerball e consumata dalla casa e dall’auto elettrica.

Perché nessuno dice quanta energia producono?

Fonti:

http://www.qualenergia.it/articoli/20170515-prezzi-e-promesse-del-solar-roof-di-tesla-le-prime-valutazioni

https://www.tesla.com/it_IT/solarroof

Qui il brevetto delle Solar Roof

https://pro.hwupgrade.it/news/scienza-tecnologia/piu-dettagli-sulle-tegole-solar-roof-di-tesla-ecco-perche-sono-belle-e-funzionano_75802.html

Immagine di copertina: fotomontaggio di Armando Tondo, luglio 2018

Qui Everest: abbiamo un problema con la cacca!

Dom, 09/09/2018 - 02:41

La quantità di escrementi lasciata dagli alpinisti è eccessiva. Ma c’è chi ha trovato una soluzione.
Non è la prima volta che si parla dei rifiuti lasciati dietro di sé da coloro che si avventurano alla conquista della vetta dell’Everest. Si tratta, ogni anno, di un esercito di circa 1.200 persone che sfidano le temperature rigidissime, il mal di montagna, il disorientamento, la fatica… Solo la metà di essi riesce a coronare il sogno. Rifiuti, si diceva; in particolare, quelli umani. Nel tempo impiegato per raggiungere la meta (in media, circa 2 mesi) si stima che ogni alpinista produca circa 27 kg di escrementi.

CONTINUA A LEGGERE SU FOCUS

Cos’è l’Economia circolare? Lo abbiamo chiesto al Professor Andrea Segrè

Dom, 09/09/2018 - 00:15

L’economia della Natura è ben rappresentata da un cerchio, ci spiega Andrea Segrè, professore e fondatore del Last Minute Market, da qui il concetto di economia circolare, un modo diverso di vivere, crescendo in modo sostenibile e occupando il suolo nel rispetto dei cicli naturali e non andando dritti per dritti nel solo concetto di produrre, produrre, produrre.

flowplayer.conf.analytics = "UA-11693000-17"; flowplayer.conf.container = "#player_188"; p = flowplayer(flowplayer.conf.container, { splash: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/188/output/thumb2.jpg', aspectRatio: "16:9", key: '$995340359991288', clip: { sources: [ { type: 'application/x-mpegurl', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/188/output/andrea-segre-economia-circolare.mp4_master.m3u8' }, { type: 'video/mp4', src: 'https://cdn.peopleforplanet.it/v/video/188/andrea-segre-economia-circolare.mp4' } ] } })

 

Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

Share this